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giovedì, 31 gennaio 2008

Non è la prima volta che devo assentarmi dal blog perché sommerso dal lavoro. Ma prima che qualcuno cominci a telefonare a ospedali e obitori volevo rassicurarvi che sto bene.
E lasciarvi in compagnia della coppia di illusionisti più sensazionale che esista: Penn & Teller.

Prendetevi qualche minuto per gustarveli. Vale davvero la pena.
Tanto io ne avrò per un po'...






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categoria : diario, televisione

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mercoledì, 23 gennaio 2008

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categoria : cinema, obituaries

postato da seaweeds2
lunedì, 21 gennaio 2008

40 anni fa veniva assassinato uno degli ultimi grandi cuori della Storia.

L'amico Rearwindow dice: abbiamo importato Halloween, perché non una giornata come questa?
Ha ragione. Io comincio quest'anno.

A chi vuole aderire, buon Martin Luther King's Day.


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categoria : politica, alganacco, cronaca seria

postato da seaweeds2
mercoledì, 16 gennaio 2008

Nel quarto secolo dopo Cristo, Sant'Agostino descriveva ammirato la capacità del suo maestro Sant'Ambrogio di leggere mentalmente.
Probabilmente, nelle biblioteche dell'epoca, si pregava di "non fare silenzio".

Milleseicento anni dopo, Seaweeds resta sbalordito nell'accorgersi che la gente ha disimparato a parlare a sottovoce.
O il fatto è che da tempo non andava a vedere un blockbuster nella settimana d'uscita?


P.S. E comunque Io Sono Leggenda è proprio fico.
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categoria : cinema, diario

postato da seaweeds2
mercoledì, 09 gennaio 2008

Con l'anno nuovo e con la chiusura del vecchio blog (okay, e anche con la mole di lavoro e la pigrizia), inauguro una sezione che, periodicamente, riproporrà vecchi post a cui sono rimasto legato nel tempo. Roba che scrivevo dall'altra parte, magari agli inizi, quando mi leggevo e commentavo da solo.
Cercherò il più possibile di riproporre post che abbiano una qualche attinenza con l'attualità. Come questo, che parla di un sottogenere cinematografico a cui sono molto affezionato, e che sta per tornare alla ribalta (si spera) grazie al nuovo film con Will Smith: Io Sono Leggenda. Nelle sale da venerdì 11 gennaio.
Coincidenza? Il 12 gennaio, questo post, compie due anni.

Postato la prima volta il 12 Gennaio 2006

Credo di aver già iniziato un post, così. E cioè osservando come i gusti dell’infanzia siano poi quelli che ti condizionano tutta la vita.

Ricordo una sera di tanti anni fa, quando a una cert’ora bisognava spegnere la luce e non c’era santo a cui votarsi. Alle dieci si andava a dormire, punto. Il sabato era l’unico giorno della settimana in cui si poteva fare uno strappo alla regola. Tornando alla sera di tanti anni fa, mio padre mi mise a letto e mi lasciò solo. Non era la mia stanza, però. Era quella dei miei, con tanto di televisore! Appena sentii che si era allontanato, accesi la scatola magica (un Minervino b/n, già vecchio all’epoca) e vidi le immagini di una metropoli deserta. Un uomo solo, sopravvissuto all’olocausto nucleare, vagava per le strade, s’introduceva nelle case, prendeva quello che gli serviva, senza dover rendere conto a nessuno.
Non c’era più nessuno. Un’atmosfera straordinaria, che mi incollò allo schermo. Si era creato degli amici immaginari. Manichini prelevati da un supermercato, con cui dialogava per non sentire la solitudine. Ma un giorno il peso della sua condizione si fa più forte e, colto da un eccesso d’ira, ne prende uno e lo scaraventa dalla finestra, giù in strada. Dalla strada proviene un urlo. Femminile. L’uomo si affaccia e vede una donna in mezzo alla strada. L’ultima donna sulla terra, che lo spiava da lontano e pensava si fosse suicidato. Lui la chiama, lei capisce l’errore, e scappa. Sentii dei passi. Mio padre stava tornando. Spensi il televisore e non lo riaccesi più. Per anni non ebbi modo di sapere come continuava il film.

Grazie ai potenti mezzi di internet, su un newsgroup riuscii a risalire al titolo del film, appena due anni fa: La fine del mondo (The World, the Flesh and The Devil). Sempre grazie alla rete, trovai anche qualcuno che mi fece la copia di una registrazione televisiva. E dopo quasi vent’anni, riuscii a vedere la fine della storia. Decisamente con un occhio più maturo. Ora so che quella città è New York. Ci sono stato, e vedere le strade della città deserte lascia ancora più a bocca aperta. L’uomo è Harry Belafonte, la donna è una bionda Inger Stevens. Il conflitto razziale non potevo coglierlo da piccolo. Lui nero, lei bianca, bella e bionda. Il futuro dell’umanità dipende da loro? Nel 1959 era una storia che faceva scalpore. Ai pregiudizi della donna, poi, si uniscono quelli di un terzo uomo. Il villain interpretato da Mel Ferrer. E l’uomo non è più padrone della città.

