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sabato, 30 giugno 2007

10 Giugno 2002

Originale
(autore anonimo)

Aprii le finestre, e attirate dalla crostatina all’albicocca del Mulino Bianco che avevo in mano, arrivarono una trentina di vespe, rombanti come uno squadrone di Mig 24, mi passarono davanti al naso e per nulla intimorite da me si spazzolarono tutta la merendina.
Allora sfoderai lo spadino e menai quattro o cinque colpi nell’aria e quattro cinque Mig assaggiarono il gusto della mia lama, al che le altre spaventate infilarono la finestra e si dispersero.
Esaminai i cadaveri delle vespe; erano rivoltanti come può esserlo una vespa grande quanto una pernice. Qualcuna non era ancora morta, muoveva convulsamente le antennuzze e le zampe. Non mi impietosii, infilai lo spadino nella pelle e da ciascuna, quando fui sicuro che fosse morta, eviscerai il pungiglione. Era lungo più di quattro centimetri e acuminato quanto una spina di rosa.


Fiacco

Seduto sulla sedia di paglietta della cucina, passai la mattinata a fissare la finestra, quella con la struttura in legno e la maniglia in ottone. Con le tendine a fiori. Non sapevo se alzarmi o meno per aprirla. Alla fine mi decisi. Dopo un paio d'ore la raggiunsi e mi ci appoggiai per riprendere fiato. Da qui, la cucina aveva tutto un altro aspetto. Sembrava quasi più capiente. Un giorno avrei dovuto metterci qualche mobile. Se non altro un frigo e qualche fornello. Cos'ero venuto a fare, dalle parti della finestra? Ah, la memoria... E mi era anche venuta fame. In un'oretta e mezzo tornai alla sedia e presi una crostatina all'albicocca del Mulino Bianco che tenevo per terra, accanto alla sedia. La estrassi dalla sua confezione di plastica e... ah, già, la finestra. Non l'ho aperta. Guardai l'orologio: le tre e venti del pomeriggio... se parto adesso dovrei essere di ritorno per l'ora di cena. Intorno alle cinque riuscii ad appoggiarmi al davanzale della finestra e a riposarmi. Allungai la mano verso la manopola e la girai. Le sei meno venti. Assieme a un refolo di vento, una trentina di vespe entrarono nella cucina facendomi perdere l'equilibrio. Caddi e persi i sensi. Quando mi risvegliai notai che gli insetti si erano mangiati la mia merendina e ora stavano ballando in circolo attorno a un piccolo falò appiccato sulla mia sedia. Mi alzai a fatica e, quando raggiunsi le vespe, la sedia non esisteva più. Le piccole bestie stavano dormendo sdraiate sulle ali. Qualcun altra, ancora sveglia ed ebbra, girava fra le compagne cantando le osterie. Raccolsi una paletta da terra e ne spiaccicai quattro cinque, ma probabilmente erano già morte di indigestione, perché tutte le altre, come sentirono lo spostamento d'aria dello schiacciamosche si volatilizzarono. Il colpo arrivò tre quarti d'ora dopo. Una fece in tempo a dire ancora: ''paraponzi-ponzi-po''', poi morì. Volli essere certo che non fossero rimaste vive, quindi andai in camera da letto a prendere un ago da cucito. Era passata quasi una settimana, e mi ero scordato del perché fossi andato a prendere un ago, quando varcai la soglia della cucina e vidi una colonna di formiche che si portava via i cadaveri degli insetti. Quando raggiunsi il punto, ne era rimasta una. La infilzai e poi la sollevai portandola davanti agli occhi. Ero curioso di quel pungiglione e volevo vedere se era lungo quanto l'ago che avevo preso. Eviscerai il pungiglione che si rivelò essere lungo quattro centimetri e appuntito come un aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaahhhhhh... Tump!

Reduce del Viet-nam

Allora, eravamo asserragliati dietro alla finestra con la nostra fottutissima crostatina all'albicocca del Mulino Bianco, quando decidemmo di aprire quelle dannate ante, no? Appena si spalancarono entrarono dentro trenta stramaledettissimi musi giallo-neri rombando con i loro motori sopra le nostre teste. Proprio così! In pochi secondi tutta la nostra razione di crostatina andò in fumo. Bastarde! Al grido di ''Geronimoooo!'' passammo al contrattacco e, armati di paletta facemmo cadere su di loro una pioggia di granate! Sissignore! Le note della ''Cavalcata delle Walkirie'' di Richard Wagner risuonavano per tutto il campo di battaglia. Una strage. Putroppo solo quattro o cinque di loro caddero sotto il nostro fuoco, le altre si dispersero immediatamente e scomparirono. Dei corpi rimasti, qualcuno ancora si muoveva, ma non provavo alcuna pietà: ero io che dovevo avvisare la moglie di Esterhause di come suo marito fosse morto fra atroci tormenti, ero io che dovevo spalmare di creme i corpi di Martin e Solomon, ero io ad aver visto Sturges diventare gonfio come un pallone dopo esser stato punto. Una di loro gridava pietà, ma in quel momento mi venne in mente quel bambino che si esibiva in una strada di Saigon, quello che beveva litri di Napalm e poi pisciava scintille. Ero lì con la mia squadra e ridevamo, quando il bambino si voltò verso di noi per starnutire. In un paio di secondi la mia squadra era stata decimata! AAAARGGHHHH!!! Quel ricordo mi fece imbestialire, con il pugnale trafissi le vespe a terra, grosse come vacche, e prive di sensi, poi presi quella che supplicava e coi denti le estrassi il pungiglione dal corpo. Era lungo quattro centimetri e affilato come una baionetta!
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sabato, 02 giugno 2007

Questo racconto è incompiuto.
Se avete qualcosa in contrario, vi consiglio di non iniziare a leggerlo altrimenti potreste rimanerci male...
Nel caso aveste finali, conclusioni, chiusure, epiloghi, chiose da suggerire, siete i benvenuti.

