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sabato, 28 aprile 2007

5 Ottobre 2001
A mamma e papà

    La distesa di un immenso deserto. Un paio di aquile si rincorrono fra le nuvole. Il miraggio di un cactus all’orizzonte. Qualche scorpione che si fa strada nella sabbia. I rollin’ bushes fanno il loro lavoro trasportati dal vento. Molto lontano, la sabbia si alza facendosi polvere.
    Polvere, polvere. Per qualche minuto aumenta di dimensione, poi comincia ad avvicinarsi. La gobba di un ramo secco fra la terra asciutta ha ruotato la sua ombra di quasi novanta gradi, quando nel mezzo del banco di sabbia comincia a distinguersi un piccolo punto che avanza. Le ombre si sistemano ancora un poco, prima che il punto sia così vicino da potersi distinguere. È un’automobile da fuori strada, con ruote grosse e scaletta per salire; i finestrini sono chiusi e coi vetri scuri.
L’auto sfreccia rimbalzando sulle zolle secche e prosegue il suo cammino. La guida Saul, un giovane sulla trentina e già qualche capello bianco. Indossa un paio di occhiali dalla montatura leggera e ha uno splendido sorriso sul volto. Sta parlando con sua moglie, seduta accanto. Lei è Fatimah, bellissima ragazza mulatta di poco più giovane di Saul. Il suo abbigliamento tradisce delle origini africane, un lungo abito decorato di oro, su colori della terra: marrone, giallo zolfo, bianco, rosso vermiglione . In testa, un piccolo fez sui capelli corti, le attribuisce l’aria di una regina, mentre il piccolo neo sullo zigomo, le rende il volto molto seducente. Sul sedile posteriore, appisolati per il lungo viaggio, ci sono Malcolm e Laura, i due figli, rispettivamente di sei e otto anni.

    “Come minimo sono sei anni che non ci torniamo” dice Fatimah.
    “È vero. L’ultima volta c’era già Laura e avrà avuto un anno…” risponde Saul.
    Fatimah avvicina il viso a quello del marito “Non ti spiace se ti ho trascinato qui, vero?”.
    Saul sorride “Anzi. Avevi ragione: una volta ogni tanto i miei parrocchiani possono fare una festa dell’acqua senza il loro pastore.”
    “Sai che ti amo, vero?”, stuzzica lei.
    “Mmh… Fammi pensare… Hai accettato di vivere con un uomo che non è della tua stessa fede, gli hai dato due splendidi figli, lo segui ovunque vada, quando ti fa arrabbiare lo perdoni dopo pochi secondi… qual era la domanda, scusa?”
    “Ma sei uno…!” ridacchia lei tirando qualche pugnetto sulla spalla del giovane pastore.
    Ridono tutti e due, mentre il motore arranca fra le dune. Il viaggio è cominciato la mattina presto dal loro villaggio e manca ancora qualche ora prima del loro arrivo. Il sole non ha ancora raggiunto lo zenith, ma il caldo comincia a sentirsi.
Polvere e sabbia anche quando, qualche ora dopo, stanno raggiungendo Oasi.
    “Mal, Laura, siamo arrivati!”
    “Ehi, ma è grandissimo!” esclama Malcolm.
    Laura commenta solo con un “Wow!”

    Oasi è, appunto, un’oasi. Una conca avvolta da collinette dove però non c’è vegetazione. Dovrebbe comunque esserci un laghetto. Un laghetto nascosto dalla costruzione. La confraternita di Oasi ne ha fatto un grosso mercato per tutte le tribù nel raggio di quattromila chilometri. L’imponente struttura è coperta da milioni di rami di bambù per una superficie di circa cinquemila metri quadrati.
    Un cartello indica lo spiazzo dedicato al cambio auto. Saul guida la macchina all’interno e accosta accanto a una motocicletta. I bambini sono entusiasti e scendono urlando e correndo: non hanno mai visto un agglomerato di costruzioni così vasto. Fatimah li rincorre e Saul smonta con calma lasciando le chiavi nella portiera. Un tizio mingherlino e la sua famigliola gli viene incontro, lo saluta e lo supera dirigendosi verso l’auto. Dopo pochi secondi l’auto è nuovamente in viaggio.
    Saul procede in direzione dell’angolo dietro al quale aveva visto scomparire la sua famiglia e quando lo raggiunge trova uno degli accessi a Oasi. Entra nel corridoio con le pareti di bambù e si unisce di nuovo a Fatimah e ai bimbi. L’accesso porta in una delle piazze. Le piazze coperte sono grandi da poter ospitare duemila uomini ciascuna e quella in cui si trovano ora, non ne sta contenendo certo meno. Al centro di essa, dei musicisti accompagnano dei giocolieri e il volume è alto, così come il morale.
    “Non mi ricordavo così tanti negozi!” urla Fatimah.
    “Cosa?”
    “Non mi ricordavo tanti negozi!”.
    “Devono aver chiuso qualche locanda per aprirne di nuovi.”
    “Guarda!… Un negozio di frutta! Andiamo?”
    “Ma l’hai vista la coda?… Ci vorranno ore! Magari ci torniamo prima di andare via, va bene?”
    “Va bene!” sorride Fatimah, mentre Laura le tira il largo vestito.
    “Mamma, Malcolm non crede che io sia già stata qui!”
    “È vero, Malcolm. Tua sorella è stata qui con noi quando era ancora piccola così!”
    “Ma lei dice che si ricorda tutto e non è vero!”
    “E invece sì!” rintuzza la sorella.
    “Impossibile! Eri troppo piccola!…”
    “Basta ragazzi, non bisticciate!” interrompe Saul con tono di rimprovero, ma con l’espressione di chi è costretto dal proprio ruolo.
    La coppia e i due bambini imboccano una via che, come il resto di Oasi, è coperta dai ramoscelli flessibili del bambù che fanno filtrare la luce del sole e l’azzurro del cielo. La strada si chiama Via dei Ristoranti e lungo di essa lavorano una cinquantina di ristoranti con specialità di tutto il mondo.
    Fatimah è stupita e esclama “Ma guarda… anche qui! Sei anni fa ce n’erano sì e no venti!…”
    “Meglio. Ora c’è più scelta.” ribatte sorridendo Saul.
    Proseguono per circa duecento passi e si fermano all’altezza di un ristorante indiano. Fatimah indica la vetrina e dichiara la sua preferenza: “Mhm, questo m’ispira proprio!”. “Bene. È tanto che non mangio indiano… Amo tutte quelle spezie… E voi due che ne dite?” s’informa Saul. “Non ci sono verdure, vero?” chiede Malcolm. “Basta che tu prenda un piatto che non le ha, no?” risponde Fatimah con ironica saggezza. “Bene. Allora tutti dentro!” incita il giovane pastore, con la bella moglie al braccio e i due figli dietro. Laura fa una smorfia a suo fratello.

