All’uomo che ogni mattina, mi chiede: «Me la paghi la colazione?… Me la paghi la colazione?… »
A me, a Sara, a Pablo.
23 Gennaio 2004
19 Luglio 2004
Ero ancora una volta senza soldi, a parte pochi centesimi nel portafogli, rimasugli di un calcolo sbagliato. Se avessi contato giusto, il giorno prima avrei mangiato un po’ di più, e in tasca non sarebbero rimaste nemmeno queste monete. Invece erano lì, a tintinnarmi il mio fallimento, troppo poche per comperare qualcosa, troppe per un portafogli vuoto.
Quel giorno avrei mangiato le ultime provviste rimaste in casa. Due carote, due uova e due arance. Grattai un po’ le prime e bollii le seconde. Poi le sbucciai e, insieme alle arance, le adagiai nel contenitore di plastica delle carote. Misi il tutto in un sacchetto e uscii.
Camminavo a passo lento. Non sia mai che bruci le ultime energie rimaste in corpo, mi dicevo. Il bello è che non sapevo realmente dove andare. Ero senza lavoro da quando mandai a cagare quella sudamericana che voleva restituire il ferro da stiro. «Guardi che non posso riprenderlo. Lei ha cambiato la spina della corrente… C’è tutto il filo tagliato… Poteva usare un adattatore…». Mica m’ascoltava. Continuava a blablablare con la sua vocetta petulante fino a quando non presi il ferro, lo sbattei per terra dietro al bancone e urlai: «Ok, adesso è rotto, passi alla cassa e se lo faccia rimborsare, ispanica del cazzo!». Il proprietario non la prese bene.
Arrivai nella piazza della fontana e mi feci largo fra piccioni, negri e nani ispanici, sedendomi sul bordo del monumento. Tirai fuori la vaschetta e cominciai a rosicchiare una carota.
«Ehi, ma guarda chi si vede!». Una voce a sinistra attirò la mia attenzione. Ehi, ma guarda chi si vede, pensai voltandomi. Era uno che aveva fatto il King. Non lo vedevo da almeno dodici anni e la cosa non mi dispiaceva molto. Mi ricordai della sua esistenza in quel preciso istante. Mi presentò la sua ragazza, che aveva un’espressione da triglia, e quasi glielo dissi, ma il naso mi faceva ancora male dalla ginocchiata di quel tizio nel bar di due sere prima. «Sei a dieta?», mi domandò lui guardandomi le mani. Me le guardai anch’io. Il mozzicone di carota era la cosa più triste che avessi mai visto da quando morì Fox, il mio pastore tedesco. Tornai al fidanzato della donna-triglia e realizzai che se non fossi stato sul punto di morire di fame, gliel’avrei infilata volentieri nel culo. Non aprii bocca. Lui mi chiese se avevo più visto qualcuno della classe e per comodità feci no con la testa. Il si l’avrebbe autorizzato a continuare il discorso. Invece aggiunse qualcosa circa i risultati di una partita di non so che squadra, in non so che stadio, di non so quale città e poi si zittì. Mangiai quel che restava della carota.
Mi alzai, salutai con un grugnito a bocca piena il King con la sua Queen e mi incamminai verso un posto più tranquillo. Erano le scale del palazzo dove tenevano tutte le mostre di pittura. Però era l’ingresso sull’altro lato, dove non passano i turisti. E nemmeno i rompiballe. E nemmeno i negri e gli ecuadoriani. I piccioni sì, però. Quelli te li trovi anche nel cesso di casa. Faticai a scovare un angolo che non avessero usato come cagatoio, e alla fine mi sedetti. Tirai fuori la seconda carota e le diedi un morso.
«Mi spiace, ma non puoi stare qui.» A me quelli che prima si dispiacciono e poi ti rompono i coglioni, mi mandano in bestia prima ancora di guardarli in faccia. E questo l’aveva proprio da fesso. Mi squadrava con un sorrisino di circostanza, stretto in una divisa che sarebbe stata completa solo con una targhetta “sono un idiota”. «Perché?» chiesi io. «È un entrata di servizio, deve rimanere libera per ogni evenienza». «Quando c’è l’evenienza mi levo». «Mi spiace, ma è il mio lavoro». Bel lavoro di merda, pensai, sorvegliare che nessuno si sieda su quattro scalini scagazzati dai piccioni. Gli feci un sorriso di compassione e mi allontanai finendo la mia seconda carota.
Poi passai alla prima delle due uova. La mangiai camminando, così nessuno poteva venirmi a dire qualcosa. Passai davanti a un tizio che stava fermo a un angolo del teatro.
«Me la paghi la colazione?… Me la paghi la colazione?…» due volte. Non una. Voleva essere certo che l’avessi capito, con quella voce lamentosa. No, non te la pago la colazione!… Io sto facendo il mio unico pasto della giornata e tu vuoi fare quello più importante, a detta dei nutrizionisti. Che poi, se passavo verso sera, mi chiedevi la cena. E sicuramente hai anche più soldi di me, bastardo! Lo guardai con odio e lui abbassò lo sguardo, ma pochi passi dopo sentivo che ci provava già con un altro. «Me la paghi la colazione?… Me la paghi la colazione?…»
Avevo raggiunto la zona del porto finendo il primo uovo. Attaccai il secondo seduto su una panchina, all’ombra di una palma. Già un uovo dura poco, due bocconi, al massimo tre. Se poi dei turisti gialli vi chiedono di far loro una foto, vi deconcentrate, non dedicate al prodotto della gallina la giusta attenzione e lo finite senza accorgervene. La foto non la scattai perché feci un imprecisato cenno con la mano. Qualcosa che significava: non ne ho voglia, non sono capace, grazie ho già dato o simili. Ma intanto l’uovo l’avevo mangiato e m’ero scordato il sapore. Ruttai tutto il mio fastidio in faccia ai cin-ciun-lì e mi spinsi lungo il molo sbucciando la prima delle due arance.