Il più breve racconto del mondo («Una donna siede in casa, sola. Sa di essere l'ultima persona viva al mondo: tutti gli altri sono morti. Suona il campanello.»), parla di questo. La fine del mondo, una persona. No, due. Una minaccia.
Fino a quando non arriva la minaccia, la città deserta è il lettone nella camera dei genitori. È un’occasione più unica che rara, ti senti un re, puoi fare quello che vuoi. Poi arriva la minaccia, come i passi di tuo padre, e tutto cambia improvvisamente. Ma anche la minaccia fa parte del gioco, anzi, è essenziale a creare la leggenda che ti rimarrà impressa per anni.

Io sono leggenda di Richard Matheson, classe 1926, è il romanzo capostipite del genere. Scritto nel 1954, ipotizzava una catastrofe batteriologica. L’ultimo uomo sulla terra è uno scienziato costretto a barricarsi in casa la notte, per via di altri sopravvissuti. Mutanti, a causa di un virus che li ha resi vampiri.






L’ultimo uomo della terra (1964), di Ubaldo Ragona è la prima trasposizione filmica "ufficiale" del romanzo, e un piccolo grande cult. Con un eccelso Vincent Price, la storia del professor Morgan è servita d’ispirazione anche alla Notte dei morti viventi di Romero e si può considerare il primo film moderno di morti viventi. Una desolata Eur fa da sfondo alla vicenda, e a Morgan non resta altro che farsi compagnia parlando con dei manichini. Poi l’arrivo della ragazza, anche in questo caso. E la minaccia.

Sette anni dopo arriva Omega Man (1975: Occhi bianchi sul pianeta terra), con Charlton Heston. E stavolta è a colori. La trama di Matheson è spostata a Los Angeles, con aggiornamenti interessanti, perché nel frattempo è arrivata la summer of love. Nella capitale del cinema mondiale, lo scienziato Robert Neville può disporre delle migliori sale cinematografiche, e decide di sostare dove proiettano Woodstock, il rockumentario sul concerto che ha segnato l’epoca del peace and love. Sullo schermo di una sala deserta, in una città deserta, in un mondo deserto, riprendono vita le immagini e i suoni del momento più pacifico e affollato della storia. Un momento fondamentale, l’apice dell’utopia hippie, contrapposto al gelo della distruzione. Conseguenza della guerra fredda. “Non si fanno più film così”, commenta Neville davanti ai ragazzi entusiasti di Woodstock. E poi c’è il black power: la ragazza, questa volta, è di colore, con la classica pettinatura afro dei seventies. Un po’ meno minacciosa la… minaccia: gli “occhi bianchi” del titolo italiano, sono quelli dei vampiri,
che stavolta non succhiano sangue. L’epidemia li ha resi albini, fotosensibili, e per questo assediano il rifugio di Neville ogni notte, per catturarlo. Si fanno chiamare "la famiglia", come i seguaci di Charles Manson. E come la setta di Manson sono invasati, guidati da Mathias, il loro leader. Li ha convinti che Neville sia il nemico da elminare, in quanto sano e non purificato dal dolore e dalla sofferenza. I manichini, stavolta, sono sostituiti da un busto di Giulio Cesare, con cui il Nostro gioca interminabili partite a scacchi.

L’ultimo del filone è il bellissimo 28 giorni dopo, di Danny Boyle. Dopo New York, Roma e Los Angeles, tocca a Londra. Jim è un pony-express che, a seguito di un incidente, finisce in coma. Mentre è in ospedale, nel mondo si sviluppa un rapidissimo virus che contagia l’umanità. La colpa, stavolta, è di un incidente perpetrato da un gruppo di animalisti. Ironia della sorte, stavolta sono i “buoni”, a scatenare l’apocalisse.
Jim si risveglia “28 giorni dopo”, ritrovandosi in una Londra conquistata da zombie infetti e rapidissimi. Come la ragazza di Neville, anche quella di Jim è di colore, tosta e determinata. E ancora una volta la minaccia arriva da fuori, ma anche da quelli che sembrano amici.

Tanto splendido, quanto esile, questo sottogenere del filone apocalittico è terreno fertile per meditare su tante cose. L’ambiente, la politica, la guerra, l’individualità, l’amore, l’egoismo, la morte. Come gran parte della fantascienza. Ce ne sarebbero molti altri, per restare in argomento: lo stesso Pianeta delle scimmie, la tetralogia di Romero, L'invasione degli ultracorpi, Il villaggio dei dannati, o L’esercito delle dodici scimmie, ma sul televisore in camera dei miei, quella sera, c’era la fine del mondo.
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categoria : cinema, ristampa