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domenica, 07 settembre 2008


Neil Marshall è probabilmente il regista horror più originale degli ultimi anni (insieme a Rob Zombie, ma questo non posso dichiararlo senza essere considerato un pervertito). British fino all'osso, non s'è ancora venduto a una visione più "globale" del genere, e rimane fedele alla sua terra.
Con tre film all'attivo si può affermare senza dubbio che si è affrancato dalla moda dei remake, pur attingendo a piene mani negli stereotipi del genere.
Così, se Dog Soldiers aggiornava gli storici licantropi (i migliori mai visti), e The Descent si spingeva nei meandri psicologici, e non, insieme a un gruppo di ragazze toste senza paura del buio, Doomsday si cimenta con il filone apocalittico.

Protagonista la spigolosa Maggiore Sinclair, una dura dai dialoghi terribili che strizza l'occhio (in tutti i sensi) allo Jena Plissken di 1997: Fuga da New York.


Il film è un delirio imponente, una missione suicida in un'area contaminata da un virus letale, fra cattivi punkabbestia, cannibali, corse di moto e automobili e cavalieri medievali.

Ecco, quando arrivano i cavalieri medievali ci si trova a un bivio. O si manda a cagare il regista, oppure si sta al gioco. Se si sceglie la seconda strada, allora si assiste a uno dei film più piacevolmente fracassoni della stagione. Nonostante il film arrivi dopo E Venne il Giorno e Io Sono Leggenda, la "fine del mondo" di Doomsday è più circense e meno "elegante" e, onestamente, meriterebbe un'attenzione maggiore che non una loffia uscita ferragostana.

Dicevo che Marshall si diverte a giocare con gli stilemi dell'orrore, e i richiami a Mad Max o L'Armata delle Tenebre sono evidenti. Ma la marcia in più di Doomsday sono gli inediti babau tipicamente british. Questa armata di punk che paiono usciti dalla new wave anni settanta, o da una underground londinese, molto Sex Pistols, accompagnati da una colonna sonora che sottolinea questa scelta: Adam and the Ants, Siouxsie and the Banshees, Kasabian, Fine Young Cannibals, Frankie Goes to Hollywood e quel can can ska e grottesco che si rifà alla versione storica dei Bad Manners.

Insomma, una visione che andrebbe accompagnata con violente pogate, lanci di bottiglia e "sputi di apprezzamento" sul palco.
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categoria : cinema

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martedì, 08 luglio 2008

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categoria : cinema, cronaca scema

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domenica, 29 giugno 2008

È il compleanno di Ray Harryhausen, splendido ottantottenne.
Un anno e mezzo fa gli dedicai questo post, che ripropongo oggi. Con l'aggiunta di questo bellissimo clip musicale degli Hoosiers, che gli hanno tributato questo divertente omaggio.
Tanti auguri, Ray!
Postato la prima volta il 16 Gennaio 2007

Se da bambino mi capitava di vedere un vecchio film con effetti speciali realizzati in stop motion, automaticamente, questo film, scadeva ai miei occhi come il peggiore della storia. La stop motion, o “passo uno”, è una tecnica che permette di animare un modellino facendogli compiere piccole variazioni rispetto alla posizione originale e filmandole fotogramma dopo fotogramma. Un po’ come si fa per i disegni di un cartone animato per simulare l’idea del movimento.
Bene, all’epoca non riuscivo a spiegarmi il perché di quei movimenti a scatti, e trovavo irritante che si permettesse la realizzazione di tali ingenue brutture.

Poi uscì The Nightmare Before Christmas, e Tim Burton col regista Henry Selick rese omaggio alla gloriosa tecnica, fra le più antiche della storia del cinema. La confezione era accattivante, e il procedimento perfezionato. Cominciai, quindi, a interessarmi ai pupazzi di plastilina e simili.

Per ultimo arrivò il principio. Nel senso che a fine anni novanta uscì in DVD uno dei capolavori del cinema fantastico di serie B: Gli Argonauti. L’avevo guardato una decina di anni prima, e mi aveva affascinato per quell’atmosfera calda e confortevole che non saprei spiegare, ma che mi lasciano certe vecchie pellicole. Fra i contenuti extra del disco, uno speciale dedicato a Ray Harryhausen. E mi s’è aperto un mondo.

Harryhausen è uno di quegli addetti ai lavori di cui si comincia a sapere qualcosa non appena vanno in pensione. È un distinto signore dall’aria inglese, anche se è un californiano d.o.c. Nasce infatti a Los Angeles nel 1920, e viene folgorato sulla via di King Kong, quando a tredici anni assiste a una proiezione del film di Cooper e Schoedsack. Comincia così a costruire dei modellini di dinosauri e prova ad animarli con successo nel garage di casa. I titani preistorici saranno un chiodo fisso di Harryhausen, che condivide la passione col suo amico d’infanzia, lo scrittore Ray Bradbury. I due stringono un patto di sangue: “saremmo invecchiati, ma non saremmo mai diventati adulti. Conservando per sempre uno pterodattilo e un tirannosaurus rex nei nostri cuori” ricorda lo scrittore che conclude “e guarda un po’… è andata proprio così!”