03 Luglio 2003
A Valentino e Claudio

Heinz Malden, impiegato dell’ufficio europeo dei brevetti, a Monaco di Baviera, aprì la porta degli uffici e prese posto dietro al suo sportello. L’ingegner Pietrostefano Bertini fece capolino poco dopo, vestito di tutto punto e con una cartelletta sottobraccio.
Era partito in treno il giorno prima, da Milano, ed era arrivato a Monaco la sera stessa. Sapeva qualche parola di tedesco.
“Guten Tag.”
“Guten Tag. Sprechen Sie italienisch?”
“Natürlich. Cosa posso fare per lei?”
“Vorrei aprire una pratica per il riconoscimento di un mio brevetto.”
“Bene. Ha portato i progetti, un prototipo?”
“Sì, ho tutto qua.” ed estrasse dalla cartella una serie di buste sigillate, insieme a un pacchetto, anch’esso cera-laccato.
“L’ho già fatto registrare dall’ordine notarile di Milano, per quanto riguarda i diritti in Italia. Adesso volevo estendere il brevetto a livello europeo.”
“Ha un documento d’identità?”
“Eccolo qua.”
Herr Malden controllò la foto e la faccia con scrupolo professionale.
“Lei conosce tutto l’iter burocratico?… Prima dobbiamo controllare l’archivio e vedere se esiste già un brevetto simile, dopo di che le manderemo la lettera per comunicarle il riconoscimento o meno della esclusività dell’invenzione. In caso di riscontro positivo, lei avrà una protezione sull’idea, verrà effettuata la pubblicazione ufficiale nei registri, e poi si attende che non vi siano contestazioni. Alla fine, otterrà il brevetto.”
Mentre parlava, herr Malden aveva cercato un ferma carte per aprire le buste.
“Sta bene.”
“Se adesso vuole attendermi un minuto, chiamo il mio collega che possa testimoniare l’apertura delle buste.”
“Faccia con comodo, non ho fretta.”
L’ingegner Bertini tamburellò con le dita sul bancone, mentre herr Malden scompariva dietro a un paravento in vetro zigrinato. Tornò poco dopo con uno spilungone calvo, triste, che dava l’aria di essere nato all’interno di quegli uffici.
“Ecco, siamo pronti, allora.”
Heinz Malden e l’uomo-pertica erano chini sulle buste, mentre il primo sforbiciava via i sigilli. Chissà quante volte avevano ripetuto quei gesti che ricordavano un sacrificio umano. Ma mai, in tutti quegli anni di lavoro, avrebbero pensato di trovarsi davanti a un progetto simile.
Scorsero rapidamente i fogli e infine si zittirono. Davanti ai loro occhi c’erano schizzi, proiezioni ortogonali, riproduzioni in scala, e possibili variazioni del prototipo. L’uomo-pertica sbiancò e disse: “Es ist unmöglich!” poi si sedette, grattandosi la testa preoccupato.
Il signor Malden, invece, si gettò sul pacchetto aprendolo con foga, incredulo. Quando ebbe finito fece cadere le braccia lungo i fianchi, e rimase immobile davanti al contenuto. Dopo qualche secondo lo estrasse e lo porse timidamente all’ingegner Bertini. Era un piccolo crocifisso, di quelli col Gesù in argento su croce di legno, della grandezza di un palmo appena.
“Ma… ma noi non possiamo accettare questo…”
“Perché? È già depositato?”
“No, non credo… dovrei controllare… ma… esiste da duemila anni…”
“Ci sono piante che hanno milioni di secoli, eppure molte multinazionali hanno fatto i soldi brevettandole.”
“Cerchi di capire… Noi… succederebbe uno scandalo…”
“È mia intenzione seguire tutte le procedure per il riconoscimento dei diritti. Vi prego, quindi, di fare il vostro lavoro, al resto penserò io… Parafrasando quello che diceva lui”, disse indicando il crocifisso “lasciate che i guai vengano a me”.


Nella tarda mattinata del giorno seguente, l’ingegner Pietrostefano Bertini tornò soddisfatto nel suo bilocale di Milano. A questo punto doveva soltanto attendere l’ufficializzazione da Monaco. Per anni aveva studiato un’idea che lo potesse far vivere di rendita, e quella era senza ombra di dubbio, la migliore. Ogni crocifisso prodotto in Europa, da quelli piccoli dei rosari, a quelli mastodontici delle processioni, avrebbe reso una percentuale proporzionale al Bertini. Non solo. Avrebbero anche dovuto riportare il marchio registrato “Ing. Bertini™”. In pochi giorni la notizia esplose su tutti i media, con titoli come “Il padrone di Cristo”, o “Crocifissi Inc.”. L’ingegnere era soddisfatto. Ancora non era arrivata la conferma dell’ufficio brevetti, ma poco importava. Nel bene o nel male, cominciava a essere considerato a tutti gli effetti il geniale sfruttatore del simbolo più diffuso nel mondo. Nel bene o nel male perché, per la maggior parte della gente, Bertini era il Demonio, mentre altri guardavano alla Chiesa con l’atteggiamento del “ben ti stà!”.
La Chiesa, la principale antagonista dell’ingegnere.


Una mattina di pioggia, un corriere bussò alla sua porta. Bertini firmò – due volte, perché uno era un autografo – diede la mancia al ragazzo, e rientrò nel suo appartamento. Aprì l’involucro di plastica e dentro vi trovò una busta con tanto di insegne papali. La lettera al suo interno conteneva un infuocato imperativo, da parte della diocesi vaticana, ad abbandonare ogni tipo di azione il Bertini avesse in mente di perseguire. L’ingegnere sorrise e stracciò la lettera, poi telefonò al suo avvocato e insieme concordarono una lettera di risposta, chiedendo alla Santa Sede l’immediato pagamento dei diritti per lo sfruttamento d’immagine sulla busta arrivata. Dopo pochi giorni, il Vaticano mandò un’altra lettera in cui domandava all’ingegnere di non perseguire nei suoi intenti, per il bene dell’Umanità. L’ingegnere fece spedire un’altra risposta in cui ricordava che a Roma c’è la maggior concentrazione al mondo di crocifissi. Un paio di mattine dopo, la risposta. Si pregava l’ingegnere, per favore, di desistere, e prendere in considerazione la possibilità di trattare una cessione dei diritti alla Sacra Romana Chiesa. L’ingegnere non si degnò nemmeno di rispondere.


