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lunedì, 29 ottobre 2007

Nell'ottobre di tre anni fa, quando ancora non avevo un blog e i miei post li facevo spedendo e-mail agli amici, scrissi questa lettera:

Vi ho mai scritto per consigliarvi un disco?

Non mi pare.

Sapete anche che ascolto praticamente di tutto, senza (quasi) alcuna discriminazione.

Quindi se ve ne consigliassi uno, oggi, dovreste proprio pensare: “Caspita, dev’essere davvero così!”, no?

Trentasette anni fa, un venticinquenne dall’enorme talento, Brian Wilson, intraprese un percorso sperimentale con il suo gruppo, i Beach Boys. Sì, proprio quelli di Barbara-Ann, Surfin’ USA, I Get Around e Good Vibrations. Il loro album del 1966, “Pet Sounds”, aveva influenzato notevolmente i Beatles e il loro “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, forse l’album coinsiderato il capolavoro assoluto della musica pop/rock. Nel 1967, il più geniale dei fratelli Wilson, voleva superare se stesso con un nuovo capolavoro: “SMiLE”.

La sua febbrile ricerca verso la perfezione lo portò a incidere numerose tracce per l’album, ma negli altri compagni cominciava a crescere la preoccupazione e la perplessità per quei suoni così nuovi, strani, complessi. Loro erano i re del surf-rock, non potevano deludere il loro pubblico spingendosi così lontano! Accadde quindi che boicottarono il progetto, facendolo naufragare. Brian Wilson, già fragile per l’assunzione di droghe, non resse la delusione e impazzì.

I brani più “orecchiabili” del progetto finirono sparsi in tre o quattro album successivi dei Beach Boys, e quello che avrebbe potuto essere il disco più importante della storia rock, che avrebbe influenzato migliaia di musicisti, si dissolse, così come la personalità di Wilson.

Verso la fine degli anni ‘80, Wilson si riprese, decidendo di rimettersi in gioco. Comincia una dura e terapeutica scalata solista, ma i riconoscimenti degli ammiratori di un tempo (Paul McCartney, Crosby Still Nash e Young, Who, R.E.M., solo per dirne alcuni) non tarda ad arrivare, e Brian Wilson rivive una seconda giovinezza negli anni novanta. Nel 1998 intraprende il suo primo tour solista, con una nuova band di enorme talento.

Oggi, a distanza di 37 anni, Brian Wilson fa uscire nei negozi SMiLE, il suo capolavoro perduto. Chi temeva che l’album sarebbe potuto essere una delusione (il sottoscritto), ha sentito qualcosa che mai avrebbe pensato di sentire. Brani in qualche modo già ascoltati (le SMiLE sessions degli anni sessanta si trovano qua e là su Internet, e ogni fan ha cercato di organizzarle in modo da creare la “propria” versione del disco.)
, hanno assunto nuova vita, si legano insieme in maniera sublime, fanno letteralmente venire la pelle d’oca, emozionano e fanno piangere. Personalmente mi è capitato in più di un punto. Una tempesta di emozioni che voglio consigliare a tutti quelli che conosco e che hanno il cuore aperto a un’esperienza simile. O “s-mile”.

Va provato. Va ascoltato. Forse non è vero che se fosse uscito trentasette anni fa avrebbe cambiato la storia della musica. Forse è ancora possibile, perché è di una freschezza e di un’attualità incredibile. Lo reputo una delle cose più belle che abbia mai ascoltato in tutta la mia vita. E non esagero.

Un abbraccio a tutti, e un sorriso.


Sono passati tre anni da quella mail, e quaranta da quando quel disco sarebbe dovuto uscire. Mi fa piacere trovarmi a pensare ancora le stesse cose. Ogni volta che ascolto SMiLE si apre un nuovo mondo fatto di melodie barocche, cori complessi, orchestrazioni originali.

Negli anni sessanta, Leonard Bernstein conduceva delle seguitissime "lezioni di musica" per la televisione americana. In una puntata spiegò che non amava molto la musica rock che perlopiù considerava spazzatura. C'erano alcune eccezioni, però, che gli facevano intravedere delle nuove strade che la musica avrebbe potuto prendere. E una di queste strade, uno di questi battistrada era Brian Wilson, che presentò come uno dei più geniali e promettenti compositori.