Strascicavo i piedi, annoiato, e succhiavo uno spicchio dopo l’altro. Un randagino venne ad abbaiarmi intorno. Gli spremetti la buccia dell’agrume nella pupilla e questo si allontanò come un fulmine, con l’occhio chiuso. Non so perché alle volte mi comportassi così. Mi riscoprivo a sorridere come un piccolo teppista che si diverte a legare un petardo alla coda del gatto.
La ringhiera che costeggiava il molo sembrava fatta apposta per sedercisi su e, da nostalgico monello, mi arrampicai. Estrassi dal sacchetto quello che sarebbe stato l’ultimo mio nutrimento per un po’ di tempo. La seconda arancia. Probabilmente avrei dovuto prendere in considerazione i consigli della mia ex: smettere di credermi un superuomo, destinato a lavori più gratificanti e a un posto più alto nella scala sociale. Tornare a fare l’impiegato, il commesso… robe del genere. E poi pensare più agli altri, accorgermi che non esisto solo io, che ci può essere gratificazione anche nel dare una mano disinteressata. Ormai era troppo tardi. Avevo toccato davvero il fondo. Niente illusioni, ma neanche niente lavoretto da impiegato. Il mattino dopo avrei messo da parte la mia dignità e avrei cominciato a far colletta. Anzi, perché rimandare a domani? Quella sera stessa mi sarei seduto, mano aperta, a chiedere qualche moneta lungo un marciapiede. «Me la paghi la cena?… Me la paghi la cena?…» Non suonava bene quanto “la colazione”, ma immaginai che dopo un po’ si sarebbe perfezionata la formula. Tutto sommato non ci perdevo niente. Anzi. Avrei lasciato quel loculo che chiamano monolocale, il che significava niente affitto, gas, luce e scocciature di vicini. Mi spiaceva un po’ per quel bel divano su cui dormivo così volentieri. Quella sera sarei entrato e l’avrei sventrato. Se non potevo averlo io, non l’avrebbe avuto nessuno. Erano i miei pensierini prima di sbucciare l’ultima arancia. Le mie preghiere, le mie vendette alla vitamina C.
Una mamma con bambino stava tornando verso la banchina, dopo essere stata sulla chiatta in fondo al molo. Lei stava riprendendo il piccolo per aver fatto qualcosa con il chewingum. Più in là, uno spilungone scheletrico si riparava dal vento infilando le braccia all’interno del giubbotto. Poi accelerò il passo, superò la donna e le si parò davanti. Dovevano conoscersi, perché lui le parlò animatamente facendo qualcosa con le mani, anche se non riuscivo a vedere bene. Il suo teschio montato su una pertica spuntava da sopra la nuca della mamma. La donna era di schiena, ma si capiva che era agitata. Cercai di sporgermi per guardare meglio, ma in quel momento l’uomo si voltò su se stesso e si mise a correre. La donna fece in tempo a sfiorargli la spalla, ma non mutò la situazione. Si voltò verso di me e mi guardò con l’espressione di chi cerca aiuto. Solo in quel momento capii cosa era successo, balzai giù dalla ringhiera e seguii il borseggiatore, ma era dannatamente più veloce. Probabilmente aveva mangiato meglio di me, negli ultimi giorni.
Però io mica rubavo alla gente...
Lo stavo per perdere quando mi ritrovai in mano l’ultima arancia. Correndo, scagliai il frutto caricando il lancio dietro l’orecchio, come i giocatori di baseball nei film americani. Lo colpii dritto sulla nuca. Perse l’equilibrio e cadde. Si voltò, mi fece uno strano gestaccio a braccio teso e si rialzò, riprendendo a correre. Non riuscivo più a stargli dietro, le orecchie mi rimbombavano, il cuore pompava a un ritmo esagerato e sentivo un forte dolore al petto. Mi sedetti per terra e mi massaggiai lo sterno. Ero tutto sporco. Nell’eccitazione dovevo aver stretto troppo forte l’arancia. La mia mano e la camicia erano sporchi di rosso. Poi mi accorsi che l’arancia giaceva al suolo a molti metri da me, ancora quasi intatta. E il petto continuava a fare male. E ora anche i polmoni. La signora e il bambino mi raggiunsero. «Come sta?!… Resti immobile, le chiamo un ambulanza!… Aiuto!… Aiuto!»
Già. Macché gestaccio! Quando quell’imbecille ha puntato la mano verso di me, aveva un’arma. L’unico ladruncolo che per scippare usa la pistola, lo dovevo beccare io. Non poteva strappare via la borsa e basta? No, doveva fermarsi a conversare, farsi dare qualcosa di più, metti che la donna tenesse il portafogli nella giacca, anziché nella borsa. Sicuramente era un tossico, un principiante, nervoso per la sua prima rapina. Chissà dove l’avrà trovata, la pistola.
Stramaledetto tossico-John Wayne in crisi d’astinenza!
Me ne stavo lì, con lo stomaco appena appena saziato, un buco nel petto, niente soldi, niente donna, niente di niente. Vai a fare l’eroe. E comunque non è mica vero che quando stai per morire rivedi la tua vita in un solo istante, come se fosse un film. Mentre tossivo sangue, insieme al gusto di rame, sentivo quello di arance, di uova e di carote. Che ultimo pasto di merda!
A questo, pensavo io.