Quella stessa settimana ci fu la pubblicazione e il riconoscimento della proprietà d’immagine del crocifisso all’ingegnere Pietrostefano Bertini e, nel medesimo giorno, una lunga macchina bianca si fermò sotto casa sua. Ne uscirono due guardie svizzere con tanto di alabarda e ne smontò l’arcivescovo di Roma, il vice-papa. Il Bertini lo fece accomodare, presero un tè e, a notte inoltrata, l’alto prelato se ne uscì curvo e strisciando i piedi. Estenuato dall’incontro con l’irremovibile ingegnere, il sant’uomo dovette riconoscere con orrore che le leggi dell’uomo si erano fatte più potenti di quelle di Dio, e ora un piccolo uomo aveva la meglio sulla Grande Chiesa.


Nei mesi seguenti pervennero all’ingegnere numerose richieste per l’utilizzo del crocefisso in campo pubblicitario, cinematografico e televisivo. La croce stava vivendo un inaspettato “svecchiamento” d’immagine e, staccandosi dalla madre Chiesa, era preso a modello di indipendenza, di auto determinazione e ribellione. I ragazzi compravano i prodotti reclamizzati dal crocefisso, portavano catene, orecchini o si tatuavano croci ovunque. Nelle camerette degli adolescenti campeggiavano poster di “Jesus Christ Superstar”, icone ancora più classiche o modelli firmati da noti designer o stilisti esclusivi.

Fu una rivoluzione. Il mondo sembrava aver riacquistato nuova fiducia nella religione, le chiese si riempivano non solo di domenica, ma tutti i giorni della settimana e a tutte le ore del giorno. L’aumento delle vocazioni “sfornò” nuovi sacerdoti, tanto che ci fu un esubero come certe classi militari e molti vennero spediti nelle missioni. Era una nuova forma di religiosità universale, moderna, non bigotta, e apparteneva a tutti.
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sabato, 19 maggio 2007

Settembre 2000
A Pablo e Emilio Gonzales

1954    Pippo, Pluto & Un Messicano alla Riscossa
(Loco, el perro y Un Mexicano a la riscossa, Usa-Mex, col, 8m.) D: Unknown. Voices: Orson Welles

[Cortometraggio Disney. Pippo porta in campeggio Pluto e vanno in Messico. Dopo aver assistito a una corrida nella quale il Toro prende a cornate Pippo, i due vanno a dormire in tenda. Quando il toro, slegatosi, andrà a cercare la persona che si è beffata di lui nel pomeriggio, interviene Un Messicano (che passava di lì per caso) che lo prende letteralmente per le corna, salvando Pippo e Pluto che nel frattempo si sono arrampicati su un albero.]

1963    Un Messicano tutto matto (Un Mexicano todo loco, Mex, col, 92m.) D: Pablo Gonzales. Emilio Gonzales, Carmen Gutierrez, Rodrigo Esteban.

[Il primo, storico film. Un gruppo di amici di cui fa parte l’antipatico Manolo (Esteban) parte per le vacanze, ma Un Messicano viene sempre deriso dagli altri e soprattutto da Manolo perché un po’ goffo. Finirà col perdersi e separarsi dal gruppo assieme al suo fido asinello, ma le loro azioni, involontariamente, salveranno una bella ragazza (Gutierrez) in pericolo. Divertimento puro.]

1964    Un Messicano colpisce ancora (Un Mexicano colpisce nuevamente, Mex, col, 87m.) D: Pablo Gonzales. Emilio Gonzales, Carmen Gutierrez, Rodrigo Esteban.

[Sequel di grande successo: Un Messicano e la sua nuova fidanzata (Gutierrez) girano per il Messico in cerca di una casa dove metter su famiglia, ma si rivolgono all’agente Manolo
(Esteban), alquanto imbranato...]

1966    Un Messicano in Messico (Un Mexicano en Mexico, Mex, col, 102m.) D: Pablo Gonzales. Emilio Gonzales, Sonia Gaspacho, Rodrigo Esteban.

[Un Messicano ha visto la sua famiglia massacrata dalla banda del crudele Manolo (Esteban) e comprende che più nulla lo lega alla sua casa. Decide quindi di arruolarsi nelle fila dell’esercito rivoluzionario zapatista, ma proprio qui scoprirà che il braccio destro di Zapata è il crudele Manolo (Esteban).]

1968    Un Messicano nello spazio (Un Mexicano en lo espacio, Mex, col, 124m.) D: Pablo Gonzales. Emilio Gonzales, Alicia Martinez, Alonzo  Enriquez, Josè Iglesias.

[Ispirato a 2001 Odissea nello spazio: celebre la sequenza di Un Messicano in tuta da astronauta con il poncho e il sombrero, mentre galleggia nel vuoto sulle note de La Cucaracha. Stanley Kubrick ebbe a dire: «Confesso che quando uscì ‘Un Messicano nello spazio’ ero indeciso se rimettermi nuovamente dietro la macchina da presa. Quel film, partito da uno spunto sciocco e noioso come quello di ‘2001: Odissea nello spazio’ era un gioiello di perfezione che nessuno potrà mai replicare. Ogni mio film successivo deve qualcosa a questa pellicola». La storia è quella dell’umanità raccontata attraverso un monolitico cactus.]

1969    Un Messicano Più Pazzo del Mondo (Un Mexicano mas loco del mundo, Mex, col, 84m.) D: Pablo Gonzales. Emilio Gonzales, Roberto Santa Cruz, Maria Carreras.

[Un’incursione nel demenziale a episodi, con sketch derivati da barzellette messicane.]

1969    Un Messicano in un Pasticcio (Un Mexicano muy inguaiado, Mex, col, 90m.) D: Pablo Gonzales. Emilio Gonzales, John Geiger, Natalia Escucha.

[Omaggio alle comiche slapstick. Un Messicano si rende improvvisamente conto che il suo burrito Lorenzo gira sempre nudo e decide di comperargli un vestito. Seguono gag a ritmo serrato.]

1970    Un Messicano a Los Angeles (Un Mexicano a Los Angeles, Mex, col, 97m.) D: Pablo Gonzales. Emilio Gonzales, Rita Rodriguez, Antonio Cabeza.