    Mangiano riso al curry, con montone in umido, bevono succhi di piante lontane e zuppe di verdure. Poi, mentre i due bambini giocano nel piccolo giardino del locale, i due genitori cominciano un discorso che chiunque essere umano sulla terra ha affrontato centinaia di volte nelle ultime dodici settimane.
    “Non so se hai contato i giorni come me, ma sono passati già tre mesi dalla rivelazione.” Fatimah è la prima a cominciare.
    “Già. Ma proprio per questo non dobbiamo avere fretta. Ricorda quanto siamo fortunati: stiamo vivendo nell’era della rivelazione del Creatore.”
La distruzione coprì tutto il pianeta qualche tempo addietro, ma il Creatore si era rivelato all’umanità confortando gli animi e rispondendo alle preghiere dei superstiti. Si ebbe la conferma su quanto frange di filosofi e teologi cercavano da millenni di sostenere e provare: che il Creatore ama tutte le fedi. Colui che creò tutto promise che presto avrebbe posto fine all’esistenza dell’uomo sulla terra, per portarlo là dove era stato esiliato milioni di anni prima. Fatimah e qualche centinaio di milioni di sopravvissuti, sulla terra, stanno aspettando con ansia quel giorno e Saul la tranquillizza con la sua saggezza.
    “Non credo si debba essere impazienti. E’ come se già vivessimo in un paradiso terrestre. Hai visto com’è cambiato in bene, l’animo degli uomini dopo la rivelazione? Siamo dei privilegiati e per questo non dobbiamo approfittarcene. Hai fatto la preghiera dell’alba, per esempio?”
“No, eravamo già in viaggio. Allah ci concede di saltare la preghiera se c’è un motivo importante, o durante i viaggi. Ho sgranato il mio tasbih, comunque.”
    Lui sorride prendendole la mano e cominciano a parlare dei piccoli problemi di tutti i giorni, dei bambini e di cosa comperare a Oasi. Dopo uno squisito dolce a base di latte, riso e uvetta, pagano al cameriere e recuperano i due piccoli, che hanno raccolto tutta la sabbia del mercato, sui loro vestiti. L’associazione d’idee li porta a cominciare a far spese nei negozi di vestiario, dove Saul compera l’ennesima camicia di jeans e un cappellino con visiera e Fatimah un bel vestito lungo, degli abiti da escursione in montagna e delle scarpe da ginnastica. Malcolm rifiuta con tutte le sue forze la tuta, ma non si fa pregare per una maglietta con una freccia che indica a lato, e la scritta “Sono con uno stupido”. Laura non coglie la malignità del fratello e si fa comperare una gonna a pieghine, azzurra.


    Verso il tramonto la famiglia ha completato le spese di vestiti, alimenti, libri e utensili e tutti sono soddisfatti. Un ultimo sguardo a una delle piazze del mercato e escono da Oasi. Il sole è un grosso tuorlo d’uovo che cala, mentre si avvicinano a una lunga automobile familiare. Un forte vento comincia ad alzarsi, ma la sabbia resta incollata al terreno. Fatimah si tiene il cappellino e urla a Saul di entrare in auto mentre, con la mano libera, fa premura ai bambini.
    Saul aggrotta le sopracciglia e dice “Aspetta”. Lei si avvicina e lo guarda con curiosità, mentre lui gira su se stesso lentamente e guarda in lontananza. Poi da lontano intravede una estesa nuvola bianca, come nebbia, avvicinarsi. Guarda alle sue spalle e vede la stessa cosa… e alla sua sinistra e alla sua destra. Tutto intorno. Fatimah ha un sussulto e guarda verso la costruzione del mercato. “Bisogna andare ad avvisarli”.
    “Non è necessario, Fatimah.” Lei si volta verso il marito e ora lo vede sorridere.
    La nebbia è quasi luminosa e si sta chiudendo ad anello, da tutte le direzioni, su Oasi. Il vento è potente, mentre il rumore assordante fa vibrare tutto il terreno.
    Fatimah si avvicina quindi al marito e con una mano tiene a sé i due bambini spaventati, mentre il mercato con tutti i suoi avventori viene inghiottito. Saul bacia i due bambini, poi si risolleva, bacia Fatimah, e riprende a guardare l’orizzonte che ormai è vicinissimo. Un profondo sospiro e tira fuori dalla camicia la sua catenina col crocifisso, stringendola nel pungo. Fatimah lo guarda e prende dalle tasche del vestito il suo tasbih.
    La coltre è ormai a pochi passi da loro e in un battito di ciglia li inghiotte. Un colpo di timpano e un flash accecante.


    Saul aprì gli occhi e sopra di lui c’era una tempesta magnetica, fulmini e tuoni riempivano il cielo e attorno a sé tutto era molto buio. Una saetta caduta poco più in là riuscì a mostrargli, in lontananza, la struttura di Oasi. Avvertiva che qualcosa era cambiato, ma non riusciva a focalizzare cosa. Si mise seduto sul terreno arido e attorno a sé vide una vasto tappeto di neonati che piangevano, sdraiati a terra e agitavano le manine verso l’alto. Accanto a sé vide Malcolm e Laura come erano sei e otto anni prima. Fra lui e loro riconobbe una bambina con un piccolo neo sullo zigomo ed era senza dubbio Fatimah. Guardandosi le caviglie e i piedi si rese conto che anche lui era tornato indietro di trentadue anni, ma con una coscienza e conoscenza che non aveva mai avuto. Sorrise a Fatimah e seppero che nessuno dei due provava paura, poi una cascata d’acqua arrivò da lontano e coprì tutto attorno facendo crescere, quasi istantaneamente piante, alberi e prati e il sole comparve in cielo. Come Adamo ed Eva, loro furono gli ultimi esseri viventi a lasciare la terra. E si concluse la storia dell’uomo.

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categoria : racconti

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sabato, 21 aprile 2007

14 Novembre 1993
4 Luglio 1996

24/25 Luglio 2002
A Rita, Matteo e Claudio

    Era arrivato da mezz’ora e lei era già seduta lì, sola, di fronte a lui: impossibile che stesse aspettando qualcuno. Di tutte le panchine che costeggiano il viale del museo, le uniche due dipinte di bianco, disposte una in fronte all’altra e ai lati del portone principale, erano il punto di ritrovo di mezza città. E queste erano proprio quelle dove sedevano Matteo e, nell’altra, la donna che egli fissava da più di trenta minuti. Mezz’ora in cui Matteo aveva giocato col pensiero come al solito. Si era immaginato il primo approccio, una cena al “Bijoux”, la dichiarazione prima di farla rientrare a casa, “il” bacio e via via, verso una nuova vita. Si era messo d’accordo con sé stesso: “Alle dodici e venti, se non si avvicina nessuno, vado!”. Ora era lì che, invece di sperare che restasse ancora un po’ da sola, supplicava l’orologio di correre più veloce... se si imponeva una regola doveva rispettarla. Erano le dodici, diciannove minuti e cinquantasei secondi, cinquantasette, cinquantotto, ‘nove, mezzogiorno e venti! Schizzò dalla panca come una molla, tanto che l’anziana donna, seduta accanto a lui, invece di distribuire amorevolmente il miglio ai piccioni, lo lanciò in aria facendoselo ripiovere in testa.

