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sabato, 23 giugno 2007

03 Settembre 2003
A Daniela, Matteo, Emilio, Alberto, Pablo, Luigi, Giulio, Axel



Bene, bene, sto bene. Sono quasi le due di notte, sono appena tornato a casa e mi sento bene. State tranquilli, grazie. Con un grosso aiuto dei miei amici credo di avercela fatta.

Sì, perché stamattina ero ancora lì a pensarla. E quando mi torna in mente non sono sicuro di essere così forte. Nella pausa pranzo dovevo mandarle la lettera che ho scritto fra domenica e lunedì. E poi mi sarei distratto, ma il capo andava a mangiare a casa e il collega con la fidanzata. Sì, sì, andate, nessun problema, mi prendo un boccone di sotto e mangio in studio. Scendo. Al bar-tavola tiepida ordino una pizzetta e un hamburger senza ketchup. Poi, visto che vanno cotti, faccio un salto in edicola per ingannare il tempo.

Questo mese sono cominciate delle collane interessanti in DVD.
"Mi dà l’Espresso con “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”?...
Ce l’ha ancora la prima uscita del cinema italiano? “Nuovo Cinema Paradiso”?
E anche la seconda coi “Soliti Ignoti”?
Perfetto, ah, questa è la collana del cinema Western... cos’è il secondo numero? “Un dollaro d’onore”. Ok. E il primo? “I magnifici sette”? Ok, prendo anche quello.
E questo cos’è? “Oggi”. La grande commedia italiana degli anni sessanta? “Il Mattatore” con Gassmann. Eh, mi dia anche quello, che c’è il cofanetto e quindi devo prenderlo per forza."
Sei DVD.

Torno a recuperare il panino e la pizzetta. Poi vado in studio e mi piazzo davanti alla tivù sbriciolando per terra, che alle sei viene una signora a parlare con il capo per lavoro. Vabbeh, pulisco dopo. Mi tolgo la camicia per il caldo, Coca-Cola stappata, sul divano e pizzetta sbrodolosa. Mi vedesse il capo morirebbe sul colpo. Pizzetta e panino sono molto buoni, anche se hanno lo stesso gusto. Sanno di altre sette cose scaldate negli ultimi due anni con la stessa piastra, fra cui cotoletta di pollo, torta di verdure, polpettone. Non è male, paghi uno e gusti sette.
In televisione danno il tigì regionale: il mio amico Luigi ha fatto un ottimo spettacolo, ieri sera. Cià che gli mando un messaggio di complimenti.

Nel pomeriggio Luigi mi chiama e mi chiede se ci vediamo questa sera. Ma no, non sono ancora pronto, voglio stare un po’ da solo, tornare a casa, chiudermi nella mia tana, avvolgermi nella bambagia, vedermi un filmetto, mangiare e lasciarmi viziare dalle mie cose. Lui insiste, altrimenti si offende, ché deve festeggiare l’esibizione di ieri.
"Ti piace il pesce crudo?" mi chiede.
"Cos’è, un’allusione?", faccio io.
"No, siccome sono a dieta, potremmo mangiare sushi. Ne puoi mangiare quanto vuoi e non ingrassi!"
"Ma io ho l’insalata che mi va a male in casa, vieni tu da me... e poi non c’ho soldi..."
"Pago io, perché dobbiamo festeggiare".
Inutile discutere con Luigi. Ok.

Mangiamo pesce crudo e Coca-Cola. Tradizionale abbinamento giapponese. In cina: “coca cola” vuol dire “mordi il girino di cera”. Non voglio sapere cosa significhi in giapponese. Di certo non lo sapranno nemmeno quelli del ristorante: non c’è una faccia che sia una con gli occhi a mandorla. Le cameriere sono italiane, e il cuoco ha più la faccia da pakistano che del giapponese. A fine cena, Luigi paga il conto: 87 euri in due! No dico: una novantina di mila lire a testa per dei bocconcini di pesce crudo e due Coca-Cole? Ripenso a Pablo e ai discorsi fatti su Gollum e il pesce crudo.

Andiamo a fare una visitina al musicstore. Non posso spendere e così do un’occhiata ai cd in offerta. E alla fine riesco a spendere undici euri, ma per tre cd. Cioè due, ma uno è doppio. Si chiama “Café Nashville” e costa sei euri e sessantasei. È una raccolta di trentadue classici country. L’altro, a quattro euri e qualcosa, è un concerto di Merle Haggard. La copertina recita: “23 Great Songs”. Poi giri la custodia e i brani contenuti sono 25. I rimanenti due devono fare proprio schifo. Allora potevano scrivercelo “23 great songs + 2 awful”.

