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sabato, 30 giugno 2007

10 Giugno 2002

Originale
(autore anonimo)

Aprii le finestre, e attirate dalla crostatina all’albicocca del Mulino Bianco che avevo in mano, arrivarono una trentina di vespe, rombanti come uno squadrone di Mig 24, mi passarono davanti al naso e per nulla intimorite da me si spazzolarono tutta la merendina.
Allora sfoderai lo spadino e menai quattro o cinque colpi nell’aria e quattro cinque Mig assaggiarono il gusto della mia lama, al che le altre spaventate infilarono la finestra e si dispersero.
Esaminai i cadaveri delle vespe; erano rivoltanti come può esserlo una vespa grande quanto una pernice. Qualcuna non era ancora morta, muoveva convulsamente le antennuzze e le zampe. Non mi impietosii, infilai lo spadino nella pelle e da ciascuna, quando fui sicuro che fosse morta, eviscerai il pungiglione. Era lungo più di quattro centimetri e acuminato quanto una spina di rosa.


Fiacco

Seduto sulla sedia di paglietta della cucina, passai la mattinata a fissare la finestra, quella con la struttura in legno e la maniglia in ottone. Con le tendine a fiori. Non sapevo se alzarmi o meno per aprirla. Alla fine mi decisi. Dopo un paio d'ore la raggiunsi e mi ci appoggiai per riprendere fiato. Da qui, la cucina aveva tutto un altro aspetto. Sembrava quasi più capiente. Un giorno avrei dovuto metterci qualche mobile. Se non altro un frigo e qualche fornello. Cos'ero venuto a fare, dalle parti della finestra? Ah, la memoria... E mi era anche venuta fame. In un'oretta e mezzo tornai alla sedia e presi una crostatina all'albicocca del Mulino Bianco che tenevo per terra, accanto alla sedia. La estrassi dalla sua confezione di plastica e... ah, già, la finestra. Non l'ho aperta. Guardai l'orologio: le tre e venti del pomeriggio... se parto adesso dovrei essere di ritorno per l'ora di cena. Intorno alle cinque riuscii ad appoggiarmi al davanzale della finestra e a riposarmi. Allungai la mano verso la manopola e la girai. Le sei meno venti. Assieme a un refolo di vento, una trentina di vespe entrarono nella cucina facendomi perdere l'equilibrio. Caddi e persi i sensi. Quando mi risvegliai notai che gli insetti si erano mangiati la mia merendina e ora stavano ballando in circolo attorno a un piccolo falò appiccato sulla mia sedia. Mi alzai a fatica e, quando raggiunsi le vespe, la sedia non esisteva più. Le piccole bestie stavano dormendo sdraiate sulle ali. Qualcun altra, ancora sveglia ed ebbra, girava fra le compagne cantando le osterie. Raccolsi una paletta da terra e ne spiaccicai quattro cinque, ma probabilmente erano già morte di indigestione, perché tutte le altre, come sentirono lo spostamento d'aria dello schiacciamosche si volatilizzarono. Il colpo arrivò tre quarti d'ora dopo. Una fece in tempo a dire ancora: ''paraponzi-ponzi-po''', poi morì. Volli essere certo che non fossero rimaste vive, quindi andai in camera da letto a prendere un ago da cucito. Era passata quasi una settimana, e mi ero scordato del perché fossi andato a prendere un ago, quando varcai la soglia della cucina e vidi una colonna di formiche che si portava via i cadaveri degli insetti. Quando raggiunsi il punto, ne era rimasta una. La infilzai e poi la sollevai portandola davanti agli occhi. Ero curioso di quel pungiglione e volevo vedere se era lungo quanto l'ago che avevo preso. Eviscerai il pungiglione che si rivelò essere lungo quattro centimetri e appuntito come un aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaahhhhhh... Tump!