[Il massimo successo della serie. Un Messicano arriva a Hollywood e decide di fare del cinema, ma incontra un impresario senza scrupoli (Cabeza) che gli fa svolgere i lavori di casa e commissioni varie senza mai presentarlo a un provino. Compreso il trucco, Emilio si licenzia e mentre gira per il Sunset Boulevard in groppa al suo asinello, viene notato dal più grande produttore di Hollywood.]

1970    Un Messicano a New York (Un Mexicano a Nueva York, Mex, col, 93m.) D: Pablo Gonzales. Emilio Gonzales, Rosita Elfian, Stella Del Pilar.

[Dopo il successo a Hollywood decide di prendersi una vacanza e andare a New York per trovare suo fratello Emiliano. Ma questi ha deciso proprio quel giorno di trasferirsi a Los Angeles. Una corsa contro il tempo per fermare il fratello prima della partenza.]

1971    Andy Warhol's Un Messicano (Un Mexicano - de Andi Uàrol, Usa-Mex, b/w, 832m.) D: Andy Warhol - Pablo Gonzales. Emilio Gonzales, Lou Reed, John Lennon, Roman Polansky.

[La pellicola più artistica ma la meno compresa. Nelle prime due ore Un Messicano dorme e viene ripreso a letto. Poi va a vedere un concerto in un club di New York tenuto dal solo Lou Reed senza Velvet Underground. Qui incontra John Lennon che lo invita a casa sua a un party (che dura cinque ore) perché Yoko Ono è in Europa. Arriva Roman Polansky e parlano per tre ore.]

1973    Un Messicano contro Dracula (Un Mexicano y los vampiros, GB-Mex, col, 112m.) D: Pablo Gonzales. Emilio Gonzales, Christopher Lee, Manola Gutierrez.

[Un Messicano arriva in Spagna e per colpa della pioggia chiede asilo in un castello. Si tratta, però, della residenza estiva del Conte Dracula, nella quale vengono invitati i vampiri di tutto il mondo.]

1975    Un Messicano alla corte di Re Artù (Un Mexicano a la corte de Re Arturo, Mex, col, 98m.) D: Emilio Gonzales. Emilio Gonzales, Pablo Gonzales, Estrelita Gonzales.

[Diretto dallo stesso Emilio, il film vede il cugino Pablo in una breve parte e l’esordio della figlia Estrelita. Un Messicano va in Inghilterra e in un museo di armature scontra contro una mazza ferrata svenendo: sogna così di diventare il cavaliere fidato di re Artù... ma si tratterà davvero solo di un sogno?]

1975    Un Messicano contro Godzilla (Katahoi Mexicano huntashu gohai Godzilla, Jpn, col, 213m.) D: Yukio Masahatsumoto. Keyko Kyu, Samaru Sapotzu, Emilio Gonzales.

[In realtà si tratta del film “Hirotiro Sakamuri contro Godzilla”, ma vennero aggiunte delle sequenze con Un Messicano per il mercato internazionale. Godzilla è di nuovo in azione e decide di attraversare l’oceano Pacifico per distruggere il Messico.]

1976    Un Messicano e l’attacco dei Dischi Volanti (Un Mexicano y los Marcianos, Mex, col. 114m.) D: Pablo Gonzales. Emilio Gonzales, Guillermo Hernandez, Ramona Castro, Felipe Garcia.

[Un Messicano torna in Messico, a Roswell, capitale mondiale degli avvistamenti di dischi volanti. Fa una scoperta sensazionale: in una piramide Azteca si cela una base marziana pronta a dare attacco alla Terra.]

1977    Cucaracha Night Fever (El Malor de la Noche de la Cucaracha, Mex, col, 102m.) D: Pablo Gonzales. Emilio Gonzales, Sonia Braga, Manolo Mantero, Esteban Correos.

[Un Messicano decide di partecipare a una gara di ballo, ma non sa ballare, decide allora di prendere lezioni, ma ha solo una settimana di tempo se vuole vincere il primo premio. Si rivolge così al vecchio insegnante Manolo (Mantero) che ha dei problemi con la figlia: la piccola non parla mai. Ma Un Messicano scopre che il mutismo della ragazzina è dovuto ad un piccolo trauma subito da bambina. Riuscirà a farla parlare e assieme a lei vincerà il concorso di ballo.]

1978    Un Messicano nella Valle delle Formiche Rosse (Un Mexicano en la vale de los formigon rojo, Mex, col, 104m.) D: Roger Corman. Emilio Gonzales, Peter Bogdanovich, Fernando Calvo.

[Omaggio ai B-Movie sulle radiazioni. In una valle sconosciuta a ogni essere umano, tranne allo scienziato senza scrupoli Manolo (Calvo), vengono effettuati degli esperimenti radioattivi che rendono le formiche rosse assetate di sangue. Queste escono subito dalla valle per attaccare gli uomini, ma Un Messicano si trova in vacanza all’imboccatura della valle...]

1980    Un Messicano alle Olimpiadi (Un Mexicano a las Olimpiades, Mex, col, 82m.) D: Pablo Gonzales. Emilio Gonzales, Susana Rey, Paloma Delgado.

[A Un Messicano viene chiesto di andare alle Olimpiadi per rappresentare il Messico, ma il suo fisico grassoccio non lo favorisce di certo...]

1982    Un Messicano - Il musical (Un Mexicano - El Musical aka: La Cucaracha, Mex, col, 132m.) D: Pablo Gonzales. Emilio Gonzales, Tim Rice, The Kiss, Barbara Straisand, Still Crosby Nash & Young.

[Un Messicano esce dal carcere per il possesso illegale di asinello, ma il suo burrito Lorenzo gli è stato sequestrato fino a quando non troverà le pesetas necessarie per riscattarlo. Decide quindi di organizzare un concerto per racimolare i soldi e di chiedere aiuto a qualche suo amico.]

1983    20th Anniversary Tribute Concert to Un Mexicano - Live In Aguacaliente (El Concerto Tributo para el Ventesimo Compleaño de Un Mexicano - Desde el Vivo in Aguacaliente, Mex, col & b/w 197m.) D: Pablo Gonzales. Rodrigo Esteban, Pink Floyd, Tim Rice, The Kiss, Barbra Straisand, Still Crosby Nash & Young, Lou Reed, Devo.

[Film concerto.]

1985    Un Messicano Viaggia nel Tempo (Un Mexicano Viaja en el Tiempo, Mex-Usa, col 128m.) D: Pablo Gonzales. Emilio Gonzales, Ramon Peñales, Maria Conchita Alonso.

