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domenica, 29 giugno 2008

È il compleanno di Ray Harryhausen, splendido ottantottenne.
Un anno e mezzo fa gli dedicai questo post, che ripropongo oggi. Con l'aggiunta di questo bellissimo clip musicale degli Hoosiers, che gli hanno tributato questo divertente omaggio.
Tanti auguri, Ray!
Postato la prima volta il 16 Gennaio 2007

Se da bambino mi capitava di vedere un vecchio film con effetti speciali realizzati in stop motion, automaticamente, questo film, scadeva ai miei occhi come il peggiore della storia. La stop motion, o “passo uno”, è una tecnica che permette di animare un modellino facendogli compiere piccole variazioni rispetto alla posizione originale e filmandole fotogramma dopo fotogramma. Un po’ come si fa per i disegni di un cartone animato per simulare l’idea del movimento.
Bene, all’epoca non riuscivo a spiegarmi il perché di quei movimenti a scatti, e trovavo irritante che si permettesse la realizzazione di tali ingenue brutture.

Poi uscì The Nightmare Before Christmas, e Tim Burton col regista Henry Selick rese omaggio alla gloriosa tecnica, fra le più antiche della storia del cinema. La confezione era accattivante, e il procedimento perfezionato. Cominciai, quindi, a interessarmi ai pupazzi di plastilina e simili.

Per ultimo arrivò il principio. Nel senso che a fine anni novanta uscì in DVD uno dei capolavori del cinema fantastico di serie B: Gli Argonauti. L’avevo guardato una decina di anni prima, e mi aveva affascinato per quell’atmosfera calda e confortevole che non saprei spiegare, ma che mi lasciano certe vecchie pellicole. Fra i contenuti extra del disco, uno speciale dedicato a Ray Harryhausen. E mi s’è aperto un mondo.

Harryhausen è uno di quegli addetti ai lavori di cui si comincia a sapere qualcosa non appena vanno in pensione. È un distinto signore dall’aria inglese, anche se è un californiano d.o.c. Nasce infatti a Los Angeles nel 1920, e viene folgorato sulla via di King Kong, quando a tredici anni assiste a una proiezione del film di Cooper e Schoedsack. Comincia così a costruire dei modellini di dinosauri e prova ad animarli con successo nel garage di casa. I titani preistorici saranno un chiodo fisso di Harryhausen, che condivide la passione col suo amico d’infanzia, lo scrittore Ray Bradbury. I due stringono un patto di sangue: “saremmo invecchiati, ma non saremmo mai diventati adulti. Conservando per sempre uno pterodattilo e un tirannosaurus rex nei nostri cuori” ricorda lo scrittore che conclude “e guarda un po’… è andata proprio così!”

Da allora, fino alla morte del padre nel 1963, Ray avrà nei genitori i suoi principali collaboratori e ammiratori. Il padre, ingegnere, costruiva gli scheletri dei pupazzi, mentre la madre cuciva costumi, pelli e pellicce.
I primi lavori di Harryhausen gli aprono le porte della Paramount che lo assunse per dei cortometraggi. Durante la guerra lavora per l’unità cinematografica dell’esercito dove ottiene migliaia di metri di pellicola che usa per autoprodurre una serie di cortometraggi dalle fiabe di Mamma Oca. Grazie a quelli giunge alla Warner, dove affina la propria tecnica.

In particolare riesce a far interagire gli elementi umani con quelli creati da lui grazie a un processo che chiamerà Dynamation.


This is Dynamation! (1958)

Ma è passando alla Columbia e alla collaborazione con il produttore Charles H. Schneer che Harryhausen compie i suoi capolavori. Dai film di fantascienza con mostri marini e dischi volanti a lucertoloni pre-godzilliani, dalla miglior trasposizione dei viaggi di Gulliver al fantasy di quelli di Sinbad di cui scrive il soggetto e realizza tre film. E infine l’epica fantastica de Gli Argonauti o Scontro di Titani, i suoi massimi capolavori: la battaglia con i sette scheletri del primo film, e Medusa nel secondo, sono i “mostri” più belli che abbia mai creato.


I sette scheletri de "Gli Argonauti" (1963) e Medusa in "Scontro di Titani" (1981)

Non è da trascurare che, a parte alcuni casi, il Nostro ha sempre lavorato da solo, senza assistenti. Condizione indispensabile per la concentrazione nel suo laboratorio. Racconta, infatti, che durante la realizzazione dell’Idra a sette teste de Gli Argonauti, doveva isolarsi completamente dal mondo esterno. Dato che ogni testa del mostro si muoveva in maniera diversa, dopo aver scattato un fotogramma era fondamentale ricordarsi la direzione che ognuna di essa aveva preso, o era costretto a ricominciare da capo.

