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Grazie.
Quel mazzolin di fiori
che volge a mezzogiorno,
piovigginando sale
e in sul calar del sole,
in duplice filar,
odo augelli far festa.
Silvia, rimembri ancora
il verde melograno
da’ bei vermigli fior
come d’autunno
sugli alberi, le foglie?
Sempre caro mi fu quest’ermo colle.
Ho parlato a una capra,
era il cavallo stramazzato.
Ritornava una rondine al tetto: “è tempo di migrare,
va ti posa sui clivi e sui colli
e il falco alto levato.”
Che fai tu, luna, in ciel,
tanto gentile e tanto onesta pare,
d’in su la vetta della torre antica
ove il mio corpo fanciulletto giacque?
Chi vuol esser lieto sia,
ma per seguir virtute e canoscenza. Taci. Si fa sera. Di quella pira m’illumino d’immenso. Spesso il male di vivere ho incontrato,
così mi distraggo un po’
seduto in quel caffè,
vengo anch’io. No, tu no!
Passata è la tempesta,
l’Italia s’è desta:
chinati i rai fulminei,
le braccia al sen conserte,
la donna mia quand’ella altrui saluta
ed è subito sera.
S’i fossi foco arderei
l’albero a cui tendevi
la pargoletta mano.
T’amo pio bove,
per me si va nella città dolente,
lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.
Cantami, o Diva, del Pelìde Achille:
viveva con sua madre in Cornovaglia.
Ei fu. Siccome immobile,
questo matrimonio non s’ha da fare
né domani né mai
e il naufragar m’è dolce in questo mare.