Reduce del Viet-nam

Allora, eravamo asserragliati dietro alla finestra con la nostra fottutissima crostatina all'albicocca del Mulino Bianco, quando decidemmo di aprire quelle dannate ante, no? Appena si spalancarono entrarono dentro trenta stramaledettissimi musi giallo-neri rombando con i loro motori sopra le nostre teste. Proprio così! In pochi secondi tutta la nostra razione di crostatina andò in fumo. Bastarde! Al grido di ''Geronimoooo!'' passammo al contrattacco e, armati di paletta facemmo cadere su di loro una pioggia di granate! Sissignore! Le note della ''Cavalcata delle Walkirie'' di Richard Wagner risuonavano per tutto il campo di battaglia. Una strage. Putroppo solo quattro o cinque di loro caddero sotto il nostro fuoco, le altre si dispersero immediatamente e scomparirono. Dei corpi rimasti, qualcuno ancora si muoveva, ma non provavo alcuna pietà: ero io che dovevo avvisare la moglie di Esterhause di come suo marito fosse morto fra atroci tormenti, ero io che dovevo spalmare di creme i corpi di Martin e Solomon, ero io ad aver visto Sturges diventare gonfio come un pallone dopo esser stato punto. Una di loro gridava pietà, ma in quel momento mi venne in mente quel bambino che si esibiva in una strada di Saigon, quello che beveva litri di Napalm e poi pisciava scintille. Ero lì con la mia squadra e ridevamo, quando il bambino si voltò verso di noi per starnutire. In un paio di secondi la mia squadra era stata decimata! AAAARGGHHHH!!! Quel ricordo mi fece imbestialire, con il pugnale trafissi le vespe a terra, grosse come vacche, e prive di sensi, poi presi quella che supplicava e coi denti le estrassi il pungiglione dal corpo. Era lungo quattro centimetri e affilato come una baionetta!
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categoria : racconti

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sabato, 23 giugno 2007

03 Settembre 2003
A Daniela, Matteo, Emilio, Alberto, Pablo, Luigi, Giulio, Axel



Bene, bene, sto bene. Sono quasi le due di notte, sono appena tornato a casa e mi sento bene. State tranquilli, grazie. Con un grosso aiuto dei miei amici credo di avercela fatta.

Sì, perché stamattina ero ancora lì a pensarla. E quando mi torna in mente non sono sicuro di essere così forte. Nella pausa pranzo dovevo mandarle la lettera che ho scritto fra domenica e lunedì. E poi mi sarei distratto, ma il capo andava a mangiare a casa e il collega con la fidanzata. Sì, sì, andate, nessun problema, mi prendo un boccone di sotto e mangio in studio. Scendo. Al bar-tavola tiepida ordino una pizzetta e un hamburger senza ketchup. Poi, visto che vanno cotti, faccio un salto in edicola per ingannare il tempo.

Questo mese sono cominciate delle collane interessanti in DVD.
"Mi dà l’Espresso con “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”?...
Ce l’ha ancora la prima uscita del cinema italiano? “Nuovo Cinema Paradiso”?
E anche la seconda coi “Soliti Ignoti”?
Perfetto, ah, questa è la collana del cinema Western... cos’è il secondo numero? “Un dollaro d’onore”. Ok. E il primo? “I magnifici sette”? Ok, prendo anche quello.
E questo cos’è? “Oggi”. La grande commedia italiana degli anni sessanta? “Il Mattatore” con Gassmann. Eh, mi dia anche quello, che c’è il cofanetto e quindi devo prenderlo per forza."
Sei DVD.

Torno a recuperare il panino e la pizzetta. Poi vado in studio e mi piazzo davanti alla tivù sbriciolando per terra, che alle sei viene una signora a parlare con il capo per lavoro. Vabbeh, pulisco dopo. Mi tolgo la camicia per il caldo, Coca-Cola stappata, sul divano e pizzetta sbrodolosa. Mi vedesse il capo morirebbe sul colpo. Pizzetta e panino sono molto buoni, anche se hanno lo stesso gusto. Sanno di altre sette cose scaldate negli ultimi due anni con la stessa piastra, fra cui cotoletta di pollo, torta di verdure, polpettone. Non è male, paghi uno e gusti sette.
In televisione danno il tigì regionale: il mio amico Luigi ha fatto un ottimo spettacolo, ieri sera. Cià che gli mando un messaggio di complimenti.

Nel pomeriggio Luigi mi chiama e mi chiede se ci vediamo questa sera. Ma no, non sono ancora pronto, voglio stare un po’ da solo, tornare a casa, chiudermi nella mia tana, avvolgermi nella bambagia, vedermi un filmetto, mangiare e lasciarmi viziare dalle mie cose. Lui insiste, altrimenti si offende, ché deve festeggiare l’esibizione di ieri.
"Ti piace il pesce crudo?" mi chiede.
"Cos’è, un’allusione?", faccio io.
"No, siccome sono a dieta, potremmo mangiare sushi. Ne puoi mangiare quanto vuoi e non ingrassi!"
"Ma io ho l’insalata che mi va a male in casa, vieni tu da me... e poi non c’ho soldi..."
"Pago io, perché dobbiamo festeggiare".
Inutile discutere con Luigi. Ok.