Terminato Scontro di Titani del 1981, il sempre più invadente uso della computer graphic porta Harryhausen a ritirarsi dal settore. Pioniere di un modo antico, ma glorioso, di raccontare storie fantastiche, l’ultimo artigiano degli effetti speciali lascia un’eredità preziosa. La raccolgono cineasti come Steven Spielberg, Tim Burton, John Landis, Sam Raimi, Peter Jackson, i creatori di Wallace & Gromit o lo staff Pixar, che più volte hanno ammesso l’influenza, o omaggiato il lavoro di Ray Harryhausen.



A chi interessasse, qui c'è una panoramica di tutte le creature di Harryhausen.
Qui e qui, due segmenti di Talos, il colosso di bronzo da "Gli Argonauti".
Il trailer di Gwangi.
E infine due parodie della battaglia degli scheletri. Qui e qui.
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mercoledì, 09 aprile 2008

Causa l'allontanamento forzato (ma piacevole) di qualche giorno dal computer, ho mancato di rendere i miei consueti omaggi a un altro gigante di Hollywood che ci ha lasciato.
Un gigante tanto "biblico" nei suoi ruoli quanto "umano" nella sua vita privata.
Non voglio santificare chiunque se ne vada dall'altra parte, e per questo risplovero un vecchio post di due anni fa, in cui sottolineavo certe incoerenze dell'Heston-pensiero.
Senza nulla togliere - allora come oggi - alla sua straordinaria carriera recitativa, davanti alla quale non posso che inchinarmi.

Postato la prima volta il 14 Gennaio 2006

Quando si dice la coerenza...

Fa un po' impressione vedere il presidente dell'Associazione Nazionale Fucili americana, quello che "non sono le armi a uccidere le persone. Le persone, uccidono le persone", parlare con l'antropologo Ashley Montagu di bestialità dell'uomo armato.

Si trova nello special che venne girato nel 1971 per promuovere il film Omega Man (1975: Occhi bianchi sul pianeta terra). Le parole di Heston, parlando del suo personaggio, sono queste: "La sua prima preoccupazione è difendersi e sopravvivere: lo stadio finale dell'uomo come scimmia assassina."

E a proposito di scimmie, lui che fu il protagonista "umano" nell'originale Planet of the apes, torna nel remake di Tim Burton in un piccolo, ma significativo cameo "scimmiesco". Sul letto di morte, mostra una pistola al figlio e descrive la crudeltà dell'essere umano: "Quell'oggetto ha il potere di mille spade. Ti avverto: il loro ingegno marcia di pari passo con la loro crudeltà. Nessuna creatura è tanto subdola e tanto violenta."

Mah... senilità? Gli offro comunque l'onore delle... armi: questa splendida foto, a fianco di Sidney Poitier e Harry Belafonte, durante la marcia per i diritti umani nel 1963.

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giovedì, 06 marzo 2008

Preparandomi alla visione dell'ultima fatica del Timba, la settimana scorsa ho rivisto il suo adattamento dell'opera di Dahl. Remake, a sua volta, del classico di Mel Stuart del 1971.
Rileggo oggi la mia recensione, fresca di cinema, di oltre due anni fa.
Era in assoluto il mio secondo post. Due visite. Una era la mia risposta.

Postato la prima volta il 2 Ottobre 2005


Reduce dal bellissimo film di Tim Burton (lo dico subito, perché non è di questo che voglio parlare), resto con qualche insoddisfazione e perplessità.

Consiglio di non leggere oltre a chi non ha ancora visto il suddetto film.

Sono cresciuto col primo Willy Wonka, che reputo un piccolo gioiellino.
Amo molto il modo di raccontare di Tim Burton, che considero l'unico in grado di riadattare il libro di Roald Dahl.
E fin qua...

Prima di entrare in sala ho detto a chi mi accompagnava: spero tanto che non abbiano riadattato le canzoni, altrimenti mi metto a gridare. Non l'ho fatto. Ma le canzoni sono state riscritte. Da Danny Elfman in ottima forma, come non lo si sentiva da anni. Ecco perchè ho perdonato l'operazione. Ma almeno una Umpa-lumpa-umpa-dee-doo, potevano mettermela!

Mi sono mancate un paio di cose, che erano presenti nell'originale. Il complotto di spie industriali. Il dolcetto sottratto, e alla fine il "riscatto" di Charlie agli occhi di W.W. In quel caso, Charlie si era guadagnato il premio finale. In questo, ha avuto soltanto la fortuna di "sopravvivere" agli altri.

E poi la fine degli altri quattro bambini. Nel primo c'era qualcosa di malefico, addirittura disturbante. I bambini scomparivano e non si sapeva bene che fine avessero fatto. Morti? Possibile. Quasi per dovere di correttezza politica, qui li vediamo uscire dalla fabbrica, sani e salvi. Un po' malconci, magari, ma vivi. Più rassicurante.

