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martedì, 01 luglio 2008

Oggi vi vorrei parlare di un nuovo tipo di documento che si chiama "Il Passaporto".
Valido per l'espatrio, consiste in un libretto con una vostra fotografia e sul quale vengono scritti i vostri dati anagrafici.
Idea moderna e innovativa, "Il Passaporto" fatica ancora a prendere piede nel nostro Paese. Potreste riscontrare un ritardo delle operazioni, come solitamente avviene per le novità, ma c'è da ben sperare, e dal prossimo anno la tempistica delle procedure potrebbe essere nettamente dimezzata.

Per esempio vi potrebbe capitare che, consegnando la richiesta necessaria il 10 giugno (per dire una data a caso) vi venga comunicato di passare a ritirare "Il Passaporto" dopo venti giorni. Agli inesperti impiegati, in questa prima fase di rodaggio, può essere sfuggito che, nel periodo da giugno ad agosto, le richieste di un documento valido per l'espatrio come "Il Passaporto" potrebbero aumentare. E così, dopo 20 giorni, vi potreste sentir rispondere che ci vorranno: "altri 15, 20 giorni di attesa. Faccia un mese così è sicuro che c'è".

Presentandovi dopo due mesi dalla consegna della richiesta, quindi, eviterete all'impiegato l'imbarazzo di fingere di controllare nel calcolatore elettronico lo stato dei lavori sul vostro documento. Magari dopo che altre cinque persone che hanno presentato domanda il vostro stesso giorno, sono state mandate a casa prima di voi.

Perché, poi, mettere a disagio l'impiegato chiedendo di esporre un cartello che suoni tipo: "le richieste effettuate dal giorno 10 in poi, non sono ancora state soddisfatte"? Avete il vostro numerino, giusto? Quindi restate seduti ad aspettare quell'oretta che ne vale la pena. Avrete mica altro da fare?


E a proposito di numerini. Per rendere più eccitante l'esperienza, l'ufficio per "Il Passaporto" ha escogitato un sistema di attesa al confronto del quale un film di Hitchcock è una commedia dei Vanzina. Pura suspense.
Niente codici con lettera e numero come in posta. Solo numeri. E ogni numero può finire in un diverso sportello.
Per cui se voi, putacaso, vi ritrovate con il numero 71 fra le mani, sul tabellone potreste vedere serviti contemporaneamente il 53, l'80 e il 102.
Giusto perché vi affezioniate. Non vi allontaniate per prendere un caffè o qualcosa.
No. Rimanete lì a far compagnia agli impiegati del nuovo servizio del rilascio per "Il Passaporto"
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categoria : diario, cronaca scema

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venerdì, 06 giugno 2008

Che se ne ha avuti 33 ne avrà avuti anche 32, e 31, e 30, e 29, e 28, e 27, e 26, e 25, e...


30 anni fa, in casa ALghe...


(Chiedo scusa se non riesco a essere più presente, in questi giorni. Ma prima o poi riuscirò a disimpegnarmi. O almeno spero.)
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categoria : diario

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venerdì, 16 maggio 2008

Da piccolo collezionavo gommine profumate. Non so se le facciano ancora, erano quelle gomme per cancellare dalle forme strane: merendine, piccoli oggetti, animali.

Una volta ne rubai perfino una. Durante un litigio fra compagni, un bambino lanciò quella di una bambina in fondo alla classe. Finì sotto a un banco. Era fatta a forma di testa di vampiro, con un buco sotto per infilarla sull’estremità della matita. Pensai di essere stato l’unico a vedere dove fosse caduta, e la proprietaria non sembrava curarsene molto. Così la raccolsi e me la misi in tasca. Più tardi, quella mattina, la bambina me la chiese indietro. Mi aveva visto. Ma io la sentivo già mia e negai di averla presa. Lei insistette, e io negai di nuovo. Così fino a quando si rassegnò, e la piccola testa di Dracula fu mia.
L’ho ancora. È in un cassetto della scrivania,
nella scatola dove tengo la collezione di gommine profumate.


Nella scatola c’è un’altra gomma. Ma se quella del vampiro è frutto di una cattiva azione, questa è un ricordo molto dolce.
Nel corso delle prime tre elementari mi sentivo un po’ escluso. Non ricordo che parlassi molto. Ero quello che s’inciampava nelle cartelle dei compagni per farli ridere, andavo male, stavo nel banco in fondo. Avevo un paio di compagni di “sventura”, ma per il resto vivevo in una sorta di isolamento.
Alla fine della terza elementare cambiai scuola e non rividi più nessuno dei compagni con cui trascorsi quei primi anni di “formazione”.
A distanza di qualche tempo mi lussai il ginocchio sciando. Portai il gesso per due mesi, terminati i quali zoppicai ancora a lungo. Mia mamma mi portò allora dal papà di una mia ex compagna, ortopedico.
Mi visitò e alla fine disse che la figlia, sapendo che quel giorno sarei andato lì, gli aveva lasciato una cosa per me. Era una gomma con Ziggy, il protagonista di una serie di strisce abbastanza popolari all’epoca, coi pantaloncini e i guantoni da boxe. Malconcio e pesto, dalla bocca gli usciva un fumetto: Cuor contento, il ciel l’aiuta.
Ancora oggi lo considero uno dei gesti più cari che qualcuno abbia fatto per me.

Non ebbi modo di ringraziare direttamente la figlia. Né la vidi mai più.
Qualche mese dopo, mia madre aveva saputo da altri genitori che era morta insieme a sua mamma in un incidente d’auto.

Stanotte l’ho sognata. Era cresciuta. Aveva la mia età oggi, e partecipava a una riunione dei vecchi compagni di classe. Quando mi sono svegliato avevo gli occhi bagnati.
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categoria : diario

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giovedì, 17 aprile 2008

Coretti, Bottini, Garrone, Franti, Precossi, Crossi, Derossi, Muratorino, Stardi.