Mangiamo pesce crudo e Coca-Cola. Tradizionale abbinamento giapponese. In cina: “coca cola” vuol dire “mordi il girino di cera”. Non voglio sapere cosa significhi in giapponese. Di certo non lo sapranno nemmeno quelli del ristorante: non c’è una faccia che sia una con gli occhi a mandorla. Le cameriere sono italiane, e il cuoco ha più la faccia da pakistano che del giapponese. A fine cena, Luigi paga il conto: 87 euri in due! No dico: una novantina di mila lire a testa per dei bocconcini di pesce crudo e due Coca-Cole? Ripenso a Pablo e ai discorsi fatti su Gollum e il pesce crudo.

Andiamo a fare una visitina al musicstore. Non posso spendere e così do un’occhiata ai cd in offerta. E alla fine riesco a spendere undici euri, ma per tre cd. Cioè due, ma uno è doppio. Si chiama “Café Nashville” e costa sei euri e sessantasei. È una raccolta di trentadue classici country. L’altro, a quattro euri e qualcosa, è un concerto di Merle Haggard. La copertina recita: “23 Great Songs”. Poi giri la custodia e i brani contenuti sono 25. I rimanenti due devono fare proprio schifo. Allora potevano scrivercelo “23 great songs + 2 awful”.

Andiamo a casa di Luigi e, per la strada, lui insiste nelle sue teorie sulle donne tutte vacche e che non ci si deve innamorare, ma trombarle e basta. Non è proprio il tipo di consolazione di cui ho bisogno, ma il suo cinismo mi serve ugualmente. Non so come, visto che non condivido quello che dice, ma mi sento in qualche modo più leggero. A casa sua mi recita in anteprima il suo nuovo spettacolo su Rossini. È ancora incompleto e debutterà a metà ottobre. Splendido. Molto divertente. Mi fa ascoltare anche le prove della musica, composta come sempre da lui. Non vedo l’ora di vedere il lavoro in scena. Me ne vado intorno all’una e mezzo, mentre lui continua a sproloquiare sulle donne e raccontandomi delle sue avventure, prive di sentimentalismo.

Mentre torno a casa penso che sto compiendo una svolta nella mia vita. Negli ultimi due anni sono cresciuto, sono invecchiato, mi hanno fatto capire che è sbagliato voler rimanere Peter Pan a vita, ma non tutto quello che vedo con gli occhi da adulto mi piace. E stavo perdendo tante amicizie, perché mi è stato insegnato che bisogna dedicare il nostro tempo e i nostri sforzi solo all’altro sesso, e che le amicizie sono distrazioni. Non ne sono molto convinto, ma inconsciamente stavo facendo piazza pulita intorno a me. Eppure non ho mai sentito Emilio così vicino come in questo periodo. Mi ha sentito in difficoltà e ha sempre cercato di trovare un po’ di tempo per me, nonostante tutti i suoi impegni. Anche Daniela, a distanza, si è prodigata e preoccupata per me. In vacanza, Alberto ha sopportato pazientemente le fasi peggiori della vicenda. La distanza geografica con Matteo ha fatto sì che ne venisse informato più tardi, ma non perché sia meno importante, aaanzi! E appena ha saputo, eccolo lì, nel suo solito, squisito, modo di occuparsi degli amici. Pablo m’ha dato una grande lezione. Non ci sentivamo da quasi un anno, l’avevo trattato di merda e nonostante questo è stato pronto a partire immediatamente per venirmi in soccorso.

Allora mi sono reso conto che non è necessario crescere da vecchi. Si può crescere e rimanere quello che si è. E a ventisette anni ti rendi conto che la sorgente dalla quale trai la migliore delle energie, è sempre quella degli amici. Ti ricaricano, ti coccolano, ti spronano, ti aiutano. Non è giusto tenere rancori nei confronti di chi ti conosce bene, ti ha soccorso nei momenti di difficoltà o con cui ci si è confidati senza freni. È così che ieri ho fatto un primo passo, e ho scritto ad Axel che non sento da tre anni, ormai, e che è stata una delle amicizie più importanti della mia vita; e stasera ho chiamato Giulio che non vedo da tempo. Le divergenze di opinioni non significano imprescindibilmente la chiusura di un rapporto. Non si è amici per essere identici e darsi sempre ragione l’uno con l’altro, e quanto di bene succede fra due persone, non deve essere dimenticato nei momenti di tensione.