[Un Messicano si rende conto di aver visitato ormai tutti i paesi del mondo e si annoia perché non trova più nessuno stimolo esterno. Decide quindi di andare a trovare il suo amico Manolo (Peñales), uno scienziato di fama internazionale che ha appena terminato la costruzione di una macchina del tempo. Si offre quindi volontario per sperimentare la macchina e andare un po’ qui e là attraverso i secoli: fra tutti i periodi spicca l’episodio di Un Messicano nel West.]

1992    Un Messicano e il mistero del Drago d’oro (Un Mexicano y el misterio del Drago de oro) (Incompiuto) D: Pablo Gonzales. Emilio Gonzales, Rodrigo Esteban, Tara Conchita.

[Sono sparite due preziosissime statue raffiguranti un Drago D’Oro e il proprietario manda a chiamare Un Messicano per sfruttare le sue capacità deduttive. Questi si fa accompagnare dall'amico Manolo (Esteban), noto collezionista d’arte, il quale scopre che le due statue non valgono assolutamente nulla. Perché allora il proprietario le rivuole con così tanta apprensione? Non è possibile che il terzo dragone - che viene consegnato a Un Messicano in una sala da tè - sia una chiave funzionante solo se affiancata agli altri due dragoni?]
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sabato, 12 maggio 2007

Settembre 2000
A Pablo e Emilio Gonzales


    Emilio Gonzales nasce il 22 Maggio 1924 ad Aguacaliente, in Messico, da una famiglia di allevatori di bestiame dal passato rivoluzionario. La sua infanzia la trascorre nella fattoria dei genitori, fino a 16 anni, età in cui prende la decisione della sua vita: in occasione della sagra di Aguacaliente assiste a una rappresentazione musicale di “Romeo y Julieta”, portata in scena da una compagnia di mariachi itinerante e decide di seguire il gruppo per imparare il mestiere.

    Nel giro di pochi anni si sparge di villaggio in villaggio la leggenda di un bel ragazzotto dalla voce incantatrice e dal talento poliedrico. La sua carriera è però costantemente messa in pericolo dalla passione per il gioco e i soldi altrui, nonché dalle ottime capacità di reggere l’alcol. A 24 anni è già stato giudicato da vari tribunali del Paese per piccoli furti, due rapine di banche, numerose ubriacature moleste e per truffa al gioco. Un po’ per il suo fascino e i modi galanti che incantavano le mogli di giudici o tutori della legge, un po’ per le pressioni di cariche istituzionali molto in alto che ben conoscevano le doti di Emilio, non sono mai stati presi grossi provvedimenti nei suoi confronti. Due anni dopo sposa il suo grande amore: la più bella attrice di teatro del Paese in quel periodo, Carmen Gutierrez che gli regala il piccolo Emilio Jr. lo stesso anno, a cui seguirà due anni dopo la nascita di Pepito e, nel ‘53 Estrelita, l’unica che seguirà le orme paterne con discreto successo.

    Nel 1951 a 27 anni diventa primo attore del ‘Teatro Nacional de Ciudad del Mexico’ inanellando continui successi sia in spettacoli musicali che classici di prosa. La sua fama è pari a quella che, qualche decennio prima, aveva immortalato Rodolfo Valentino, e la sua estrazione basso-popolare lo rende particolarmente vicino alla povera gente: quando il suo cachet raggiunge il massimo per un attore di teatro, continua a tenere spettacoli gratuiti nelle piazze assieme all’inseparabile Carmen. La loro è la coppia più invidiata e più amata del Messico.

    Qualcuno dice che la sua popolarità fosse ammirata anche da Walt Disney, il quale decise, nel 1954 di dedicare a Gonzales un cortometraggio animato ormai giudicato irreperibile: Loco, el perro y Un Mexicano a la riscossa. Dietro il personaggio di Emilio la voce di un’altro grande estimatore del Nostro: Orson Welles che pare si fece sottopagare pur di cedere la voce ad uno dei suoi attori preferiti (Emilio Gonzales doveva interpretare la parte di Sancho Panza nell’incompiuto Don Quichote di Welles).

    Il successo che ebbe in patria quel cortometraggio (pur non essendo mai stata accertata l'origine dell’ispirazione di Disney) fu tale da far entrare in testa ad Emilio il tarlo del cinema. Solo nove anni dopo, nel 1963, Emilio riesce a realizzare questo sogno alla giovane età di 39 anni. Reduce infatti da una trionfale turné negli Stati Uniti (Texas e California), con la shakesperiana “Muy Rumor por Nada” (alla quale aggiunge, ogni sera, un secondo spettacolo gratuito fra osterie, fiere o piazze, improvvisando canzoni, sketch comici e acrobazie) non incontra alcun ostacolo al suo progetto cinematografico e i mecenati fanno la fila per figurare come ‘sponsor’ del primo film di Emilio.

     Si tratta di Un Mexicano todo loco nel quale fa coppia con la bella Carmen e viene diretto dal cugino Pablo, alla sua prima regia dopo qualche anno di tirocinio come cameraman per emittenti americane. Il successo supera ogni più rosea prospettiva e viene replicato immediatamente, l’anno dopo con Un Mexicano colpisce nuevamente: stesso cast e sempre il cugino Pablo alla regia (ruolo che ricopre in quasi tutti i film della serie). L’antagonista è il bravo Rodrigo Esteban, un caratterista che, grazie ai molti anni di collaborazione con Emilio a teatro, sa perfettamente adeguarsi al ruolo di spalla dell’istrionico protagonista.

    Qualche mese dopo la première del secondo film, una tragedia si abbatte su Gonzales: la moglie Carmen muore giovanissima a causa di una letale e rapida forma influenzale. Il Paese si unisce al lutto di Emilio la cui recitazione spensierata non sarà più lo stessa.

    Dopo due anni di pausa esce quello che doveva segnare il ritorno "impegnato" di Emilio, Un Mexicano en Mexico. Storia epico-romantica sullo sfondo di gesta zapatiane,
il film è un omaggio alla moglie scomparsa. Fu un fiasco clamoroso perché il pubblico abbinava il nome di ‘Un Messicano’ alle gesta comico-avventurose del solitario messicano e il suo burrito Lorenzo. Alla fine delle riprese il fedele Rodrigo Esteban, che qualche mese prima aveva intrapreso la carriera politica, viene eletto sindaco di un piccolo paese del centro Messico e abbandona le scene pur rimanendo fedele amico e consigliere di Emilio.