Dei nomi arcinoti a chiunque abbia letto "Il libro Cuore" di De Amicis (che chissà perché s'è sempre chiamato così: "ilibrocuore", e non semplicemente "Cuore").
O per chi, nel 1984, vide il bell'adattamento di Luigi Comencini per la RAItivù.


All'epoca le fiction si chiamavano ancora "sceneggiati" anche per chi, come il sottoscritto, aveva otto anni e non aveva mai visto Il Commissario Maigret, La Freccia Nera e altre gloriose produzioni della televisione di Stato.

Avevo otto anni come i protagonisti di Cuore, andavo in una scuola dove i principi di educazione, serietà e rispetto erano severi e un po' fuori dal tempo, e anche da me c'era un Franti, un Garrone, un Derossi e un "Muso di Congilio". Facile, dunque, immedesimarsi in quella storia che oggi viene troppo spesso liquidata come buonista, mielosa e moralista.

Oltre alla miniserie televisiva, mio padre mi leggeva un capitolo del romanzo ogni sera, prima di andare a dormire.
Insomma, per un certo periodo della mia vita, Cuore è stato un mio punto di riferimento preciso.

Per quasi 25 anni, quei personaggi restano semi-seppelliti nella mia memoria. Ho atteso per molto tempo una riedizione dello sceneggiato fino a quando, pochi mesi fa, finalmente, è uscito il cofanetto che racchiude tutti e sei gli episodi. Contrariamente alla mia etica, l'ho comperato a prezzo pieno, tanto era il mio desiderio di rivederlo.

Non sono d'accordo con quelli che dicono che rivedere una cosa mitizzata negli anni è spesso una delusione. Riesco quasi sempre a costruirmi una personale camera iperbarica che non intacca minimamente, con il tempo e il mondo esterno, l'emozione della mia prima volta.

Questa notte ho aperto il cofanetto e ne sono usciti, perfettamente intatti, i personaggi di allora. Proprio come li ricordavo. Johnny Dorelli con la sua bella voce calma e pacata. La De Sio, ancora bellissima e non inacidita dal tempo, Eduardo De Filippo nel suo ultimo ruolo (morì 13 giorni dopo la messa in onda dell'episodio), e quei volti di bimbi a me così familiari anche se non li ho più rivisti per un quarto di secolo.

I bimbi di Comencini, il regista di bambini. Il grande "cuore" dietro a un altro storico sceneggiato Rai, quel Pinocchio con Manfredi, Gina Lollobrigida, Vittorio De Sica, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.

Completamente travolto dalle emozioni, una cosa mi ha colpito più delle altre. Un episodio in cui Garrone e Muratorino vanno a giocare a casa di Enrico. Muratorino è sporco di calce perché ha accompagnato il padre al cantiere, e quando si alza dalla poltrona su cui giocava la lascia tutta impolverata. Rimasto solo con il padre nella stanza Enrico si affretta a spolverarla, ma viene ripreso dal genitore: "Se ti vedesse potrebbe offendersi. Il lavoro non sporca mai, e non disonora mai".

Improvvisamente mi ricordo e capisco l'importanza di quest'episodio (e per esteso di tutta l'opera di De Amicis) su tutta la mia vita. Su tutta la mia formazione. Ricordo perfettamente che questi sono stati gli insegnamenti che da allora ho cercato di fare miei. Più o meno implicitamente.

Non ho mai esultato platealmente per un buon voto, o una soddisfazione personale, per non infierire su chi non l'aveva ricevuti. Ho sempre creduto all'amicizia sopra a ogni cosa. Probabilmente senza saperlo, già allora provavo un profondo rispetto per le classi operaie, quelle più povere, che venivano ritratte eroicamente, dedite al sacrificio. Con certe persone anziane sono arrivato a mentire, fingendomi sordo, dolorante o smemorato per non far sentire loro il peso degli anni.

Probabilmente ho sempre desiderato vivere il mio personale Libro Cuore. I rapporti o le situazioni conflittuali mi hanno sempre fatto soffrire terribilmente, e il mio desiderio è sempre stato quello di essere per chiunque una persona piacevole. Patisco a sapere che qualcuno è rimasto ferito da un mio atteggiamento, o da un mio comportamento. Una filosofia di vita che porta senz'altro a snaturarti, a renderti una "persona per gli altri", più che una "persona per te stesso".
Questo non significa che sia un Cristo reincarnato dedito all'altruismo. Tutt'altro. Una persona una volta mi disse che non puoi piacere a tutti: alla fine qualcuno rimarrà per forza contrariato o deluso da te. E sicuramente nel corso della mia vita ho contrariato, deluso, fatto incazzare molte persone.
Ma in pochissimi, rarissimi casi, l'ho fatto consapevolmente, volutamente e per ferire.

Ora magari sembra che sia partito per elogiare il Cuore di De Amicis, finendo per biasimarlo. Ma credo che non potrei mai farlo, fino in fondo. La camera iperbarica dei miei affetti me lo impedisce.
È però certo che si tratti di sentimenti antichi, quasi totalmente dimenticati, e farne un modello di vita sarebbe non solo anacronistico ma anche sciocco.
O più semplicemente, come cantava Brian Wilson: I Just Wasn't Made For These Times.

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categoria : diario, televisione

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lunedì, 14 aprile 2008

Tornando a casa alle 2 di questa notte, passo davanti ai portici dove da anni s'è insediata una comunità di senzatetto.
Stanno parlando fra di loro, e un uomo dalla voce sdentata esclama: "tra un po' torniamo a casa".
E subito scoppiano a ridere insieme.

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categoria : diario