    Matteo attraversò la strada ghiaiosa che portava al museo con fare deciso e passo marziale. Era la prima volta che abbordava una ragazza in quel modo, ma sembrava fosse il suo hobby preferito, a guardarlo. Per poco, invece, rischiò di rovinare tutto pur di voler pronunciare una battuta letta tempo prima e che aveva sempre sognato di dire. Si presentò con taccuino e penna e disse: “Buongiorno signorina, sto scrivendo un elenco telefonico, potrei avere il suo numero?”, la donna arrossì e sorrise garbatamente. Alla vista di quella bocca curvata all’insù, per niente indisposta, Matteo si sentì sprofondare in un barattolo di miele, con decine di cuoricini e angioletti che gli roteavano sulla testa. Era dai tempi dell’università che non provava un sentimento così coinvolgente e fanciullesco e ora, cinque anni dopo, si sentiva come un bambino che aveva ricevuto il barattolo di Nutella, dopo averlo bramato per molto. Persa la sicurezza di partenza, aggiunse timidamente che avrebbe desiderato avere un appuntamento con lei. “Ma certamente, te lo do volentieri, dove vuoi tu: nei denti, nello stomaco o che altro?”. Per una frazione di secondo, Matteo credette di avere a che fare con una ventriloqua e anche piuttosto brava, visto che le sue labbra non si erano minimamente aperte, ma l’impressione svanì quasi subito, quando il volto della ragazza mutò in un’espressione tesa. Seguì lo sguardo della donna, che superava le sue spalle e si voltò, trovandosi a tre centimetri dal muso di un bestione imbestialito. Il viso tipico del fidanzato geloso: i muscoli facciali convergevano tutti verso il naso, conferendo un’espressione gorillesca, e le sopracciglia erano frecce che puntavano verso il setto, minacciosamente. I pugni, stretti, erano pronti a fare scempio del viso di Matteo che già temeva per il suo grazioso naso greco. Improvvisamente, le sopracciglia del bestione si arcuarono puntando verso l’alto e la sua bocca mutò in un sorriso. Alzò le braccia al cielo con uno scatto, e Matteo s’ingobbì portando un braccio davanti a sé e temendo una mossa strategica di chissà quale arte marziale; si sentì prendere per le spalle e sollevare, poi venne assordato da un fragoroso: “Matteo!”. Aprì un occhio, che aveva previdentemente allontanato da qualsiasi immagine violenta, e con gran stupore si accorse che il muso da gorilla nascondeva una faccia – non proprio migliore, comunque – a lui famigliare.
    Mentre sforzava la memoria per ricordarsi chi fosse quell’uomo, guadagnò tempo accennando un sorriso tirato e balbettando un “ciao”. Con il solo occhio che il Coraggio gli permetteva di tenere aperto, osservò quel naso spezzato da pugile, e improvvisamente gli venne in mente un soprannome: “Cassius!” esclamò.
    “Cassius?” domandò la bella ragazza che nel frattempo si era alzata. “A-ha…” ammise, evidentemente imbarazzato di quel nomignolo di fronte alla fidanzata “… Era un soprannome che mi avevano affibbiato per il mio naso, ai tempi dell’università... sai, Cassius Clay... ah, dimenticavo... Rita, questo è Mattia, mio compagno di corso in facoltà”.
    “Università? Non sapevo che avessi fatto l’università” indagò la donna.
    “Sì, non ho dato gli ultimi esami. Ho fatto quattro anni e poi ho comincito a lavorare da tuo padre” replicò.
Mattia... L’aveva chiamato Mattia… E dire che Matteo teneva molto al suo nome, ma Claudio, questo era il nome del gorilla, lo aveva sempre storpiato, non si sa se consapevole o nella speranza di risultare spiritoso.
    Matteo aveva ripreso a pensare, a estraniarsi dalla realtà, mentre i due ricordavano il loro passato prima di conoscersi. Rita... sapeva come si chiamava, ora, ma non c’erano speranze. Eppure faceva fatica a capacitarsi dello strano connubio, dato che fin da piccolo gli era stato insegnato che non può esistere una relazione fra una fata ed un orco. Lo risvegliò l’orco, sorridente, che sventolava due biglietti del museo davanti all’espressione ebete di Matteo: “... quaranta minuti” disse.
    “Come?” si destò Matteo.
    “Quaranta minuti” ripetè Claudio.
    “Che cosa?” cercò di capire il dormiente.
    “Di coda”.
    Un “non capisco” detto sorridendo è una confessione che farebbe spazientire persino il più mite degli hamish e anche in questa occasione sortì un buon effetto.
    “Ma cosa c’è da capire?!” alzò la voce, Claudio. “Mi sembri scemo! Ho detto semplicemente che per prendere ‘sti due biglietti ho dovuto aspettare quaranta minuti!… Ti direi di venire con noi a fare un giro nel museo, se non ci fosse questa coda da fare” disse, indicando la biglietteria. Quaranta minuti... già, ecco perché nessuno si era fatto vivo, prima: era in coda, pensò Matteo.
    “Oh, ma mi ascolti?!” lo scrollò Claudio.
    “Sì... no... cioè, non preoccupatevi, posso venire, volentieri, grazie. Sai…” disse rivolto all’amico “… ora faccio il critico d’arte e col tesserino posso entrare dove voglio” e sorrise.
    “Accidenti, vedi cosa ci guadagnavo a finire i corsi!” disse ridendo, Claudio alla fidanzata, mentre tutti e tre si avvicinavano all’entrata. Il palazzo del museo abbagliava i suoi visitatori e splendeva persino negli angoli più nascosti della struttura, grazie alle sue immacolate pareti bianche. All’ingresso, Matteo sfoderò la tessera del giornale per il quale lavorava e un omino addetto al controllo dei biglietti, si scusò con un buffo accenno di inchino: “È solo una formalità, ma con lei non ce n’è bisogno”.
    “Vengo qui spesso…” ammise Matteo, voltandosi e sorridendo verso gli amici “… Vi farò da Cicerone” aggiunse.
    “Siete in buone mani…” s’impicciò l’omino. I tre accennarono un sorriso forzato ed entrarono nel padiglione egizio.
    “Neanche a farlo apposta...” bisbigliò a Claudio la timida Rita.
    “Come…?” domandò Matteo che, da valente guida, si era anteposto alla coppia.
    “Niente, diceva a me…” spiegò Claudio.
    “Vi ho fatto incominciare da questa sezione perché, se il tempo non mi inganna, tu andavi matto per l’antico Egitto…” si giustificò Matteo con Claudio. Questo sorrise e aggiunse “E’ proprio quello che intendeva Rita, prima... siamo venuti qua proprio per l’antico Egitto”.