Brian Wilson è il Paul McCartney americano. Un artista dalla creatività illimitata. Sordo a un orecchio, ha un'intonazione perfetta ed è capace di distinguere una singola imprecisione durante l'esecuzione di più strumenti contemporaneamente. A otto anni sapeva suonare Gershwin a memoria.


I Beach Boys erano lui e i suoi fratelli Carl e Dennis, il cugino Mike Love e l'amico Al Jardine. Quasi esclusivamente degli "esecutori", questi ultimi, ma infaticabile sperimentatore il Nostro. Dopo aver realizzato il Sgt. Pepper americano, Pet Sounds, il gruppo partì per un tour mondiale lasciando Brian ai suoi "giocattoli". In sala di registrazione con i suoi musicisti e insieme a Van Dyke Parks, suo paroliere, comincia a porre le basi per il progetto SMiLE. Che lui descriverà come "una sinfonia di un bambino a Dio".


E, come una sinfonia, il lavoro si sviluppa in tre movimenti che raccontano il viaggio di un ciclista attraverso l’America dei miti, da Plymouth alle Hawaii, fra eroi e “cattivi”, cowboy e indiani, stereotipi e folclore. Cerca di eguagliare Gershwin, e raccontare la musica della nuova nazione. Predica il salutismo, ginnastica e cibi sani, anche se razzola malissimo. Scrive "Vegetables" e mangia schifezze tutto il giorno, ingrassa, assume LSD all'epoca legale. Poi, tornati gli altri membri della band, lo scontro: gli dicono che le cose che ha scritto sono incomprensibili, deliri da buttare completamente. E lui, per amore della famiglia, cede. Si chiude in sé e trascorre quasi tutti gli anni settanta in un letto. Concede interviste dal suo giaciglio, dove può cullarsi nella sempre più devastante depressione, la barba sempre più lunga.
E così svanisce il sogno della sua vita.

Negli anni ottanta comincia una lenta riabilitazione grazie alle cure dello psichiatra Eugene Landy, che produce il primo disco solista di Brian, intitolato semplicemente Brian Wilson. Il plagio psicologico è evidente: il dottore manipola il povero musicista come vuole. Una causa di anni, e alla fine la vittoria del Nostro. Un delizioso disco con il suo antico amico Van Dyke Parks, e l'inizio di una nuova carriera con una nuova band. Ma sarebbe più giusto chiamarla un'orchestra pop. Da dieci anni sono la sua famiglia, lo proteggono, lo aiutano, e non insistono troppo quando torna fuori il discorso "SMiLE". Dopo trentacinque anni liquida il discorso dicendo che quei brani erano solo sciocchezze, niente di interessante.

Poi, un concerto in suo onore alla Radio City Music Hall a cui partecipa tutta New York. Paul Simon, David Crosby, Billy Joel, Elton John, George Martin, radunati per rendere omaggio a quello che viene soprannominato il Mozart del pop, l'Orson Welles del rock, e il George Gershwin della sua generazione. E lì Brian rispolvera a sorpresa Heroes and Villains, il brano con cui si sarebbe dovuto aprire SMiLE, un tabù da tanti, troppi anni.


Da quel momento in poi, la strada è in discesa. I suoi compagni d'avventura lo conducono per mano, lo sorreggono nei momenti di paura, una nuova crisi che lo porta di nuovo in ospedale, e infine la rottura della diga, e il flusso creativo che si riapre.
SMiLE vede la luce per la prima volta a Londra, il 21 Febbraio 2004. Fra il pubblico, anche Paul McCartney e George Martin, entusiasti insieme agli altri centinaia di fortunati che hanno potuto vivere quel momento storico.
E solo dopo mesi di esecuzioni e perfezionamenti viene inciso su disco.

Una storia a lieto fine, anche se amara: la consapevolezza che quarant'anni fa, questo disco avrebbe potuto cambiare il mondo musicale come noi lo conosciamo. E l'equilibrio di Brian che, seppur molto migliorato negli ultimi anni, è sempre precario, e ancora oggi sente spesso voci che gli dicono "Ti uccideremo".

Un distrutto Seaweeds con il suo amico Brian alla fine del concerto di Ravenna del 20 Luglio 2005.
Si trattava della prima data italiana dopo quarant'anni.
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categoria : musica, diario

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domenica, 28 ottobre 2007

Dio benedica John McClane. Che almeno qualche certezza ancora nella vita ci rimane.