Andiamo a casa di Luigi e, per la strada, lui insiste nelle sue teorie sulle donne tutte vacche e che non ci si deve innamorare, ma trombarle e basta. Non è proprio il tipo di consolazione di cui ho bisogno, ma il suo cinismo mi serve ugualmente. Non so come, visto che non condivido quello che dice, ma mi sento in qualche modo più leggero. A casa sua mi recita in anteprima il suo nuovo spettacolo su Rossini. È ancora incompleto e debutterà a metà ottobre. Splendido. Molto divertente. Mi fa ascoltare anche le prove della musica, composta come sempre da lui. Non vedo l’ora di vedere il lavoro in scena. Me ne vado intorno all’una e mezzo, mentre lui continua a sproloquiare sulle donne e raccontandomi delle sue avventure, prive di sentimentalismo.

Mentre torno a casa penso che sto compiendo una svolta nella mia vita. Negli ultimi due anni sono cresciuto, sono invecchiato, mi hanno fatto capire che è sbagliato voler rimanere Peter Pan a vita, ma non tutto quello che vedo con gli occhi da adulto mi piace. E stavo perdendo tante amicizie, perché mi è stato insegnato che bisogna dedicare il nostro tempo e i nostri sforzi solo all’altro sesso, e che le amicizie sono distrazioni. Non ne sono molto convinto, ma inconsciamente stavo facendo piazza pulita intorno a me. Eppure non ho mai sentito Emilio così vicino come in questo periodo. Mi ha sentito in difficoltà e ha sempre cercato di trovare un po’ di tempo per me, nonostante tutti i suoi impegni. Anche Daniela, a distanza, si è prodigata e preoccupata per me. In vacanza, Alberto ha sopportato pazientemente le fasi peggiori della vicenda. La distanza geografica con Matteo ha fatto sì che ne venisse informato più tardi, ma non perché sia meno importante, aaanzi! E appena ha saputo, eccolo lì, nel suo solito, squisito, modo di occuparsi degli amici. Pablo m’ha dato una grande lezione. Non ci sentivamo da quasi un anno, l’avevo trattato di merda e nonostante questo è stato pronto a partire immediatamente per venirmi in soccorso.

Allora mi sono reso conto che non è necessario crescere da vecchi. Si può crescere e rimanere quello che si è. E a ventisette anni ti rendi conto che la sorgente dalla quale trai la migliore delle energie, è sempre quella degli amici. Ti ricaricano, ti coccolano, ti spronano, ti aiutano. Non è giusto tenere rancori nei confronti di chi ti conosce bene, ti ha soccorso nei momenti di difficoltà o con cui ci si è confidati senza freni. È così che ieri ho fatto un primo passo, e ho scritto ad Axel che non sento da tre anni, ormai, e che è stata una delle amicizie più importanti della mia vita; e stasera ho chiamato Giulio che non vedo da tempo. Le divergenze di opinioni non significano imprescindibilmente la chiusura di un rapporto. Non si è amici per essere identici e darsi sempre ragione l’uno con l’altro, e quanto di bene succede fra due persone, non deve essere dimenticato nei momenti di tensione.

Ok, ok, mi freno, altrimenti sembra quella catena di Santantonio con il tizio che mostra all’amico la biancheria intima della moglie morta. È comunque con questi pensieri che sono arrivato a casa e, fuori dal portone di casa mia, davanti alla spazzatura, trovo un comodino. Gambe di ferro e superficie di legno. Carino. Tutto sommato non un brutto comodino. L’unica pecca è che gli manca un cassetto, ma ci starebbe bene in ingresso, o nella mia stanza da letto. Lo sollevo, apro il portone e me lo porto in casa. E entriamo sereni nella tana, due comodini senza cassetto, ma comunque sempre bei comodini.
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sabato, 26 maggio 2007

2003 / 2004

Dal momento che la scienza riesce a spiegare così bene le reazioni chimiche che provocano le varie emozioni, si può concludere che l’amore non esiste. Così come non esiste il dolore, non esiste la gioia, non esiste il piacere. O meglio, siamo noi a dare a ogni emozione il relativo significato.

C’è una teoria secondo la quale un colore non è lo stesso colore agli occhi di persone differenti. Convenzionalmente il nome della gradazione è comune a tutte le persone, però la tinta può essere diversa per ognuno.

Chi ci dice che non sia la stessa cosa per le emozioni? Che quello che pensiamo sia odio, per altri non sia amore? Che quello che per noi è fastidio, per gli altri non è conforto?

Improvvisamente potresti accorgerti che l’amore che pensavi ti sostenesse da mesi, in realtà era solo orgoglio. L’incapacità di ammettere il proprio errore. Aver riposto in una persona la propria fiducia e speranze che sono andate vane. E averci ricreduto. E averle riviste svanire. E riaverci ricreduto. E riaverle riviste svanire. E ri e ri e ri.

Non è amore, questo. È l’inconscio mea culpa che ripete: “sei tu la causa”. Credere di poter rimediare, di vedere qualcosa attraverso un muro di cemento armato. Ma al di là della parete non c’è nulla. E se anche ci fosse stato, non avresti potuto vederlo. Perché… perché è un muro, imbecille! Non si può vedere attraverso i muri! Anche se i fumetti degli anni settanta ti vendevano il kit per spiare il tuo vicino!