    “Centocinquant’anni fa, il re di Francia fece trasportare dall’Egitto il famoso obelisco di Place de la Concorde, donandolo alla città di Parigi. Tremila anni prima lo stesso obelisco era stato dedicato al grande faraone Ramsete II con queste parole: I tuoi monumenti esisteranno finché esisterà il cielo e il tuo nome dovrà essere ricordato fin quando esisterà il cielo…” così iniziò la visita guidata da Matteo. A Claudio non parve vero di possedere una guida personale, e la ascoltò come se da essa provenisse tutta la sapienza di questo mondo. Rita, che sperava in un pomeriggio téte à téte con il suo fidanzato, si trovò così a dover sorbire una lezione indesiderata e, a suo avviso, noiosa, con un terzo incomodo. Più i visitatori del museo si accostavano al trio, per guadagnare gratuitamente informazioni sugli oggetti esposti, più Matteo abbassava il volume della voce. Dopo una mezz’ora fra sfingi e vasi canopi, il battistrada della coppietta decise di trasferirsi nell’ala greca, prendendo quindi un corridoio laterale e trovandosi fra le vetrine di una mostra di ceramiche del XVI secolo. “Strano, dovrebbe già intravedersi qualche centauromachia o tauromachia…” si insospettì Matteo, proseguendo per il corridoio e uscendone. Si trovò in una lunga stanza rettangolare, dove entrò con passo sempre più deciso, e voltò immediatamente a destra. Si bloccò: nella sala non vi era alcun oggetto esposto. Le pareti alla sua sinistra e destra erano le più lunghe del rettangolo. In quella alla sua sinistra si aprivano due finestre, quella alla sua destra era spoglia, non fosse per l’apertura del corridoio. Un enorme camino bianco ornava il centro della parete, di fronte a Matteo, alle sue spalle, un muro nudo. Tutto, in quella stanza, appariva come marmo: niente piastrelle, niente tappezzeria, niente di niente. I muri, il pavimento, il soffitto, il camino, sembravano ricavati scavando nello stesso, enorme, blocco di marmo.

    Matteo, nonostante fosse convinto di aver imboccato il corridoio giusto, si preoccupò di essere entrato in una parte del museo chiusa al pubblico. Si voltò quindi verso l’entrata della sala e con suo grande stupore si accorse che, laddove terminava il corridoio delle ceramiche, sembrava non esserci mai stato nessun passaggio: il “marmo” chiudeva il buco attraverso il quale Matteo e i suoi amici avevano fatto capolino nello strano stanzone. I suoi amici: Matteo portò una mano fra i capelli muovendo le dita, perplesso. Sorrise, come faceva in qualunque situazione poco comune: “Cosa cavolo succede?” si chiese, “I greci, Claudio, Rita e il corridoio... tutti spariti”. Si avvicinò verso il muro che gli aveva “rubato l’uscita” e lo tastò per cercare una fessura. Si inginocchiò e saggiò se con la mano sentiva qualche spiffero provenire dall’angolo col pavimento... niente: tutto sembrava saldato seguendo il concetto del “blocco di marmo scavato”. Matteo si avvicinò alle finestre, azione che gli rivelò che altro non erano se non una struttura in bassorilievo, priva di alcuno sbocco verso l’esterno, e dello stesso materiale dell’intera stanza. Stranamente la parte superiore dei finti vetri, delle finte finestre, era di un azzurro lucente che illuminava la stanza e che aveva dato a Matteo l’impressione del cielo.

    Nessun rumore, nessuna voce entrava in quella camera, dall’esterno. Matteo si sedette in terra accanto al camino e chinò la testa affidando i capelli alle sue mani consolatrici. Pensava, allibito e spaventato al modo di uscire. Pensò, pensò così tanto che gli si dilatarono le vene del collo e della fronte. Pensò, pensò e i minuti divennero ore. La sua disperazione era l’impotenza di fronte all’ignoto. Aveva lo sguardo sulle sue scarpe da tennis bianche e, proprio da un riflesso su quelle scarpe, si accorse di un cambiamento che stava avvenendo nella stanza:
il finto cielo delle finestre, in marmo azzurro, diventò dapprima di un rosso intenso e, molto lentamente, si spense fino a raggiungere il nero più tenebroso. La stanza si era adeguata all’orario. Ah, già, che ore erano? Matteo schiacciò nel suo orologio digitale, il pulsantino della lucetta in alto a destra e dovette far ammettere al suo cervello puramente razionale, messo già a dura prova in quella giornata, che il suo “Casio”, non solo emanava ticchettii come un normale orologio a lancette, ma che segnava pure le ventisei e sei minuti, in un quadrante analogico con 13 ore per giro. Sorrise. Tornò serio e gettò l’orologio in un angolo, di fronte al camino. Si addormentò sdraiato per terra, usando la sua giacca come cuscino. Dormì. Dormì e sognò. Sognò la sua vita di giornalista, le sue soddisfazioni, le amicizie, le gioie, le infelic... BIP!

    Si svegliò: il beep che il suo orologio gli comunica ogni ora, e al quale oramai aveva fatto l’abitudine non accorgendosene più, questa volta si prese la rivincita sulla sua indifferenza grazie al rimbombo della stanza vuota. Matteo si stropicciò gli occhi e tastò il terreno nel buio, alla ricerca del suo amico da polso. Si ricordò più tardi, che il suo gesto isterico l’aveva fatto volare dall’altro lato della sala e che quindi sarebbe stato meglio aspettare la mattina... se anche in quella camera sarebbe arrivata.

    Il marmo non è propriamente una pietra calda, e non sono da invidiare i diseredati che devono adattarsi alle fredde scalinate delle chiese. La temperatura della stanza era scesa di una decina di gradi e per cercare riparo, istintivamente, ma ingenuamente, Matteo si incuneò dentro il camino e si sedette, appoggiando la schiena alla parete laterale sinistra, interna al caminetto. Appena la sua schiena sfiorò la lastra di marmo, si sentì assorbire lievemente dalla pietra stessa e si ritrovò in un’altra camera.

    La nuova camera era illuminata come quando entrò nella precedente. Matteo la studiò attentamente, ma sarebbe bastata una semplice occhiata per riconoscere in questo nuovo luogo, le medesime sembianze dell’altro: le pareti, le due finestre con riflessi azzurri e il caminetto. Una luce di speranza si accese in Matteo: da quando era stato “trasportato” da una stanza all’altra, non si era alzato in piedi, ma nonostante le camere fossero in ogni piccolo particolare identiche, la sua posizione era cambiata. Ora si trovava in fondo alla camera, a contatto con la parete di fronte al caminetto. Il caminetto... acceso. Questo significava che qualcuno doveva essere stato lì per accendere il fuoco. Si precipitò verso la bocca del camino per ricevette un’altra delusione: le fiamme non erano altro che nuovi riflessi intensi del marmo, di colore rosso e giallo. Le venature della pietra erano così sottili e diramate che davano un effetto di reale vita in quell’angolo. Matteo, sconvolto, cadde a terra e pensò a quale forza sconosciuta potesse sottometterlo a una tortura così atroce. Alzò lo sguardo e vide in fondo alla stanza il suo orologio. Con amarezza dovette riconoscere che il “trasporto” era stato solo una sua immaginazione. Raccolse l’orologio e si convinse di essersi spostato in fondo alla stanza durante il sonno, ma non volle comunque lasciare intentata nessuna soluzione. Si diresse verso il camino, che emanava, in effetti, vero calore. Premette leggermente la parete sinistra, all’interno del caminetto e sentì la sua mano venire risucchiata. Non fece resistenza e la seguì con tutto il corpo.