Se nel primo capitolo della saga di Die Hard (uscito quasi vent'anni fa) salvava un grattacielo, nel secondo un aeroporto, nel terzo una città, in questo non poteva che salvare una nazione intera.
Restano ancora poche possibilità: continente, mondo, e infine John McClane nello spazio.
Anche se l'ultimo capitolo, apocrifo, si è già visto con il divertente Solo 2 Ore, l'anno scorso.

Il film dal quale sono appena uscito non delude. Il Nostro spacca il culo ai passeri fra esplosioni, mitragliate, inseguimenti, elicotteri, SBRANG e CRASH che sono una pura gioia per gli occhi.
Il tutto condito dalla sua occhiata glaciale brevettata, che in alcuni momenti raggiunge lo stato di pura poesia.

I dialoghi, ovviamente, sono terribili, ma voglio dire: credo che gli sceneggiatori si siano rassegnati al fatto che non vinceranno il nobel per la letteratura.

Il cattivùn parla in inglese con gli scagnozzi francesi, che rispondono in francese. E si capiscono. Ma chi se ne fotte, giusto?
Dopo i primi dieci, interminabili, minuti di "trama" il resto del film decolla e distrugge tutto quello che incontra.
Timpani degli spettatori inclusi.
Ma non le loro parti basse.
Anzi, quelle ricevono pure una piacevole carezzina. Soprattutto quando vengono pronunciati i due dialoghi clou del film:

"Ora basta con questo cazzo di kung-fu!"
e
- "Non vuoi pagarmi? Con il culo che mi sono fatto?"
- "Tienilo stretto, vengo a infilarti l'assegno!"

Mi commuovo ancora, se ci ripenso.

C'è pure un piccolo ma importante spazio per una strizzata d'occhio ai fan della tetralogia, con la rispolverata dell'immancabile "Yippee-ki-yay, motherfucker!".

Godibilissima la partecipazione straordinaria del re dei nerd nel ruolo... del re dei nerd.

Ancora una volta una "oldie but goldie" ha il compito di stemperare la tensione. Come accadde nel primo e nel secondo film con Let it snow! Let it snow! Let it snow! cantata da Vaughn Monroe, o con Summer in the City dei Lovin' Spoonful per il terzo, questa volta tocca ai Creendence Clearwater Revival con la loro Fortunate Son.

Ragazzi, da tempo non me la spassavo così tanto al cinema!
Non ho capito una cosa, però... Che cazzo ci fa Edoardo Costa?

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categoria : cinema

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venerdì, 26 ottobre 2007

Da qualche anno sono iscritto alla meravigliosa newsletter: The Useless Fact Of The Day.

Ogni giorno nella vostra casella, un fatto totalmente inutile che non cambierà per niente la vostra esistenza o quella dei vostri amici.

La scorsa settimana mi è arrivato questo, abbastanza interessante:
The Sanskrit word for "war" means "desire for more cows."
(La parola sanscrita per "guerra" significa "desiderio di avere più mucche")

Mi chiedevo come dichiarassero guerra gli abitanti della Sanscrizia: "Dichiaro desiderio di avere più mucche alla Francia!"

La convenzione di Ginevra stabilirebbe un codice morale su come debbano essere trattati i "prigionieri di desideri di avere più mucche".

Tragedie shakespeariane e film dei giorni nostri sarebbero quantomeno stravolti nel testo:

"Non adesso. Siamo in desiderio di avere più mucche!"

"Desiderio di avere più mucche? E desiderio di avere più mucche, sia!"

Fra musulmani e induisti si creerebbero ancora più tensioni sul concetto di "Desiderio di avere più mucche santo". Significherebbe una jihad, o più vacche sacre?

Il capolavoro di Tolstoy si intitolerebbe: "Desiderio di avere più mucche e pace" e quello di H.G. Wells "Il desiderio di avere più mucche dei mondi".

Fra l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti, per anni c'è stato il desiderio di avere più mucche freddo. Per non parlare del Primo Desiderio di Avere più Mucche Mondiale e il Secondo Desiderio di Avere più Mucche Mondiale.