Da allora, fino alla morte del padre nel 1963, Ray avrà nei genitori i suoi principali collaboratori e ammiratori. Il padre, ingegnere, costruiva gli scheletri dei pupazzi, mentre la madre cuciva costumi, pelli e pellicce.
I primi lavori di Harryhausen gli aprono le porte della Paramount che lo assunse per dei cortometraggi. Durante la guerra lavora per l’unità cinematografica dell’esercito dove ottiene migliaia di metri di pellicola che usa per autoprodurre una serie di cortometraggi dalle fiabe di Mamma Oca. Grazie a quelli giunge alla Warner, dove affina la propria tecnica.

In particolare riesce a far interagire gli elementi umani con quelli creati da lui grazie a un processo che chiamerà Dynamation.


This is Dynamation! (1958)

Ma è passando alla Columbia e alla collaborazione con il produttore Charles H. Schneer che Harryhausen compie i suoi capolavori. Dai film di fantascienza con mostri marini e dischi volanti a lucertoloni pre-godzilliani, dalla miglior trasposizione dei viaggi di Gulliver al fantasy di quelli di Sinbad di cui scrive il soggetto e realizza tre film. E infine l’epica fantastica de Gli Argonauti o Scontro di Titani, i suoi massimi capolavori: la battaglia con i sette scheletri del primo film, e Medusa nel secondo, sono i “mostri” più belli che abbia mai creato.


I sette scheletri de "Gli Argonauti" (1963) e Medusa in "Scontro di Titani" (1981)

Non è da trascurare che, a parte alcuni casi, il Nostro ha sempre lavorato da solo, senza assistenti. Condizione indispensabile per la concentrazione nel suo laboratorio. Racconta, infatti, che durante la realizzazione dell’Idra a sette teste de Gli Argonauti, doveva isolarsi completamente dal mondo esterno. Dato che ogni testa del mostro si muoveva in maniera diversa, dopo aver scattato un fotogramma era fondamentale ricordarsi la direzione che ognuna di essa aveva preso, o era costretto a ricominciare da capo.

Terminato Scontro di Titani del 1981, il sempre più invadente uso della computer graphic porta Harryhausen a ritirarsi dal settore. Pioniere di un modo antico, ma glorioso, di raccontare storie fantastiche, l’ultimo artigiano degli effetti speciali lascia un’eredità preziosa. La raccolgono cineasti come Steven Spielberg, Tim Burton, John Landis, Sam Raimi, Peter Jackson, i creatori di Wallace & Gromit o lo staff Pixar, che più volte hanno ammesso l’influenza, o omaggiato il lavoro di Ray Harryhausen.



A chi interessasse, qui c'è una panoramica di tutte le creature di Harryhausen.
Qui e qui, due segmenti di Talos, il colosso di bronzo da "Gli Argonauti".
Il trailer di Gwangi.
E infine due parodie della battaglia degli scheletri. Qui e qui.
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categoria : cinema, ristampa

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venerdì, 13 giugno 2008

Sarà per il nome, ma quando in Mary Poppins entrava in scena lo Zio Albert sentivo una sorta di complicità con il personaggio ridanciano. Un filosofo della risata, un sacerdote dello scompiscio.
Non capita spesso di farsi una risata di quelle che ti fanno dolorare la pancia, i muscoli del collo, che fatichi a respirare, che lacrimi, che vorresti smettere ma non ci riesci.
Ti senti davvero leggero come lo Zio Albert, volteggi sopra le teste degli altri, o in loro compagnia.

È piacevole, quindi, terminare la settimana lavorativa scoprendo un filmato come quello subito qua sotto. Due giornalisti che si spogliano completamente dei loro panni professionali ridendo sguaiatamente come due bambini. Per forza di cose, poi, non potevano che venirmi in mente altre risate celebri.

Auguro a tutti un sereno e divertente weekend, sperando in questi giorni di recuperare un po' di arretrati.
Buone risate!


          

Stan Laurel & Oliver Hardy: Blotto (1930) e Fra' Diavolo (1933)


          

"Make 'em Laugh" da Singin' In The Rain (1952) e "I Love to Laugh" da Mary Poppins (1964)
 

Elvis scoppia a ridere durante "Are you lonesome tonight" (1969)

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categoria : musica, cinema, cronaca scema

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domenica, 08 giugno 2008

Prima o poi riuscirò a rispondere a tutti i commenti (e grazie a tutti per gli auguri!), ma intanto non potevo non omaggiare uno dei più grandi maestri della commedia all'Italiana.

   

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categoria : cinema, obituaries