    Si trovò nuovamente in fondo alla stanza, che questa volta presentava una differenza: il suo orologio era nuovamente in terra, nello stesso istante in cui lo stava tenendo in mano. Si avvicinò al secondo orologio e notò la somiglianza con il primo. Percepì dunque che il trasporto avvenisse realmente, rispettando le caratteristiche strutturali delle camere e non solo. Tentò nuovamente di varcare l’interno del caminetto, che lo risucchiò come una parete di acqua, ed ebbe la conferma del suo sospetto, quando vide un terzo orologio. Sorrise, pensando che in un’altra situazione avrebbe potuto raccoglierli e aprire un orologeria. Ritornò subito a ragionare sui camini, pensando che continuando a varcarli sarebbe potuto giungere alla fine di qualche cosa e oltrepassò il quarto camino e il quinto e il sesto e ne oltrepassò, con sempre crescente angoscia, più di cento. Esausto, si sedette all’interno di un camino, prima di attraversarlo, e si mise ad osservare la struttura: sembrava molto più grande del primo. Quello, da seduto, riusciva anche a sfiorarlo con la testa, mentre questo doveva alzarsi in piedi per fare lo stesso. Con l’orologio prese le misure: sei cinturini e mezzo di base, per nove d’altezza. Ricordandosi questi dati, passò per il nuovo arco e si accorse che effettivamente, più si proseguiva, più aumentava la grandezza delle stanze. Si addormentò con questo pensiero e, forse, speranza.

    Alla mattina, di buon ora, quando le venature delle finestre erano appena gialle per l’alba, incominciò la sua perlustrazione e continuò a passare di stanza in stanza fino a quando, due giorni dopo, si trovò all’interno di stanze immense, dove gli ci volevano molte ore per attraversarle e raggiungere il camino. La sera del secondo giorno, sentì le forze che gli mancavano sempre più, per non aver potuto mangiare o dormire. Oltrepassò l’ultimo camino che si era prefisso e arrivò, dopo sei ore, al camino: una struttura di quattrocento metri per cinquecentosettantasei. Matteo pianse dalla gioia, quando vide numerose persone sostare sull’asse del pavimento, dentro al camino. Corse e si vide venire incontro Claudio e Rita. Si abbracciarono a lungo, incominciando a chiedersi chiarificazioni. Matteo supplicò dell’acqua, che gli venne prontamente offerta da Claudio.


    “L’umidità della parete scende e si raccoglie qua in fondo…” spiegò Claudio all’amico assetato. “Dov’è l’uscita?” domandò Matteo, sperando che i suoi amici ne sapessero di più di lui. “Vorremmo saperlo anche noi, è tutto oggi che siamo qui, e questa gente non ne sa molto di più” rispose Rita indicando il gruppo di persone. Matteo riconobbe fra loro, alcuni visitatori del museo di tre giorni prima.

    Passarono la sera così, Claudio, Rita e Matteo, parlando degli ultimi tre giorni quando, alle ventisei e sei minuti in punto, sulla parete sinistra, all’interno del “caminone”, apparvero due porte di ascensori. Era buio e le porte di metallo splendevano, attirando l’attenzione dei malcapitati.
    “Cosa diavolo sono?” chiese Claudio.
    “Cosa vuoi che siano: è la via d’uscita, è finito quest’incubo!” urlò Matteo. Nell’udire queste parole, tutti si voltarono verso Matteo che si dirigeva a passo sicuro verso le porte. In molti lo seguirono, ma vennero fermati da un vecchio che sbarrò loro la strada: “E’ una trappola, una volta entrati non ne uscirete più!”.
    “Ma cosa cavolo dici, vecchio! Lèvati che ne ho abbastanza di questo gioco!” rispose Matteo.
    “No! Non farlo! Io arrivai qui quattro giorni fa con mia moglie e quando sono apparsi gli ascensori lei corse a prenderne uno. Io non feci in tempo a seguirla e una volta chiuse le porte, lei non riuscì più ad aprirle. Sono riuscito solo a sentire il grido di mia moglie, provenire dall’interno, che si faceva sempre più lontano. ”
    Matteo riflettè sulla cosa e giunse alla conclusione: “Avrà urlato perché lei non è riuscito a salire.”
    “Mi auguro per mia moglie che sia così, ragazzo, ma l’interno di quegli ascensori è rosso” aggiunse. Poi si voltò e si allontanò dal gruppo.
    “Al diavolo!” esclamò Matteo “Sarà sempre meglio tentare, piuttosto che restare qua!” e si avvicinò alle porte. “Ma dove sono i pulsanti per chiam...?” fu interrotto dal rumore degli ascensori che si aprivano, e salì. Fu l’unico, mentre gli altri lo guardavano spaventati. Matteo si guardò intorno mentre le porte non accennavano a chiudersi: soffitto, pareti e pavimento erano rossi, di un rosso acceso. Sentì un forte odore che non riusciva a catalogare: passò un dito lungo una parete dell’ascensore, e dalla consistenza e dall’odore, si accorse con raccapriccio che era sangue. Tutto l’ascensore era unto di sangue e ora si stava chiudendo! Mise le mani nella fessura delle due ante della porta, ma l’istintivo timore che gli potessero venire mozzate, gliele fece togliere immediatamente. Continuò allora a fare pressione sulle porte dall’interno. Sempre più disperatamente spinse, calciò e diede pugni. Come la moglie del vecchio. Non ce l’ha fatta. E’ inutile. Tenta! Basta. Oh mio Dio! Aiuto! Un sibilo comincia a farsi sentire, come il soffio di un gatto. Ma no! La signora era vecchia, io sono giovane, ce la posso fare. I motori si sono azionati! Spingi, spingi! Si sono schiuse, dài! I motori fanno un rumore di sforzo. Le porte sono aperte a metà! Forse non riuscirò ad aprirle più di così, meglio rimanere senza gambe che morire!
    Matteo si gettò al di là, giusto in tempo per voltarsi e sentire il clangore degli ascensori che si chiudevano. “Ce l’ho fatta!” sospirò Matteo, e fu voltandosi che si accorse di essere tornato alla prima stanza, con il primo caminetto.

    Dopo quattro giorni passati seduto, ad aspettare la morte, alle ventisei e sei minuti si accorse con gioia di essere nella sua camera da letto. Era ancora accucciato, quando di fronte a sé, nel buio, apparve il suo letto con le lenzuola blu elettrico. Era così stanco che non ebbe nemmeno la forza di mangiare. Si infilò nel letto e incominciò a ridere, a stirarsi e strusciarsi fra le lenzuola come alla fine di una dura giornata di lavoro, felice di essere a letto. Il copriletto mutò in rosso, si sciolse e; diventando liquido, cominciò a gocciolare. Matteo se ne accorse con orrore, e cercò di divincolarsi, si mise a graffiare il materasso e a darvi pugni colpendosi anche alla testa e al petto.

    “Sicuramente il gesto di un folle” disse il direttore del museo quando venne ritrovato il corpo di Matteo. “Infilarsi in un sarcofago, levare le bende a una mummia e poi mettersi a colpirla, non può essere l’azione di un sano di mente!” “Io non riesco a capire come ci si possa uccidere a suon di pugni e graffi!” “E il fatto che fosse completamente disidratato, lei come lo spiega?” “È entrato ieri pomeriggio con degli amici. Sembrava tanto una brava persona!” disse l’omino dei biglietti.

    E qui dovrebbe finire la nostra storia, il sogno del titolo è quello che Matteo fece una volta tornato nella prima stanza, immaginando la sua camera da letto, ma per i deboli di cuore proponiamo un secondo finale meno cruento; si collega direttamente al primo, dopo la frase dell’omino dei biglietti. Decidete voi quale è il più adatto, giacché noi soli sappiamo come realmente andarono le cose.