Ok, ok, mi freno, altrimenti sembra quella catena di Santantonio con il tizio che mostra all’amico la biancheria intima della moglie morta. È comunque con questi pensieri che sono arrivato a casa e, fuori dal portone di casa mia, davanti alla spazzatura, trovo un comodino. Gambe di ferro e superficie di legno. Carino. Tutto sommato non un brutto comodino. L’unica pecca è che gli manca un cassetto, ma ci starebbe bene in ingresso, o nella mia stanza da letto. Lo sollevo, apro il portone e me lo porto in casa. E entriamo sereni nella tana, due comodini senza cassetto, ma comunque sempre bei comodini.
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Il racconto di oggi, e quelli che seguiranno nelle prossime settimane, sono dedicati a una cara amica che me ne ha fatto dono. Dopo che erano andati persi. Grazie, Mela.

04 Dicembre 2003

A Bolide, il mio paziente motorino.


Prendete una mattina. Una di quelle che all’apparenza sono cominciate bene. E preoccupatevi subito. Immediatamente. Non lasciatevi cullare nemmeno un minuto dalla dolce sensazione che sarà una buona giornata.
Siete ancora a letto, vi crogiolate nel tepore delle coperte e fuori comincia a piovere. Non poco. Non così così. Tanto. E improvvisamente siete già in ritardo. Sì, perché se la vostra tabella di marcia prevede la sveglia a una tal ora, colazione a una tal altra, vestirsi e lavarsi e poi recuperare il motorino, quel giorno lì potete anche scordarvi i vostri ritmi routinanti. No no. Stamattina si deve prendere l’autobus. O il treno. Dimenticatevi un mezzo individuale.
Schizzate giù dal letto e vi ingozzate coi cereali, vi fiondate in bagno, muso, denti e vestiti e vi rendete conto che, per quanto facciate veloci, non arriverete mai in orario con un mezzo pubblico.
A mali estremi, estremi rimedi. Si imbraccia il casco come fosse l’elmo di un’armatura, un bacio a chi vi è accanto - forse è l’ultima volta che la vedrete - e si parte per la crociata. Una visita in cantina per recuperare la cerata, ivi celata (la cerata) dai tempi apparentemente remoti delle piogge estive, e si raggiunge il parcheggio del motorino.
Che Dio ce la mandi buona.

Si inspira a pieni polmoni, si avvia il motore e si parte. Ok, non vi state bagnando. Sì, un po’ di vento vi solleva il poncho e qualche volta rischia di spiattellarsi in faccia, ma nel complesso va bene. Basta essere accorti.
Ma l’imprevisto arriva quando ormai avete abbassato il livello di guardia, quando avete ripreso a pensare a tutt’altro fuorché la via. È allora che vi attraverserà la strada un vecchino a braccetto con la figlia. Li vedete in tempo, frenate, ma l’acqua ha reso viscido l’asfalto, vi piegate, scivolate, cadete e l’ultima cosa che sentite è un “AAAAHHH!” della donna.
Cazzo.
È colpa vostra, poche balle. Vi alzate e vi accorgete che il ginocchio non e nella sua forma migliore. Anche l’altro. Poi vi girate verso l’anziano che è comprensibilmente spaventato. Si tiene una mano. La figlia dice che si è rotto un dito. Che poi uno ha un’idea romantica della vecchiaia, e s’immagina che un anziano, con tutto quello che ha passato nell’arco della sua vita, debba solo rimanere tranquillo. E voi irrompete nella sua quiete e lo de-ditate. Vi scusate, ammettete la vostra colpa e loro riescono perfino a dire che non vi dovete preoccupare, che sono cose che capitano.
A chi?
Per poco non scivolate all’indietro. Cosa c’è sotto ai piedi? Ah, giusto: il parabrezza. Rialzate il vostro veicolo.
Il mignolo dell’uomo si piega a novanta gradi. Che sarebbe normale se lo facesse verso il palmo della mano, ma il suo lo fa verso il dorso. Ahia.
Uno ha fermato la moto e vi chiede se vi siete fatti male. No, no, semmai è il signore che vi preoccupa. Gentile. Poi magari vi verrà un po’ di senso di colpa per non aver considerato troppo questa persona. Ma in quel momento avete la testa piena di pensieri ed emozioni.
E ci mancava una macchina della guardia di finanza che chiede se va tutto bene. Fatevi gli affari vostri, pensate voi, perché temete che questo possa ingigantire la cosa. Vi vedete già con una casacca a strisce e un prete che legge delle cose mentre vi accompagna per un lungo corridoio. L’attempato “smignolato” insiste nel dire che non è nulla, che andrà in ospedale, ma grazie.
Tutti molto gentili.