Alla fine ti rendi conto che sei leggero, perché realizzi di aver malinterpretato il colore dell’amore, e che non era rosso-passione, ma grigio-accanimento.

Però sei anche triste, perché hai perso, hai fallito. E se non fosse tristezza? Forse è gioia. Felicità per aver risolto definitivamente il tuo personale cubo di Rubik. E i colori sono tornati tutti al loro posto.
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sabato, 03 febbraio 2007

24 Novembre 2006
31 Gennaio 2007



Quando c’è un funerale, piove. È una cosa che m’ha sempre dato da pensare.
Che se ogni giorno muore qualcuno, non è che piove ogni giorno. Allora diciamo meglio: quando c’è un funerale che mi riguarda, piove.
Sembra una coreografia esclusiva per me e il mio parentado. Consolazione minima a dire il vero.
Ora non è che voglia passare per il privilegiato di qualche divinità che tiene a decorare i momenti salienti della mia vita. Non è che quando sono innamorato ci sia sempre il sole, o mi trovi a correre al ralenty fra campi di fiori o su battigie al tramonto.
Diciamo che è certo il contrario: quando piove c’è un funerale. Per forza: non passa giorno in cui qualcuno non muore.
Oggi, per esempio, piove. Ch’io conosca, non è morto nessuno. Un’amica s’è lasciata col fidanzato, un altro amico ha la cervicale e io ho un po’ di mal di stomaco. Ma passano, dico. La morte, no.
Però piove.

Di solito piove anche quando stendo il bucato. Ecco quella, come coreografia, mi fa abbastanza girare le balle. Mesi di siccità, caldo torrido, poi appena metto i panni sul filo, il diluvio universale (o il “suffragio” universale, come diceva una mia compagna di scuola). Naturalmente di notte, così devi alzarti per ritirare tutto e arrangiarti alla bell’e meglio. Tipo aprire le ante degli armadi per stendere le lenzuola matrimoniali fra i due battenti… Oppure ti giri dall’altra parte e te ne freghi riprendendo a dormire.

Questo non lo puoi fare se hai la finestra che sbatte. M’è capitato una notte. Ero esausto, proprio non riuscivo ad alzarmi. Ogni TU-TUMP-TUMP speravo fosse l’ultimo… invece, ogni dieci minuti, ne seguiva un altro. La notte dopo, alle quattro, la stessa cosa. Al secondo colpo dico: fa che sia l’ultimo. Al terzo mi alzo. Chiudo la finestra. Torno a letto. Prendo un lungo respiro e mi riaccoccolo sotto le coperte con sorriso beato. Il vicino del piano di sopra dà cinque colpi al mio soffitto. Il suo pavimento. In pochi minuti mi monta il nervoso. Mi alzo, cerco il suo numero, lo chiamo:
-    Pronto?
-    Mi ero accorto anch’io che la finestra sbatteva!
-    Senta un po’, ieri sera…
-    Non si azzardi mai più a dare i colpi al pavimento (o al soffitto, avrei dovuto precisare)!
E butto giù.

Ho sempre odiato chi butta giù il telefono.
Una mia ex lo faceva. Tutte le volte dicevo: non lo sopporto, è maleducato.
Ma lei insisteva, così dopo un po’ ho iniziato a farlo anch’io, visto che non c’era possibilità di dialogo. O meglio, per evitare che lo facesse prima lei. Quando sentivo che la discussione stava giungendo all’apice, riagganciavo. Dopo un po’ se n’è accorta e cominciava ad anticiparmi. Le ultime telefonate con lei erano brevissime. Mettevamo giù quasi subito, e in contemporanea.
Alla fine ci siamo lasciati.

Non so voi, ma a me lasciarsi non piace. Non riesco mai a odiare fino in fondo una persona con cui sono stato. Condizione imprescindibile, invece, se vuoi evitare di soffrire come un dannato. Capita, piuttosto, che alla fine di una storia io mi senta in colpa. Anche se è lei a lasciarmi.
Penso che avrei potuto fare di più, che non avrei dovuto dire quella determinata cosa in quella circostanza, che con il mio voler sempre anticipare le esigenze dell’altra persona, a volte trascuro i suoi reali desideri.
E allo stesso tempo ricordo i momenti felici, quelli belli, quelli dolci, quelli divertenti, e mi chiedo come sia possibile che quelli non ci siano più. Che le frasi che si dicevano, i sorrisi e i gesti che ci regalavamo, non si ripeteranno più.
Hai l’impressione che solo tu custodisca la memoria di tutto, solo tu sobbalzi ancora quando la immagini che si stringe a te facendosi piccola, solo tu la ricordi sussurrare parole d’amore, solo tu la desideri ancora.
E forse è così. O forse no, ma non glielo potrai più chiedere, perché quella persona è come se fosse morta dentro di te.

Quando finisce una storia, piove. È una cosa che m’ha sempre dato da pensare.
Che se ogni giorno si separa qualcuno, non è che piove ogni giorno. Allora diciamo meglio: quando finisce una storia che mi riguarda, piove.
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