A questo punto, l'archetipo satanico di Willy Wonka viene un po' a mancare: il diavolo tentatore che si prende le anime dei bambini che cedono alle sue - appunto - tentazioni, qui si accontenta di qualche piccolo scherzo.

Sembra invece che il Timba abbia preferito giocare con l'attualità e fare un Willy Wonka-Michael Jackson. Chiuso nella sua Neverland, pallido, con la faccia di plastica, che ama e allo stesso tempo odia i bambini, non sopporta il contatto fisico, e che non è più in grado di comprendere il mondo al di là della sua fabbrica o il concetto di famiglia. Tutto allontanato dalla sua spasmodica ricerca del divertimento, dei dolci negatigli da piccolo ma, come gli dirà Charlie: "la cioccolata non è tutto"... o una frase simile.

Il Wonka di Burton è quindi più umano, complessivamente più pittoresco, naturalmente più moderno, colorato, la storia ha un ritmo eccellente, pur nel doveroso ripetersi di determinate scene.

Non ne sono rimasto deluso. È forse uno dei Burton migliori, perfino, ma credo che abbia mancato una caratteristica fondamentale del personaggio di Wonka. E cioè la sua malvagità intrinseca, che è quello che ha affascinato almeno un paio di generazioni di appassionati dell'originale.

Divertente la battuta meta-cinematografica: "Scusate, ho appena avuto un flashback!...
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mercoledì, 09 gennaio 2008

Con l'anno nuovo e con la chiusura del vecchio blog (okay, e anche con la mole di lavoro e la pigrizia), inauguro una sezione che, periodicamente, riproporrà vecchi post a cui sono rimasto legato nel tempo. Roba che scrivevo dall'altra parte, magari agli inizi, quando mi leggevo e commentavo da solo.
Cercherò il più possibile di riproporre post che abbiano una qualche attinenza con l'attualità. Come questo, che parla di un sottogenere cinematografico a cui sono molto affezionato, e che sta per tornare alla ribalta (si spera) grazie al nuovo film con Will Smith: Io Sono Leggenda. Nelle sale da venerdì 11 gennaio.
Coincidenza? Il 12 gennaio, questo post, compie due anni.

Postato la prima volta il 12 Gennaio 2006

Credo di aver già iniziato un post, così. E cioè osservando come i gusti dell’infanzia siano poi quelli che ti condizionano tutta la vita.

Ricordo una sera di tanti anni fa, quando a una cert’ora bisognava spegnere la luce e non c’era santo a cui votarsi. Alle dieci si andava a dormire, punto. Il sabato era l’unico giorno della settimana in cui si poteva fare uno strappo alla regola. Tornando alla sera di tanti anni fa, mio padre mi mise a letto e mi lasciò solo. Non era la mia stanza, però. Era quella dei miei, con tanto di televisore! Appena sentii che si era allontanato, accesi la scatola magica (un Minervino b/n, già vecchio all’epoca) e vidi le immagini di una metropoli deserta. Un uomo solo, sopravvissuto all’olocausto nucleare, vagava per le strade, s’introduceva nelle case, prendeva quello che gli serviva, senza dover rendere conto a nessuno.
Non c’era più nessuno. Un’atmosfera straordinaria, che mi incollò allo schermo. Si era creato degli amici immaginari. Manichini prelevati da un supermercato, con cui dialogava per non sentire la solitudine. Ma un giorno il peso della sua condizione si fa più forte e, colto da un eccesso d’ira, ne prende uno e lo scaraventa dalla finestra, giù in strada. Dalla strada proviene un urlo. Femminile. L’uomo si affaccia e vede una donna in mezzo alla strada. L’ultima donna sulla terra, che lo spiava da lontano e pensava si fosse suicidato. Lui la chiama, lei capisce l’errore, e scappa. Sentii dei passi. Mio padre stava tornando. Spensi il televisore e non lo riaccesi più. Per anni non ebbi modo di sapere come continuava il film.

Grazie ai potenti mezzi di internet, su un newsgroup riuscii a risalire al titolo del film, appena due anni fa: La fine del mondo (The World, the Flesh and The Devil). Sempre grazie alla rete, trovai anche qualcuno che mi fece la copia di una registrazione televisiva. E dopo quasi vent’anni, riuscii a vedere la fine della storia. Decisamente con un occhio più maturo. Ora so che quella città è New York. Ci sono stato, e vedere le strade della città deserte lascia ancora più a bocca aperta. L’uomo è Harry Belafonte, la donna è una bionda Inger Stevens. Il conflitto razziale non potevo coglierlo da piccolo. Lui nero, lei bianca, bella e bionda. Il futuro dell’umanità dipende da loro? Nel 1959 era una storia che faceva scalpore. Ai pregiudizi della donna, poi, si uniscono quelli di un terzo uomo. Il villain interpretato da Mel Ferrer. E l’uomo non è più padrone della città.