Spunta fuori un amico del vecchietto, anche lui non proprio di tenera età. Vi chiede i dati. Nessuno ha da scrivere, ma il nuovo arrivato vi invita a seguirlo nel suo ufficio dove ha un candido foglio di carta e delle belle penne. L’anziano e figlia ne erano appena usciti. Seguite la comitiva e scoprite che si tratta di un’associazione di invalidi e mutilati.
Eccheccacchio! Già uno ha avuto una disgrazia nella vita, poi attraversa sulle strisce e gli spaccano il mignolo. Il prete ha finito le sue orazioni e ora vi portano in una piccola stanza dove campeggia una grossa sedia di legno, con una scodella di ferro che pende e dei lacci di cuoio sui braccioli.
Vi torna alla mente che anche vostro zio, quello morto un paio di mesi fa, era mutilato e presidente di un’associazione simile. Per un attimo vi passa per il cervello di dirlo. Poi rinsavite e vi rendete conto che forse non è il caso.
Restate soli con l’uomo dal foglio candido e le belle penne. Gli date i dati. E dati i dati vi congedate.
Pregate l’uomo di ripetere le vostre scuse all’infortunato che, nel frattempo si sta già dirigendo verso il pronto soccorso. L’uomo si sentirà in dovere di raccontarvi un episodio che serva come monito. Una volta è capitata una cosa simile anche a lui. L’hanno investito con una “motoretta” (dice lui. Il termine lo colloca già nella leva del millenovecentoventi.) e non si sono nemmeno fermati come avete fatto voi. E lui è rimasto sulla carrozzina per tre mesi.
Ehvvàcca!
Per fortuna che non dite: “beh, però adesso s’è ripreso bene”. Sarebbe uscito un elenco di tragedie che al confronto i greci antichi erano lo Zelig di Milano.

Salutate, mogi mogi. Recuperate il motorino che, posteggiato accanto a un cassonetto, sembra guardarvi anche lui con gli occhi da cane bastonato.
Dai, non è colpa tua. È stato l’asfalto, la pioggia.
Lo accendete. Si spegne appena lo muovete giù dal cavalletto. Sembra supplicarvi di non farglielo fare ancora. Non vuole più uccidere. Piuttosto preferisce arrugginire in garage.
Un altra accensione lo persuade.
E poi vi allontanate entrambi sotto la pioggia, più prudenti ma meno convinti.
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sabato, 09 giugno 2007

1993 circa

Quel mazzolin di fiori
che volge a mezzogiorno,
piovigginando sale
e in sul calar del sole,
in duplice filar,
odo augelli far festa.

Silvia, rimembri ancora
il verde melo
grano
da’ bei vermigli fior
come d’autunno
sugli alberi, le foglie?
Sempre caro mi fu quest’ermo colle.

Ho parlato a una capra,
era il cavallo stramazzato.
Ritornava una rondine al tetto:

“è tempo di migrare,
va ti posa sui clivi e sui colli
e il falco alto levato.”

Che fai tu, luna, in ciel,
tanto gentile e tanto onesta pare,
d’in su la vetta della torre antica
ove il mio corpo fanciulletto giacque?
Chi vuol esser lieto sia,
ma per seguir virtute e canoscenza.


Taci. Si fa sera.
Di quella pira m’illumino d’immenso.
Spesso il male di vivere ho incontrato,
così mi distraggo un po’
seduto in quel caffè,
vengo anch’io. No, tu no!

Passata è la tempesta,
l’Italia s’è desta:
chinati i rai fulminei,
le braccia al sen conserte,
la donna mia quand’ella altrui saluta
ed è subito sera.

S’i fossi foco arderei
l’albero a cui tendevi
la pargoletta mano.
T’amo pio bove,
per me si va nella città dolente,
lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.