    Quello che da molti viene considerato il massimo capolavoro della serie di Un Messicano, esce due anni dopo: Un Mexicano en lo espacio. Ispirato al film dello stesso anno “2001: Odissea nello spazio”, unisce la comicità ormai classica delle prime due pellicole di Gonzales a un surrealismo naif senza pari: celeberrima la scena - ammirata anche da Kubrick - in cui Un Messicano galleggia nello spazio sulle note de La Cucaracha.

    Il successo spropositato di Un Mexicano en el espacio eccita i due cugini Gonzales che sfornano immediatamente gli esilaranti: Un Mexicano mas loco del mundo e Un Mexicano muy inguaiado, entrambi del ‘69.

    Venne il turno del "dittico" definito ‘Un Messicano in vacanza’. Si tratta di Un Mexicano a Los Angeles e Un Mexicano a Nueva York. Il primo fu un trionfo senza pari, e a tutt’oggi nessun film messicano ha mai incassato così tanto. Il film è la consacrazione definitiva di Emilio, che a 46 anni può anche permettersi di cedere alle lusinghe del re della Pop-Art, Andy Warhol che lo vuole assolutamente per un suo progetto: il fisico di Emilio si è ormai lasciato plasmare da una dieta a base di tequila e burritos, e la sua possanza è l'ideale per la pellicola di Warhol. Il film non ha purtroppo un grande successo, a causa per lo più del montaggio poco convenzionale che il regista impone: le 13 ore circa di virtuosismi warholiani costituiscono il grosso handicap di Un Mexicano - de Andi Uàrol.

    Emilio entra in una crisi depressiva dalla quale esce solo due anni dopo. Con rinnovato vigore artistico inanella un succrsso dopo l'altro: affronta non dei comuni vampiri, bensì Dracula in persona, interpretato da un Christopher Lee in ottima forma (Un Mexicano y los vampiros, 1973).
Incontra Artù e i cavalieri della tavola rotonda (Un Mexicano a la corte de Re Arturo, 1975), l’unico film di cui firma anche la regia. Suo cugino Pablo partecipa in un breve cameo, mentre la figlia Estrelita è la giovane protagonista femminile.
Sconfigge Godzilla in un film giapponese (Katahoi Mexicano huntashu gohai Godzilla, 1975). In realtà si trattava di Hirotiro Sakamuri contro Godzilla, ma venne ingaggiato Emilio Gonzales per girare delle sequenze aggiuntive con il personaggio di Un Messicano e raggiungere così un mercato più vasto.
E ancora, salva la terra da un attacco di alieni (Un Mexicano y los Marcianos, 1976).

    Il 1977 è l’anno di John Travolta e del suo “Saturday Night Fever” e Emilio interpreta Un Messicano in vena di ballare in El Malor de la Noche de la Cucaracha, dello stesso anno, con una giovanissima Sonia Braga, nota attrice brasiliana. La musica da discoteca gli risveglia la mai completamente sopita passione per la canzone e decide di rispolverare la sua chitarra mariachi (e le corde vocali) per realizzare un film musicale di Un Messicano, progetto che lo terrà impegnato per ben cinque anni, durante i quali convoglierà ogni guadagno in direzione del musical. Come accadde per il cachet di Un Mexicano en la vale de los formigon rojo, 1978 (diretto dal veterano Roger Corman e con la partecipazione di Peter Bogdanovich: un simpatico omaggio ai b-movie sulle radiazioni mutanti) e Un Mexicano a las Olimpiades, del 1980 (film minore che vede Un Messicano alle prese con varie discipline sportive).

    Due anni dopo vede finalmente la luce lo spettacolare musical: Un Mexicano - El Musical (aka: La Cucaracha) che vede molti ospiti e amici di Emilio alle prese con una spensierata rivisitazione musicale delle gesta di Un Messicano.

    L’anno dopo si riunisce il cast del film, più qualche altro ospite musicale, per prestare omaggio alla figura di Un Messicano nel concerto tributo a Emilio: El Concerto Tributo para el Ventesimo Compleaño de Un Mexicano - Desde el Vivo in Aguacaliente. Il concerto, registrato dal vivo nel paese natale di Emilio, raggiunge il momento più toccante quando sul palco sale per rendergli omaggio Rodrigo Esteban, il suo alter ego durante gli anni della gavetta.

     In questi anni, Emilio combatte e vince la propria battaglia contro l'alcol, smettendo definitivamente con l’amata tequila. Il suo ritorno sugli schermi è del 1985, anno in cui il successo di Zemeckis con "Ritorno al Futuro" lo stuzzica a replicare con Un Mexicano Viaja en el Tiempo, ma Emilio si sente stanco e gli spettatori se ne accorgono. Senza l’aiuto del bere è facile preda di crisi depressive e il fantasma dell'indimenticata moglie è sempre presente. Il baratro in cui cade dura per ben cinque anni.

    Gli ultimi mesi del 1991 lo vedono riaffrontare la vita con un nuovo progetto. L’aiuto morale gli viene dall’amico di sempre Esteban che promette a Emilio di tornare a recitare in coppia con lui. Il film (un misterioso intrigo ambientato in Cina) comincia le riprese nei primi giorni di dicembre, ma Un Mexicano y el misterio del Drago de oro non vedrà mai la luce. La sera del 21 Gennaio 1992, Emilio Gonzales muore in un incidente automobilistico a 68 anni.

    Il cugino Pablo e l’amico Rodrigo hanno creato la “Fondacion Emilio Gonzales” che si occupa di divulgare e tenere viva la memoria e l’opera di questo straordinario personaggio, attore, musicista, cantante, ma soprattutto uomo.