Il più breve racconto del mondo («Una donna siede in casa, sola. Sa di essere l'ultima persona viva al mondo: tutti gli altri sono morti. Suona il campanello.»), parla di questo. La fine del mondo, una persona. No, due. Una minaccia.
Fino a quando non arriva la minaccia, la città deserta è il lettone nella camera dei genitori. È un’occasione più unica che rara, ti senti un re, puoi fare quello che vuoi. Poi arriva la minaccia, come i passi di tuo padre, e tutto cambia improvvisamente. Ma anche la minaccia fa parte del gioco, anzi, è essenziale a creare la leggenda che ti rimarrà impressa per anni.

Io sono leggenda di Richard Matheson, classe 1926, è il romanzo capostipite del genere. Scritto nel 1954, ipotizzava una catastrofe batteriologica. L’ultimo uomo sulla terra è uno scienziato costretto a barricarsi in casa la notte, per via di altri sopravvissuti. Mutanti, a causa di un virus che li ha resi vampiri.






L’ultimo uomo della terra (1964), di Ubaldo Ragona è la prima trasposizione filmica "ufficiale" del romanzo, e un piccolo grande cult. Con un eccelso Vincent Price, la storia del professor Morgan è servita d’ispirazione anche alla Notte dei morti viventi di Romero e si può considerare il primo film moderno di morti viventi. Una desolata Eur fa da sfondo alla vicenda, e a Morgan non resta altro che farsi compagnia parlando con dei manichini. Poi l’arrivo della ragazza, anche in questo caso. E la minaccia.

Sette anni dopo arriva Omega Man (1975: Occhi bianchi sul pianeta terra), con Charlton Heston. E stavolta è a colori. La trama di Matheson è spostata a Los Angeles, con aggiornamenti interessanti, perché nel frattempo è arrivata la summer of love. Nella capitale del cinema mondiale, lo scienziato Robert Neville può disporre delle migliori sale cinematografiche, e decide di sostare dove proiettano Woodstock, il rockumentario sul concerto che ha segnato l’epoca del peace and love. Sullo schermo di una sala deserta, in una città deserta, in un mondo deserto, riprendono vita le immagini e i suoni del momento più pacifico e affollato della storia. Un momento fondamentale, l’apice dell’utopia hippie, contrapposto al gelo della distruzione. Conseguenza della guerra fredda. “Non si fanno più film così”, commenta Neville davanti ai ragazzi entusiasti di Woodstock. E poi c’è il black power: la ragazza, questa volta, è di colore, con la classica pettinatura afro dei seventies. Un po’ meno minacciosa la… minaccia: gli “occhi bianchi” del titolo italiano, sono quelli dei vampiri,
che stavolta non succhiano sangue. L’epidemia li ha resi albini, fotosensibili, e per questo assediano il rifugio di Neville ogni notte, per catturarlo. Si fanno chiamare "la famiglia", come i seguaci di Charles Manson. E come la setta di Manson sono invasati, guidati da Mathias, il loro leader. Li ha convinti che Neville sia il nemico da elminare, in quanto sano e non purificato dal dolore e dalla sofferenza. I manichini, stavolta, sono sostituiti da un busto di Giulio Cesare, con cui il Nostro gioca interminabili partite a scacchi.

L’ultimo del filone è il bellissimo 28 giorni dopo, di Danny Boyle. Dopo New York, Roma e Los Angeles, tocca a Londra. Jim è un pony-express che, a seguito di un incidente, finisce in coma. Mentre è in ospedale, nel mondo si sviluppa un rapidissimo virus che contagia l’umanità. La colpa, stavolta, è di un incidente perpetrato da un gruppo di animalisti. Ironia della sorte, stavolta sono i “buoni”, a scatenare l’apocalisse.
Jim si risveglia “28 giorni dopo”, ritrovandosi in una Londra conquistata da zombie infetti e rapidissimi. Come la ragazza di Neville, anche quella di Jim è di colore, tosta e determinata. E ancora una volta la minaccia arriva da fuori, ma anche da quelli che sembrano amici.

Tanto splendido, quanto esile, questo sottogenere del filone apocalittico è terreno fertile per meditare su tante cose. L’ambiente, la politica, la guerra, l’individualità, l’amore, l’egoismo, la morte. Come gran parte della fantascienza. Ce ne sarebbero molti altri, per restare in argomento: lo stesso Pianeta delle scimmie, la tetralogia di Romero, L'invasione degli ultracorpi, Il villaggio dei dannati, o L’esercito delle dodici scimmie, ma sul televisore in camera dei miei, quella sera, c’era la fine del mondo.
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