    “Che caldo” pensò Matteo. Ma essendo morto, gli risultò strano provare caldo. Decise allora di aprire gli occhi e che era il caso di svegliarsi. Il sole picchiava proprio sulla sua panchina e per evitarne i raggi, abbassò lo sguardo. Sulla panchina di fronte a lui era seduta una bellissima ragazza. Un uomo che non gli sembrava sconosciuto le stava davanti, in piedi. Alla sua destra, sulla sua stessa panca, si trovava una donna anziana che, distribuendo miglio ai piccioni, lo guardava. “Cosa avrà da sorridere…” si domandò Matteo, mentre rispondeva con un cenno del capo. Si alzò: “Andiamo a casa che è meglio. E poi questa vecchia mi ha fatto dimenticare anche quello che stavo sognando, ricordo solo che sembrava interessante.” “Carina però quella ragazza, ma come fa a stare con quel mostro…?”
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sabato, 14 aprile 2007

All’uomo che ogni mattina, mi chiede: «Me la paghi la colazione?… Me la paghi la colazione?… »
A me, a Sara, a Pablo.

23 Gennaio 2004
19 Luglio 2004

    Ero ancora una volta senza soldi, a parte pochi centesimi nel portafogli, rimasugli di un calcolo sbagliato. Se avessi contato giusto, il giorno prima avrei mangiato un po’ di più, e in tasca non sarebbero rimaste nemmeno queste monete. Invece erano lì, a tintinnarmi il mio fallimento, troppo poche per comperare qualcosa, troppe per un portafogli vuoto.

    Quel giorno avrei mangiato le ultime provviste rimaste in casa. Due carote, due uova e due arance. Grattai un po’ le prime e bollii le seconde. Poi le sbucciai e, insieme alle arance, le adagiai nel contenitore di plastica delle carote. Misi il tutto in un sacchetto e uscii.

    Camminavo a passo lento. Non sia mai che bruci le ultime energie rimaste in corpo, mi dicevo. Il bello è che non sapevo realmente dove andare. Ero senza lavoro da quando mandai a cagare quella sudamericana che voleva restituire il ferro da stiro. «Guardi che non posso riprenderlo. Lei ha cambiato la spina della corrente… C’è tutto il filo tagliato… Poteva usare un adattatore…». Mica m’ascoltava. Continuava a blablablare con la sua vocetta petulante fino a quando non presi il ferro, lo sbattei per terra dietro al bancone e urlai: «Ok, adesso è rotto, passi alla cassa e se lo faccia rimborsare, ispanica del cazzo!». Il proprietario non la prese bene.

    Arrivai nella piazza della fontana e mi feci largo fra piccioni, negri e nani ispanici, sedendomi sul bordo del monumento. Tirai fuori la vaschetta e cominciai a rosicchiare una carota.

    «Ehi, ma guarda chi si vede!». Una voce a sinistra attirò la mia attenzione. Ehi, ma guarda chi si vede, pensai voltandomi. Era uno che aveva fatto il King. Non lo vedevo da almeno dodici anni e la cosa non mi dispiaceva molto. Mi ricordai della sua esistenza in quel preciso istante. Mi presentò la sua ragazza, che aveva un’espressione da triglia, e quasi glielo dissi, ma il naso mi faceva ancora male dalla ginocchiata di quel tizio nel bar di due sere prima. «Sei a dieta?», mi domandò lui guardandomi le mani. Me le guardai anch’io. Il mozzicone di carota era la cosa più triste che avessi mai visto da quando morì Fox, il mio pastore tedesco. Tornai al fidanzato della donna-triglia e realizzai che se non fossi stato sul punto di morire di fame, gliel’avrei infilata volentieri nel culo. Non aprii bocca. Lui mi chiese se avevo più visto qualcuno della classe e per comodità feci no con la testa. Il si l’avrebbe autorizzato a continuare il discorso. Invece aggiunse qualcosa circa i risultati di una partita di non so che squadra, in non so che stadio, di non so quale città e poi si zittì. Mangiai quel che restava della carota.

    Mi alzai, salutai con un grugnito a bocca piena il King con la sua Queen e mi incamminai verso un posto più tranquillo. Erano le scale del palazzo dove tenevano tutte le mostre di pittura. Però era l’ingresso sull’altro lato, dove non passano i turisti. E nemmeno i rompiballe. E nemmeno i negri e gli ecuadoriani. I piccioni sì, però. Quelli te li trovi anche nel cesso di casa. Faticai a scovare un angolo che non avessero usato come cagatoio, e alla fine mi sedetti. Tirai fuori la seconda carota e le diedi un morso.

    «Mi spiace, ma non puoi stare qui.» A me quelli che prima si dispiacciono e poi ti rompono i coglioni, mi mandano in bestia prima ancora di guardarli in faccia. E questo l’aveva proprio da fesso. Mi squadrava con un sorrisino di circostanza, stretto in una divisa che sarebbe stata completa solo con una targhetta “sono un idiota”. «Perché?» chiesi io. «È un entrata di servizio, deve rimanere libera per ogni evenienza». «Quando c’è l’evenienza mi levo». «Mi spiace, ma è il mio lavoro». Bel lavoro di merda, pensai, sorvegliare che nessuno si sieda su quattro scalini scagazzati dai piccioni. Gli feci un sorriso di compassione e mi allontanai finendo la mia seconda carota.

    Poi passai alla prima delle due uova. La mangiai camminando, così nessuno poteva venirmi a dire qualcosa. Passai davanti a un tizio che stava fermo a un angolo del teatro.

    «Me la paghi la colazione?… Me la paghi la colazione?…» due volte. Non una. Voleva essere certo che l’avessi capito, con quella voce lamentosa. No, non te la pago la colazione!… Io sto facendo il mio unico pasto della giornata e tu vuoi fare quello più importante, a detta dei nutrizionisti. Che poi, se passavo verso sera, mi chiedevi la cena. E sicuramente hai anche più soldi di me, bastardo! Lo guardai con odio e lui abbassò lo sguardo, ma pochi passi dopo sentivo che ci provava già con un altro. «Me la paghi la colazione?… Me la paghi la colazione?…»

    Avevo raggiunto la zona del porto finendo il primo uovo. Attaccai il secondo seduto su una panchina, all’ombra di una palma. Già un uovo dura poco, due bocconi, al massimo tre. Se poi dei turisti gialli vi chiedono di far loro una foto, vi deconcentrate, non dedicate al prodotto della gallina la giusta attenzione e lo finite senza accorgervene. La foto non la scattai perché feci un imprecisato cenno con la mano. Qualcosa che significava: non ne ho voglia, non sono capace, grazie ho già dato o simili. Ma intanto l’uovo l’avevo mangiato e m’ero scordato il sapore. Ruttai tutto il mio fastidio in faccia ai cin-ciun-lì e mi spinsi lungo il molo sbucciando la prima delle due arance.

    Strascicavo i piedi, annoiato, e succhiavo uno spicchio dopo l’altro. Un randagino venne ad abbaiarmi intorno. Gli spremetti la buccia dell’agrume nella pupilla e questo si allontanò come un fulmine, con l’occhio chiuso. Non so perché alle volte mi comportassi così. Mi riscoprivo a sorridere come un piccolo teppista che si diverte a legare un petardo alla coda del gatto.

