
Ricordo una sera di tanti anni fa, quando a una cert’ora bisognava spegnere la luce e non c’era santo a cui votarsi. Alle dieci si andava a dormire, punto. Il sabato era l’unico giorno della settimana in cui si poteva fare uno strappo alla regola. Tornando alla sera di tanti anni fa, mio padre mi mise a letto e mi lasciò solo. Non era la mia stanza, però. Era quella dei miei, con tanto di televisore! Appena sentii che si era allontanato, accesi la scatola magica (un Minervino b/n, già vecchio all’epoca) e vidi le immagini di una metropoli deserta. Un uomo solo, sopravvissuto all’olocausto nucleare, vagava per le strade, s’introduceva nelle case, prendeva quello che gli serviva, senza dover rendere conto a nessuno. Non c’era più nessuno. Un’atmosfera straordinaria, che mi incollò allo schermo. Si era creato degli amici immaginari.
Manichini prelevati da un supermercato, con cui dialogava per non sentire la solitudine. Ma un giorno il peso della sua condizione si fa più forte e, colto da un eccesso d’ira, ne prende uno e lo scaraventa dalla finestra, giù in strada. Dalla strada proviene un urlo. Femminile. L’uomo si affaccia e vede una donna in mezzo alla strada. L’ultima donna sulla terra, che lo spiava da lontano e pensava si fosse suicidato. Lui la chiama, lei capisce l’errore, e scappa. Sentii dei passi. Mio padre stava tornando. Spensi il televisore e non lo riaccesi più. Per anni non ebbi modo di sapere come continuava il film.
Grazie ai potenti mezzi di internet, su un newsgroup riuscii a risalire al titolo del film, appena due anni fa: La fine del mondo (The World, the Flesh and The Devil). Sempre grazie alla rete, trovai anche qualcuno che mi fece la copia di una registrazione televisiva. E dopo quasi vent’anni, riuscii a vedere la fine della storia. Decisamente con un occhio più maturo. Ora so che quella città è New York. Ci sono stato, e vedere le strade della città deserte lascia ancora più a bocca aperta. L’uomo è Harry Belafonte, la donna è una bionda Inger Stevens. Il conflitto razziale non potevo coglierlo da piccolo. Lui nero, lei bianca, bella e bionda. Il futuro dell’umanità dipende da loro? Nel 1959 era una storia che faceva scalpore. Ai pregiudizi della donna, poi, si uniscono quelli di un terzo uomo. Il villain interpretato da Mel Ferrer. E l’uomo non è più padrone della città.
Io sono leggenda di Richard Matheson, classe 1926, è il romanzo capostipite del genere. Scritto nel 1954, ipotizzava una catastrofe batteriologica. L’ultimo uomo sulla terra è uno scienziato costretto a barricarsi in casa la notte, per via di altri sopravvissuti. Mutanti, a causa di un virus che li ha resi vampiri.
L’ultimo uomo della terra (1964), di Ubaldo Ragona è la prima trasposizione filmica "ufficiale" del romanzo, e un piccolo grande cult. Con un eccelso Vincent Price, la storia del professor Morgan è servita d’ispirazione anche alla Notte dei morti viventi di Romero e si può considerare il primo film moderno di morti viventi. Una desolata Eur fa da sfondo alla vicenda, e a Morgan non resta altro che farsi compagnia parlando con dei manichini. Poi l’arrivo della ragazza, anche in questo caso. E la minaccia.
Sette anni dopo arriva Omega Man (1975: Occhi bianchi sul pianeta terra), con Charlton Heston. E stavolta è a colori. La trama di Matheson è spostata a Los Angeles, con aggiornamenti interessanti, perché nel frattempo è arrivata la summer of love. Nella capitale del cinema mondiale, lo scienziato Robert Neville può disporre delle migliori sale cinematografiche, e decide di sostare dove proiettano Woodstock, il rockumentario sul concerto che ha segnato l’epoca del peace and love. Sullo schermo di una sala deserta, in una città deserta, in un mondo deserto, riprendono vita le immagini e i suoni del momento più pacifico e affollato della storia. Un momento fondamentale, l’apice dell’utopia hippie, contrapposto al gelo della distruzione. Conseguenza della guerra fredda. “Non si fanno più film così”, commenta Neville davanti ai ragazzi entusiasti di Woodstock. E poi c’è il black power: la ragazza, questa volta, è di colore, con la classica pettinatura afro dei seventies. Un po’ meno minacciosa la… minaccia: gli “occhi bianchi” del titolo italiano, sono quelli dei vampiri, che stavolta non succhiano sangue.
L’epidemia li ha resi albini, fotosensibili, e per questo assediano il rifugio di Neville ogni notte, per catturarlo. Si fanno chiamare "la famiglia", come i seguaci di Charles Manson. E come la setta di Manson sono invasati, guidati da Mathias, il loro leader. Li ha convinti che Neville sia il nemico da elminare, in quanto sano e non purificato dal dolore e dalla sofferenza. I manichini, stavolta, sono sostituiti da un busto di Giulio Cesare, con cui il Nostro gioca interminabili partite a scacchi.
L’ultimo del filone è il bellissimo 28 giorni dopo, di Danny Boyle. Dopo New York, Roma e Los Angeles, tocca a Londra. Jim è un pony-express che, a seguito di un incidente, finisce in coma. Mentre è in ospedale, nel mondo si sviluppa un rapidissimo virus che contagia l’umanità. La colpa, stavolta, è di un incidente perpetrato da un gruppo di animalisti. Ironia della sorte, stavolta sono i “buoni”, a scatenare l’apocalisse. Jim si risveglia “28 giorni dopo”
, ritrovandosi in una Londra conquistata da zombie infetti e rapidissimi. Come la ragazza di Neville, anche quella di Jim è di colore, tosta e determinata. E ancora una volta la minaccia arriva da fuori, ma anche da quelli che sembrano amici.