Il marchio “Un Messicano” e “U.M.” sono © Eredi Gonzales

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categoria : racconti

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sabato, 28 aprile 2007

5 Ottobre 2001
A mamma e papà

    La distesa di un immenso deserto. Un paio di aquile si rincorrono fra le nuvole. Il miraggio di un cactus all’orizzonte. Qualche scorpione che si fa strada nella sabbia. I rollin’ bushes fanno il loro lavoro trasportati dal vento. Molto lontano, la sabbia si alza facendosi polvere.
    Polvere, polvere. Per qualche minuto aumenta di dimensione, poi comincia ad avvicinarsi. La gobba di un ramo secco fra la terra asciutta ha ruotato la sua ombra di quasi novanta gradi, quando nel mezzo del banco di sabbia comincia a distinguersi un piccolo punto che avanza. Le ombre si sistemano ancora un poco, prima che il punto sia così vicino da potersi distinguere. È un’automobile da fuori strada, con ruote grosse e scaletta per salire; i finestrini sono chiusi e coi vetri scuri.
L’auto sfreccia rimbalzando sulle zolle secche e prosegue il suo cammino. La guida Saul, un giovane sulla trentina e già qualche capello bianco. Indossa un paio di occhiali dalla montatura leggera e ha uno splendido sorriso sul volto. Sta parlando con sua moglie, seduta accanto. Lei è Fatimah, bellissima ragazza mulatta di poco più giovane di Saul. Il suo abbigliamento tradisce delle origini africane, un lungo abito decorato di oro, su colori della terra: marrone, giallo zolfo, bianco, rosso vermiglione . In testa, un piccolo fez sui capelli corti, le attribuisce l’aria di una regina, mentre il piccolo neo sullo zigomo, le rende il volto molto seducente. Sul sedile posteriore, appisolati per il lungo viaggio, ci sono Malcolm e Laura, i due figli, rispettivamente di sei e otto anni.

    “Come minimo sono sei anni che non ci torniamo” dice Fatimah.
    “È vero. L’ultima volta c’era già Laura e avrà avuto un anno…” risponde Saul.
    Fatimah avvicina il viso a quello del marito “Non ti spiace se ti ho trascinato qui, vero?”.
    Saul sorride “Anzi. Avevi ragione: una volta ogni tanto i miei parrocchiani possono fare una festa dell’acqua senza il loro pastore.”
    “Sai che ti amo, vero?”, stuzzica lei.
    “Mmh… Fammi pensare… Hai accettato di vivere con un uomo che non è della tua stessa fede, gli hai dato due splendidi figli, lo segui ovunque vada, quando ti fa arrabbiare lo perdoni dopo pochi secondi… qual era la domanda, scusa?”
    “Ma sei uno…!” ridacchia lei tirando qualche pugnetto sulla spalla del giovane pastore.
    Ridono tutti e due, mentre il motore arranca fra le dune. Il viaggio è cominciato la mattina presto dal loro villaggio e manca ancora qualche ora prima del loro arrivo. Il sole non ha ancora raggiunto lo zenith, ma il caldo comincia a sentirsi.
Polvere e sabbia anche quando, qualche ora dopo, stanno raggiungendo Oasi.
    “Mal, Laura, siamo arrivati!”
    “Ehi, ma è grandissimo!” esclama Malcolm.
    Laura commenta solo con un “Wow!”

    Oasi è, appunto, un’oasi. Una conca avvolta da collinette dove però non c’è vegetazione. Dovrebbe comunque esserci un laghetto. Un laghetto nascosto dalla costruzione. La confraternita di Oasi ne ha fatto un grosso mercato per tutte le tribù nel raggio di quattromila chilometri. L’imponente struttura è coperta da milioni di rami di bambù per una superficie di circa cinquemila metri quadrati.
    Un cartello indica lo spiazzo dedicato al cambio auto. Saul guida la macchina all’interno e accosta accanto a una motocicletta. I bambini sono entusiasti e scendono urlando e correndo: non hanno mai visto un agglomerato di costruzioni così vasto. Fatimah li rincorre e Saul smonta con calma lasciando le chiavi nella portiera. Un tizio mingherlino e la sua famigliola gli viene incontro, lo saluta e lo supera dirigendosi verso l’auto. Dopo pochi secondi l’auto è nuovamente in viaggio.
    Saul procede in direzione dell’angolo dietro al quale aveva visto scomparire la sua famiglia e quando lo raggiunge trova uno degli accessi a Oasi. Entra nel corridoio con le pareti di bambù e si unisce di nuovo a Fatimah e ai bimbi. L’accesso porta in una delle piazze. Le piazze coperte sono grandi da poter ospitare duemila uomini ciascuna e quella in cui si trovano ora, non ne sta contenendo certo meno. Al centro di essa, dei musicisti accompagnano dei giocolieri e il volume è alto, così come il morale.
    “Non mi ricordavo così tanti negozi!” urla Fatimah.
    “Cosa?”
    “Non mi ricordavo tanti negozi!”.
    “Devono aver chiuso qualche locanda per aprirne di nuovi.”
    “Guarda!… Un negozio di frutta! Andiamo?”
    “Ma l’hai vista la coda?… Ci vorranno ore! Magari ci torniamo prima di andare via, va bene?”
    “Va bene!” sorride Fatimah, mentre Laura le tira il largo vestito.
    “Mamma, Malcolm non crede che io sia già stata qui!”
    “È vero, Malcolm. Tua sorella è stata qui con noi quando era ancora piccola così!”
    “Ma lei dice che si ricorda tutto e non è vero!”
    “E invece sì!” rintuzza la sorella.
    “Impossibile! Eri troppo piccola!…”
    “Basta ragazzi, non bisticciate!” interrompe Saul con tono di rimprovero, ma con l’espressione di chi è costretto dal proprio ruolo.
    La coppia e i due bambini imboccano una via che, come il resto di Oasi, è coperta dai ramoscelli flessibili del bambù che fanno filtrare la luce del sole e l’azzurro del cielo. La strada si chiama Via dei Ristoranti e lungo di essa lavorano una cinquantina di ristoranti con specialità di tutto il mondo.
    Fatimah è stupita e esclama “Ma guarda… anche qui! Sei anni fa ce n’erano sì e no venti!…”
    “Meglio. Ora c’è più scelta.” ribatte sorridendo Saul.
    Proseguono per circa duecento passi e si fermano all’altezza di un ristorante indiano. Fatimah indica la vetrina e dichiara la sua preferenza: “Mhm, questo m’ispira proprio!”. “Bene. È tanto che non mangio indiano… Amo tutte quelle spezie… E voi due che ne dite?” s’informa Saul. “Non ci sono verdure, vero?” chiede Malcolm. “Basta che tu prenda un piatto che non le ha, no?” risponde Fatimah con ironica saggezza. “Bene. Allora tutti dentro!” incita il giovane pastore, con la bella moglie al braccio e i due figli dietro. Laura fa una smorfia a suo fratello.