Cantami, o Diva, del Pelìde Achille:
viveva con sua madre in Cornovaglia.
Ei fu. Siccome immobile,
questo matrimonio non s’ha da fare
né domani né mai
e il naufragar m’è dolce in questo mare.


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sabato, 02 giugno 2007

Questo racconto è incompiuto.
Se avete qualcosa in contrario, vi consiglio di non iniziare a leggerlo altrimenti potreste rimanerci male...
Nel caso aveste finali, conclusioni, chiusure, epiloghi, chiose da suggerire, siete i benvenuti.

03 Luglio 2003
A Valentino e Claudio

Heinz Malden, impiegato dell’ufficio europeo dei brevetti, a Monaco di Baviera, aprì la porta degli uffici e prese posto dietro al suo sportello. L’ingegner Pietrostefano Bertini fece capolino poco dopo, vestito di tutto punto e con una cartelletta sottobraccio.
Era partito in treno il giorno prima, da Milano, ed era arrivato a Monaco la sera stessa. Sapeva qualche parola di tedesco.
“Guten Tag.”
“Guten Tag. Sprechen Sie italienisch?”
“Natürlich. Cosa posso fare per lei?”
“Vorrei aprire una pratica per il riconoscimento di un mio brevetto.”
“Bene. Ha portato i progetti, un prototipo?”
“Sì, ho tutto qua.” ed estrasse dalla cartella una serie di buste sigillate, insieme a un pacchetto, anch’esso cera-laccato.
“L’ho già fatto registrare dall’ordine notarile di Milano, per quanto riguarda i diritti in Italia. Adesso volevo estendere il brevetto a livello europeo.”
“Ha un documento d’identità?”
“Eccolo qua.”
Herr Malden controllò la foto e la faccia con scrupolo professionale.
“Lei conosce tutto l’iter burocratico?… Prima dobbiamo controllare l’archivio e vedere se esiste già un brevetto simile, dopo di che le manderemo la lettera per comunicarle il riconoscimento o meno della esclusività dell’invenzione. In caso di riscontro positivo, lei avrà una protezione sull’idea, verrà effettuata la pubblicazione ufficiale nei registri, e poi si attende che non vi siano contestazioni. Alla fine, otterrà il brevetto.”
Mentre parlava, herr Malden aveva cercato un ferma carte per aprire le buste.
“Sta bene.”
“Se adesso vuole attendermi un minuto, chiamo il mio collega che possa testimoniare l’apertura delle buste.”
“Faccia con comodo, non ho fretta.”
L’ingegner Bertini tamburellò con le dita sul bancone, mentre herr Malden scompariva dietro a un paravento in vetro zigrinato. Tornò poco dopo con uno spilungone calvo, triste, che dava l’aria di essere nato all’interno di quegli uffici.
“Ecco, siamo pronti, allora.”
Heinz Malden e l’uomo-pertica erano chini sulle buste, mentre il primo sforbiciava via i sigilli. Chissà quante volte avevano ripetuto quei gesti che ricordavano un sacrificio umano. Ma mai, in tutti quegli anni di lavoro, avrebbero pensato di trovarsi davanti a un progetto simile.
Scorsero rapidamente i fogli e infine si zittirono. Davanti ai loro occhi c’erano schizzi, proiezioni ortogonali, riproduzioni in scala, e possibili variazioni del prototipo. L’uomo-pertica sbiancò e disse: “Es ist unmöglich!” poi si sedette, grattandosi la testa preoccupato.
Il signor Malden, invece, si gettò sul pacchetto aprendolo con foga, incredulo. Quando ebbe finito fece cadere le braccia lungo i fianchi, e rimase immobile davanti al contenuto. Dopo qualche secondo lo estrasse e lo porse timidamente all’ingegner Bertini. Era un piccolo crocifisso, di quelli col Gesù in argento su croce di legno, della grandezza di un palmo appena.
“Ma… ma noi non possiamo accettare questo…”
“Perché? È già depositato?”
“No, non credo… dovrei controllare… ma… esiste da duemila anni…”
“Ci sono piante che hanno milioni di secoli, eppure molte multinazionali hanno fatto i soldi brevettandole.”
“Cerchi di capire… Noi… succederebbe uno scandalo…”
“È mia intenzione seguire tutte le procedure per il riconoscimento dei diritti. Vi prego, quindi, di fare il vostro lavoro, al resto penserò io… Parafrasando quello che diceva lui”, disse indicando il crocifisso “lasciate che i guai vengano a me”.