    La ringhiera che costeggiava il molo sembrava fatta apposta per sedercisi su e, da nostalgico monello, mi arrampicai. Estrassi dal sacchetto quello che sarebbe stato l’ultimo mio nutrimento per un po’ di tempo. La seconda arancia. Probabilmente avrei dovuto prendere in considerazione i consigli della mia ex: smettere di credermi un superuomo, destinato a lavori più gratificanti e a un posto più alto nella scala sociale. Tornare a fare l’impiegato, il commesso… robe del genere. E poi pensare più agli altri, accorgermi che non esisto solo io, che ci può essere gratificazione anche nel dare una mano disinteressata. Ormai era troppo tardi. Avevo toccato davvero il fondo. Niente illusioni, ma neanche niente lavoretto da impiegato. Il mattino dopo avrei messo da parte la mia dignità e avrei cominciato a far colletta. Anzi, perché rimandare a domani? Quella sera stessa mi sarei seduto, mano aperta, a chiedere qualche moneta lungo un marciapiede. «Me la paghi la cena?… Me la paghi la cena?…» Non suonava bene quanto “la colazione”, ma immaginai che dopo un po’ si sarebbe perfezionata la formula. Tutto sommato non ci perdevo niente. Anzi. Avrei lasciato quel loculo che chiamano monolocale, il che significava niente affitto, gas, luce e scocciature di vicini. Mi spiaceva un po’ per quel bel divano su cui dormivo così volentieri. Quella sera sarei entrato e l’avrei sventrato. Se non potevo averlo io, non l’avrebbe avuto nessuno. Erano i miei pensierini prima di sbucciare l’ultima arancia. Le mie preghiere, le mie vendette alla vitamina C.

    Una mamma con bambino stava tornando verso la banchina, dopo essere stata sulla chiatta in fondo al molo. Lei stava riprendendo il piccolo per aver fatto qualcosa con il chewingum. Più in là, uno spilungone scheletrico si riparava dal vento infilando le braccia all’interno del giubbotto. Poi accelerò il passo, superò la donna e le si parò davanti. Dovevano conoscersi, perché lui le parlò animatamente facendo qualcosa con le mani, anche se non riuscivo a vedere bene. Il suo teschio montato su una pertica spuntava da sopra la nuca della mamma. La donna era di schiena, ma si capiva che era agitata. Cercai di sporgermi per guardare meglio, ma in quel momento l’uomo si voltò su se stesso e si mise a correre. La donna fece in tempo a sfiorargli la spalla, ma non mutò la situazione. Si voltò verso di me e mi guardò con l’espressione di chi cerca aiuto. Solo in quel momento capii cosa era successo, balzai giù dalla ringhiera e seguii il borseggiatore, ma era dannatamente più veloce. Probabilmente aveva mangiato meglio di me, negli ultimi giorni.

    Però io mica rubavo alla gente...
Lo stavo per perdere quando mi ritrovai in mano l’ultima arancia. Correndo, scagliai il frutto caricando il lancio dietro l’orecchio, come i giocatori di baseball nei film americani. Lo colpii dritto sulla nuca. Perse l’equilibrio e cadde. Si voltò, mi fece uno strano gestaccio a braccio teso e si rialzò, riprendendo a correre. Non riuscivo più a stargli dietro, le orecchie mi rimbombavano, il cuore pompava a un ritmo esagerato e sentivo un forte dolore al petto. Mi sedetti per terra e mi massaggiai lo sterno. Ero tutto sporco. Nell’eccitazione dovevo aver stretto troppo forte l’arancia. La mia mano e la camicia erano sporchi di rosso. Poi mi accorsi che l’arancia giaceva al suolo a molti metri da me, ancora quasi intatta. E il petto continuava a fare male. E ora anche i polmoni. La signora e il bambino mi raggiunsero. «Come sta?!… Resti immobile, le chiamo un ambulanza!… Aiuto!… Aiuto!»

    Già. Macché gestaccio! Quando quell’imbecille ha puntato la mano verso di me, aveva un’arma. L’unico ladruncolo che per scippare usa la pistola, lo dovevo beccare io. Non poteva strappare via la borsa e basta? No, doveva fermarsi a conversare, farsi dare qualcosa di più, metti che la donna tenesse il portafogli nella giacca, anziché nella borsa. Sicuramente era un tossico, un principiante, nervoso per la sua prima rapina. Chissà dove l’avrà trovata, la pistola.

    Stramaledetto tossico-John Wayne in crisi d’astinenza!
Me ne stavo lì, con lo stomaco appena appena saziato, un buco nel petto, niente soldi, niente donna, niente di niente. Vai a fare l’eroe. E comunque non è mica vero che quando stai per morire rivedi la tua vita in un solo istante, come se fosse un film. Mentre tossivo sangue, insieme al gusto di rame, sentivo quello di arance, di uova e di carote. Che ultimo pasto di merda!

    A questo, pensavo io.
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sabato, 07 aprile 2007

Marzo 1992/3
Luglio 1996
21 Luglio 2002
06 Aprile 2007
A Eloise, Daniela e Giulio

    Decisamente "Il Teschio" non è il tipo di locale che un collaboratore della guida Michelin andrebbe fiero di aver segnalato. Da quando sei anni fa ha cambiato gestione, si è trasformato in un fast-food dove la gente mangia per moda, e per moda apre il portafogli con noncuranza. Un'indifferenza che scompare appena si dà un'occhiata al conto, sproporzionato rispetto ai servizi del locale.
    La zona del porto di Ushuaia, capitale di Tierra del Fuego, e i suoi frequentatori non somigliano certo a dei gioielli, ma non è una metafora forzata dire che il "Nuovo Teschio" è il porco fra le perle. La prima gestione, mantenuta fino a qualche tempo fa, ha retto trentadue anni così come il grandioso portalumi che sovrastava le teste, al centro della sala. Era un fastoso lampadario in cristallo boemo – vanto degli abituali del locale – che il proprietario Roberto ricevette come ricompensa per l’unico gesto nobile della sua vita.
    L'uomo, un vecchio pirata oggi settantenne, lo aveva voluto valorizzare con una targa penzolante, una piccola placca d’argento che lo stesso ex-corsaro aveva incisa su entrambe le facciate con una punta di fiocina. A causa del grande peso del lampadario e del soffitto pericolante, era stata creata una barriera di sicurezza con un cerchio di tavoli, all’interno del quale nessuno doveva entrare. Persino gli stranieri refrattari al turismo di massa osavano inoltrarsi nel regno dei bestemmiatori di professione e del puzzo di pesce perenne per poter osservare di persona una scheggia nel tronco secolare della storia sudamericana: il lampadario che il dittatore Juan Perón aveva donato al suo salvatore, Roberto Dañelo, figlio del suo più grande amico, Julio.