Ok, ok, avete afferrato il concetto.
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categoria : cronaca scema

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mercoledì, 24 ottobre 2007

Al contadin non far sapere quant'è buono il cacio con le pere (Evaristo Camilleri, cugino di Andrea)

Figlio di una grandissima blogger


Ore diciotto. Infilo la chiave nella serratura. Giro. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Sei. Sette. Otto. Nove. Dieci. Apro la porta. “Sì, mamma, sono io”. E chi vuoi che sia, scema. Siamo soli. Io e lei. Mi tolgo le scarpe qui, nell’ingresso. Appoggio la sacca da calcio. Vado in camera mia. Mi siedo un momento sul letto. Mi alzo. Accendo il PC e mentre si avvia mi dirigo in soggiorno, dove mia madre, in poltrona davanti al suo computer, attende il mio bacino e il breve resoconto di un’altra giornata sempre eccitante. Non come la sua. Giornata qualunque di una cinquantenne qualunque.

Quando va in bagno la osservo. Si guarda allo specchio. Si sfiora le guance con le mani. Le lascia appoggiate sugli zigomi. Fissa le rughe intorno agli occhi stanchi. Poi toglie gli occhiali e cerca inutilmente di stirarle. Apre il rubinetto. Tuffa il palmo sotto l’acqua. Si sciacqua il viso. Si riguarda, mentre le gocce scivolano lungo il collo e sorride a questo volto triste. Fortunatamente è una faccia che piace ancora a qualcuno. Quando è il turno di papà di tenermi, so che questa casa si rianima. Ogni mese un uomo nuovo, ogni mese un uomo diverso. Per poi tornare quel luogo anonimo e asettico in cui viviamo tutti i giorni. Esiste e si odia.

Ma fra poco, prima di cena, sarà qualcuno, scriverà e pubblicherà il post quotidiano sul suo blog. E poi leggerà i commenti al post di ieri. Sa che saranno tanti i suoi commenti, tanti perché tanti sono i suoi lettori. È un blog di successo, il suo. Un diario divertente e ironico, pungente e assolutamente invidiabile. La vita che vorrebbe essere. Il suo nome è Tommasa, ma in rete si fa chiamare Samantacollacca61. Samantacollacca, come i suoi anni. 61 sono le prime due cifre del pin della sua carta di credito. Così se le ricorda. Le altre tre le improvvisa di volta in volta.
Racconta del suo lavoro come cavia per prodotti estetici, della scomparsa dello stambecco nano dalla circonvallazione poco fuori Pordenone, firma petizioni e inserisce un banner unto per protestare contro le multinazionali del petrolio, dei colleghi affamati che le fanno la corte senza speranza, delle sue divertenti gaffe tipo che una volta è stata dal fornaio e ha chiesto mezz'etto di filetto. Che forte che è la mia mami! Fa proprio ridere tutti.
Il suo miglior pregio e vanto è quello di essere una trasparente, che dice le cose in faccia.
È carogna e orgogliosa di esserlo. Solidarizza solo con le altre carogne. Praticamente l'unica volta che non è carogna è quando è in compagnia delle altre carogne.
Ha intessuto relazioni sentimentali virtuali con uomini di cui non conosce neppure il volto, e amicizie immaginarie con donne che non sanno neppure chi lei sia.

“Sì, mamma, lo so, alle otto ci sediamo a tavola”. Ferma le dita sulla tastiera. La sua voce mi riporta in questa dimensione di totale invisibilità. Le strapperei una ciocca di quei capelli aridi. Stringo le labbra. Mi alzo.
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categoria : cronaca scema


Notte agitata. Probabilmente a causa dell'indigestione di succo di frutta al limone, arancia e lime. Una prelibatezza scoperta da poco, che si fa trangugiare a litri e litri.
Continuo a svegliarmi e, poco prima delle cinque, mi rigiro nel letto in uno stato di dormiveglia.

Sto per riaddormentarmi quando sento provenire dalla stanza un sibilo agghiacciante. Per una frazione di secondo penso sia lo stato di dormiveglia, appunto. Magari era un residuo di sogno, o un trailer del sogno che stavo per fare. Poi mi accorgo che il gatto è balzato in piedi (beh, in "zampe") sulle coperte ed è teso come una corda di violino. Tesa.
Che quando le comperi nei negozi, mica sono tese.
Panico. Il cuore comincia a battere forte e sono decisamente sveglio. Mi sollevo su un gomito e mi fermo ad ascoltare meglio, qualora il sibilo si ripresentasse.

Beh, non era proprio un sibilo. Peggio. Era come un gatto che soffia, o un vampiro che ti alita addosso tutto il suo odio per l'aglio. In inglese, o nei fumetti sarebbe un "hiss". Un gatto che soffia? Mhm...