    Mangiano riso al curry, con montone in umido, bevono succhi di piante lontane e zuppe di verdure. Poi, mentre i due bambini giocano nel piccolo giardino del locale, i due genitori cominciano un discorso che chiunque essere umano sulla terra ha affrontato centinaia di volte nelle ultime dodici settimane.
    “Non so se hai contato i giorni come me, ma sono passati già tre mesi dalla rivelazione.” Fatimah è la prima a cominciare.
    “Già. Ma proprio per questo non dobbiamo avere fretta. Ricorda quanto siamo fortunati: stiamo vivendo nell’era della rivelazione del Creatore.”
La distruzione coprì tutto il pianeta qualche tempo addietro, ma il Creatore si era rivelato all’umanità confortando gli animi e rispondendo alle preghiere dei superstiti. Si ebbe la conferma su quanto frange di filosofi e teologi cercavano da millenni di sostenere e provare: che il Creatore ama tutte le fedi. Colui che creò tutto promise che presto avrebbe posto fine all’esistenza dell’uomo sulla terra, per portarlo là dove era stato esiliato milioni di anni prima. Fatimah e qualche centinaio di milioni di sopravvissuti, sulla terra, stanno aspettando con ansia quel giorno e Saul la tranquillizza con la sua saggezza.
    “Non credo si debba essere impazienti. E’ come se già vivessimo in un paradiso terrestre. Hai visto com’è cambiato in bene, l’animo degli uomini dopo la rivelazione? Siamo dei privilegiati e per questo non dobbiamo approfittarcene. Hai fatto la preghiera dell’alba, per esempio?”
“No, eravamo già in viaggio. Allah ci concede di saltare la preghiera se c’è un motivo importante, o durante i viaggi. Ho sgranato il mio tasbih, comunque.”
    Lui sorride prendendole la mano e cominciano a parlare dei piccoli problemi di tutti i giorni, dei bambini e di cosa comperare a Oasi. Dopo uno squisito dolce a base di latte, riso e uvetta, pagano al cameriere e recuperano i due piccoli, che hanno raccolto tutta la sabbia del mercato, sui loro vestiti. L’associazione d’idee li porta a cominciare a far spese nei negozi di vestiario, dove Saul compera l’ennesima camicia di jeans e un cappellino con visiera e Fatimah un bel vestito lungo, degli abiti da escursione in montagna e delle scarpe da ginnastica. Malcolm rifiuta con tutte le sue forze la tuta, ma non si fa pregare per una maglietta con una freccia che indica a lato, e la scritta “Sono con uno stupido”. Laura non coglie la malignità del fratello e si fa comperare una gonna a pieghine, azzurra.


    Verso il tramonto la famiglia ha completato le spese di vestiti, alimenti, libri e utensili e tutti sono soddisfatti. Un ultimo sguardo a una delle piazze del mercato e escono da Oasi. Il sole è un grosso tuorlo d’uovo che cala, mentre si avvicinano a una lunga automobile familiare. Un forte vento comincia ad alzarsi, ma la sabbia resta incollata al terreno. Fatimah si tiene il cappellino e urla a Saul di entrare in auto mentre, con la mano libera, fa premura ai bambini.
    Saul aggrotta le sopracciglia e dice “Aspetta”. Lei si avvicina e lo guarda con curiosità, mentre lui gira su se stesso lentamente e guarda in lontananza. Poi da lontano intravede una estesa nuvola bianca, come nebbia, avvicinarsi. Guarda alle sue spalle e vede la stessa cosa… e alla sua sinistra e alla sua destra. Tutto intorno. Fatimah ha un sussulto e guarda verso la costruzione del mercato. “Bisogna andare ad avvisarli”.
    “Non è necessario, Fatimah.” Lei si volta verso il marito e ora lo vede sorridere.
    La nebbia è quasi luminosa e si sta chiudendo ad anello, da tutte le direzioni, su Oasi. Il vento è potente, mentre il rumore assordante fa vibrare tutto il terreno.
    Fatimah si avvicina quindi al marito e con una mano tiene a sé i due bambini spaventati, mentre il mercato con tutti i suoi avventori viene inghiottito. Saul bacia i due bambini, poi si risolleva, bacia Fatimah, e riprende a guardare l’orizzonte che ormai è vicinissimo. Un profondo sospiro e tira fuori dalla camicia la sua catenina col crocifisso, stringendola nel pungo. Fatimah lo guarda e prende dalle tasche del vestito il suo tasbih.
    La coltre è ormai a pochi passi da loro e in un battito di ciglia li inghiotte. Un colpo di timpano e un flash accecante.


    Saul aprì gli occhi e sopra di lui c’era una tempesta magnetica, fulmini e tuoni riempivano il cielo e attorno a sé tutto era molto buio. Una saetta caduta poco più in là riuscì a mostrargli, in lontananza, la struttura di Oasi. Avvertiva che qualcosa era cambiato, ma non riusciva a focalizzare cosa. Si mise seduto sul terreno arido e attorno a sé vide una vasto tappeto di neonati che piangevano, sdraiati a terra e agitavano le manine verso l’alto. Accanto a sé vide Malcolm e Laura come erano sei e otto anni prima. Fra lui e loro riconobbe una bambina con un piccolo neo sullo zigomo ed era senza dubbio Fatimah. Guardandosi le caviglie e i piedi si rese conto che anche lui era tornato indietro di trentadue anni, ma con una coscienza e conoscenza che non aveva mai avuto. Sorrise a Fatimah e seppero che nessuno dei due provava paura, poi una cascata d’acqua arrivò da lontano e coprì tutto attorno facendo crescere, quasi istantaneamente piante, alberi e prati e il sole comparve in cielo. Come Adamo ed Eva, loro furono gli ultimi esseri viventi a lasciare la terra. E si concluse la storia dell’uomo.

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