Nella tarda mattinata del giorno seguente, l’ingegner Pietrostefano Bertini tornò soddisfatto nel suo bilocale di Milano. A questo punto doveva soltanto attendere l’ufficializzazione da Monaco. Per anni aveva studiato un’idea che lo potesse far vivere di rendita, e quella era senza ombra di dubbio, la migliore. Ogni crocifisso prodotto in Europa, da quelli piccoli dei rosari, a quelli mastodontici delle processioni, avrebbe reso una percentuale proporzionale al Bertini. Non solo. Avrebbero anche dovuto riportare il marchio registrato “Ing. Bertini™”. In pochi giorni la notizia esplose su tutti i media, con titoli come “Il padrone di Cristo”, o “Crocifissi Inc.”. L’ingegnere era soddisfatto. Ancora non era arrivata la conferma dell’ufficio brevetti, ma poco importava. Nel bene o nel male, cominciava a essere considerato a tutti gli effetti il geniale sfruttatore del simbolo più diffuso nel mondo. Nel bene o nel male perché, per la maggior parte della gente, Bertini era il Demonio, mentre altri guardavano alla Chiesa con l’atteggiamento del “ben ti stà!”.
La Chiesa, la principale antagonista dell’ingegnere.


Una mattina di pioggia, un corriere bussò alla sua porta. Bertini firmò – due volte, perché uno era un autografo – diede la mancia al ragazzo, e rientrò nel suo appartamento. Aprì l’involucro di plastica e dentro vi trovò una busta con tanto di insegne papali. La lettera al suo interno conteneva un infuocato imperativo, da parte della diocesi vaticana, ad abbandonare ogni tipo di azione il Bertini avesse in mente di perseguire. L’ingegnere sorrise e stracciò la lettera, poi telefonò al suo avvocato e insieme concordarono una lettera di risposta, chiedendo alla Santa Sede l’immediato pagamento dei diritti per lo sfruttamento d’immagine sulla busta arrivata. Dopo pochi giorni, il Vaticano mandò un’altra lettera in cui domandava all’ingegnere di non perseguire nei suoi intenti, per il bene dell’Umanità. L’ingegnere fece spedire un’altra risposta in cui ricordava che a Roma c’è la maggior concentrazione al mondo di crocifissi. Un paio di mattine dopo, la risposta. Si pregava l’ingegnere, per favore, di desistere, e prendere in considerazione la possibilità di trattare una cessione dei diritti alla Sacra Romana Chiesa. L’ingegnere non si degnò nemmeno di rispondere.


Quella stessa settimana ci fu la pubblicazione e il riconoscimento della proprietà d’immagine del crocifisso all’ingegnere Pietrostefano Bertini e, nel medesimo giorno, una lunga macchina bianca si fermò sotto casa sua. Ne uscirono due guardie svizzere con tanto di alabarda e ne smontò l’arcivescovo di Roma, il vice-papa. Il Bertini lo fece accomodare, presero un tè e, a notte inoltrata, l’alto prelato se ne uscì curvo e strisciando i piedi. Estenuato dall’incontro con l’irremovibile ingegnere, il sant’uomo dovette riconoscere con orrore che le leggi dell’uomo si erano fatte più potenti di quelle di Dio, e ora un piccolo uomo aveva la meglio sulla Grande Chiesa.


Nei mesi seguenti pervennero all’ingegnere numerose richieste per l’utilizzo del crocefisso in campo pubblicitario, cinematografico e televisivo. La croce stava vivendo un inaspettato “svecchiamento” d’immagine e, staccandosi dalla madre Chiesa, era preso a modello di indipendenza, di auto determinazione e ribellione. I ragazzi compravano i prodotti reclamizzati dal crocefisso, portavano catene, orecchini o si tatuavano croci ovunque. Nelle camerette degli adolescenti campeggiavano poster di “Jesus Christ Superstar”, icone ancora più classiche o modelli firmati da noti designer o stilisti esclusivi.

Fu una rivoluzione. Il mondo sembrava aver riacquistato nuova fiducia nella religione, le chiese si riempivano non solo di domenica, ma tutti i giorni della settimana e a tutte le ore del giorno. L’aumento delle vocazioni “sfornò” nuovi sacerdoti, tanto che ci fu un esubero come certe classi militari e molti vennero spediti nelle missioni. Era una nuova forma di religiosità universale, moderna, non bigotta, e apparteneva a tutti.
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