Flashback. Quando mi trovo quassù tengo sempre il portoncino aperto, di modo che il gatto possa entrare e uscire a tutte le ore (si potrebbe definire un "passo gattabile") attraverso il cancello. Con il risultato che se un gatto può uscire, altri gatti possono entrare. E tutti gli anni uno di loro si introduce sfacciatamente per togliere il cibo dalla ciotola al mio. Qualche estate fa, alle tre/quattro di notte si trovavano a bisticciare tutti e due sotto al mio letto. Io dormivo bellamente quando a un certo punto sono stato vegliato da un lancinante "MEEEAAAOOOWWW!" del gatto portoghese. Un salto alla Fosbury sul materasso, palpitazioni a mille, pelle d'oca per un paio di minuti buoni, e qualche anno della mia vita che è uscito di casa seguendo quel gatto.

Ma torniamo al sibilo... con il suddetto ricordo in testa penso che sia entrato un gatto in casa. Impossibile, con il freddo degli ultimi giorni tengo tutto sprangato perché non esca il caldo della stufa.
La stufa!
Accendo la luce e vedo che il gatto sta guardando nella sua direzione. E loro, sentinelle dell'occulto, se ne intendono di rumori. Non saranno eleganti quanto i cani, a puntare, ma l'istinto non è acqua. Resto immobile a guardare la stufa per qualche minuto, pensando a cosa posse essere stato.

Dapprima ho pensato a un animale infilatosi nella canna fumaria: quando sono andato a dormire era quasi spenta, quindi è probabile...
Un serpente? Se in città ci sono i coccodrilli nello sciacquone non vedo perché in montagna non potrebbe esserci un serpente nella stufa.
No, beh, avrebbe continuato a fare rumore.
E se il rumore fosse stato quello della leva dello sfiato, che s'è chiusa da sola? A volte la tengo a metà e tende a scivolare in basso.
No, era già chiusa ieri sera. E questo esclude anche che possa essere entrato un serpente.

Mi alzo dal materasso e mentre mi infilo le ciabatte spero tanto che il mostro della stufa non sia già sotto al letto, pronto ad afferrarmi le caviglie.
Raggiungo timorosamente la stufa e la esamino. La sentinella dell'occulto continua a puntarla e probabilmente mi vede come un impavido eroe alle prese col mostro sibilante.
Apro lo sportello della legna. Effettivamente sarebbe potuto essere il rumore di qualcosa che si apriva o chiudeva, ma escludo che fosse quello.

Il bollitore appoggiato sulla stufa è senz'acqua da giorni, escluso anche quello. Magari il tubo della canna fumaria s'è spostato facendo rumore. Lo muovo, ma il suono non è lo stesso.
Neanche dire che possa esser stato uno dei tre fantasmi del Natale, sarebbe quantomeno in anticipo.

Mi volto a guardare il gatto, che è nervosissimo, sul letto. Ora guarda l'armadio accanto alla stufa. "È lì dentro?", gli chiedo telepaticamente. (Che i gatti si sa che hanno poteri soprannaturali).
"Sto fissando l'armadio", mi risponde lui, enigmatico.
L'armadio da anni non chiude bene e, quando gli si passa davanti, spesso si apre da solo. Ma ora è chiuso.
Torno a interrogare il gatto che, collaborativo come sempre, insiste: "sto fissando l'armadio".

Vabbeh, ci rinuncio. Vado in bagno a smaltire il succo di limone arancia e lime e poi torno a dormire.

Quando torno in camera sento un rumore come di pioggia provenire dall'esterno. E se dell'acqua fosse entrata nella canna fumaria e a contatto con la cenere della stufa l'avesse fatta sfrigolare? Mi avvicino alle persiane del balcone e guardo fuori. Niente, probabilmente le foglie degli alberi o il fiume in lontananza.

Poi guardo meglio: le palette di un anta della persiana sono abbassate. Sono quelle difettose, che ogni tanto si aprono da sole. Apro la finestra, le muovo un po'. Eccolo il mio sibilo, mistero risolto.

Mi infilo di nuovo sotto le coperte, non prima di aver preso il gatto, e spento la luce. Piano piano il respiro rallenta, siamo pronti a tornare nel mondo dei sogni. A un tratto il gatto scatta sull'attenti, orecchie tese: ha sentito un rumore.
Sì, sì, valà, sentinella dell'occulto di sto cavolo!
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