    Il vecchio filibustiere nacque il 24 Febbraio del 1923, esattamente ventitré anni prima del “gran giorno” in cui il colonnello Juan Domingo Perón instaurò la dittatura in Argentina. Il vecchio Roberto si diverte a raccontare come, nonostante l'affetto che provasse nei confronti del capo di stato argentino, si burlasse delle guardie di confine grazie alle particolari attrezzature di cui disponeva.
    Il padre di Roberto era un valoroso mercenario, per quanto la definizione possa sembrare contraddittoria. In merito alle sue imprese aveva successivamente acquisito un posto di gran rilievo nell’esercito argentino. Non si era posto quindi il minimo scrupolo quando, nel 1941, fece avanzare di carriera l’allora diciottenne Roberto. Questi, però, soddisfò le ambizioni paterne per soli sei anni, finché nel 1946 abbandonò la vita militare. In coincidenza con il congedo scomparvero una decina di uniformi e relative armi dal suo stesso reparto. Un furto che rimase senza colpevoli.
    Dopo il 1955, anno in cui cadde la dittatura peronista, si cominciò invece a narrare di un contrabbandiere che, nel periodo d’oro dei “descamisados”, solcava ripetutamente l’oceano Atlantico lungo la rotta che collega Tierra del Fuego e il Cile. A bordo vi sarebbe stato un gruppo di sei uomini, con uniforme militare regolamentare, che si spacciava per marinai in esercitazione. Molti affermano che i pirati possedessero anche un’imbarcazione ufficiale della guardia costiera, probabilmente ottenuta riparando un relitto abbandonato contro uno scoglio, o inabissato. Con questo solcavano le acque, portando nelle isole cilene dell’arcipelago ciò di cui il proprio Paese era più ricco, e riportando a Tierra del Fuego quello che più necessitava l’Argentina. Non ci fu mai clamore mediatico attorno a quei corsari, poiché le pratiche e le denunce dei contrabbandi venivano sospese da qualche alto ufficiale che sembrava avere coinvolgimenti personali. Tutto rimase quindi avvolto da un’aura di leggenda.

    Se vi dovesse capitare di attraversare il centro di Ushuaia nelle prime ore del pomeriggio – e più precisamente alla Rotonda di Calle Concòrdia, sotto il monumento dedicato a Eva Duarte (la carismatica moglie del calebre descamisado) – è augurabile di cuore un vostro incontro con i lunghi e riccioli capelli neri, e la barba mista a tabacco, di Roberto Dañelo. Se con lo sguardo risalite curiosamente lungo la cannuccia della sua pipa, potrete intravedere, nascoste, due magnifiche labbra che farebbero invidia al migliore dei flautisti; quando si dischiudono, se non bevono, raccontano immodeste da più di trentasette anni la prode impresa dell’avventuriero. “Creato questo suo personaggio ispirandosi ai numerosi romanzi e film d’avventura, egli racconta la sua storia in cambio di un po’ di pesos argentini” (Da “Isla Grande de Tierra del Fuego & Isla Navarino” a cura di Acsèlo Lopez, Ediciones Solano Oesterheld. N.d.R.). Senza volervi privare del fascino di udire l’eroico racconto dal protagonista stesso (vi si consiglia ugualmente il doveroso transito per la rotonda di Ushuaia), ci siamo permessi di rivestire, in questa occasione, il ruolo di narratori in vece del contrabbandiere protagonista.

    Negli anni dal 1946 al 1955, quelli dell’affermazione politica di Perón, chiunque avesse commerci illegali con la parte cilena di Tierra del Fuego sapeva di poter contare apertamente sul servizio offerto da Roberto Dañelo. Trasportava, infatti, qualsiasi merce con la sua piccola nave della guardia costiera, senza porre domande sulla natura del carico. Era comunque noto che, nella maggior parte dei casi, le merci trasportate erano medicinali. Indispensabili per centinaia di famiglie cilene, ma troppo costosi sul mercato ufficiale.
    Il 17 maggio del ’55 venne sancito il divieto di insegnare la religione nelle scuole. Questo valse a Peròn la scomunica papale, i cattolici si ribellarono e con loro protestarono anche polizia e alcuni ufficiali di marina. Il dittatore venne esautorato e condannato all’esilio. Le strade della capitale vennero presto invase da truppe dell’esercito argentino – delegittimate dal capo di stato – che nel nome del loro generale, il rivoluzionario Eduardo Lonardi, sequestravano ogni possedimento governativo.

    Durante quella settimana, i rapporti tra Perón e Julio Dañelo – padre di Roberto, e all’epoca responsabile della sicurezza del “tesoro nacional” – si intensificarono, con lo scopo di trovare una soluzione e impedire al “generalissimo” Lonardi di penetrare all’interno della Casa Rosada, il palazzo del governo. Qui vi erano custoditi i preziosi e i gioielli che da decenni simbolizzavano la storia e la cultura argentina. Manufatti antichissimi degli indigeni della pampa, oro, argento e diamanti che costituivano il “tesoro nacional”, una collezione di cui il popolo argentino andava particolarmente fiero e al quale piaceva affidare la testimonianza della propria identità nazionale. «Fu mio padre…» racconta Roberto «… a dirmi che il presidente Perón era molto preoccupato per il tesoro… In quei giorni lo vide sostare più volte davanti alla vetrina n°6». In quella bacheca erano esposti i preziosi appartenuti a Evita Perón, la donna che il Paese aveva tanto amato e odiato per la sua magnetica e, allo stesso tempo, semplice personalità. La first-lady argentina era scomparsa prematuramente tre anni prima, alla giovane età di trentatré anni, lasciando orfano il proprio Paese e abbandonando il marito, più vecchio di ventiquattro anni. Molti la ricordano ancora, nelle fotografie o durante gli incontri ufficiali, con il collo ornato da una splendida collana il cui maggior pregio era un rubino, rozzamente lavorato dallo stesso Perón a forma di cuore. L’oggetto, pregevolmente kitsch, era così amato dalla giovane donna che pare non se ne liberasse mai, e che fu solo per sua insistenza se non l’accompagnò anche nell’estremo riposo. Rimase quindi nella vetrina n°6 fino al giorno in cui Julio Dañelo venne chiamato d’urgenza alla Casa Rosada; si doveva trovare un modo per nascondere i gioielli, per evitare che il generale Lonardi guadagnasse, anche simbolicamente, il potere sull’Argentina. «Il presidente disse a mio padre, che Lonardi aveva ormai ottenuto l’appoggio di tutto l’esercito e che restava poco tempo, ma non voleva lasciare i gioielli in mano ai rivoluzionari. Pensarono a lungo come nasconderli, poi mio padre suggerì di rimpiazzarli con i cristalli e gli ornamenti del lampadario nel salone da ballo. Li sostituimmo in poche ore, e quando i soldati di Lonardi entrarono nel Palazzo, i gioielli nelle bacheche erano vetri o cristalli colorati, uniti a catene d’ottone, mentre il lampadario era carico di pietre preziose, sostenuto da intrecci d’oro e argento. E il cuore di Evita era al centro di questo tesoro pendente.»
    A questo punto Perón accettò l’esilio, vedendo che nulla del palazzo era stato toccato. Solo i finti preziosi venivano portati fuori dal palazzo, con l’intento di fonderli o venderli ad aste internazionali e finanziare così la causa della rivoluzione. Qualche giorno più tardi, la notizia che Lonardi aveva sostituito tutti gli arredi perché “nulla ricordi le passate dittature” raggiunse Perón, che fu colpito da una forte febbre per un paio di giorni. «Cercammo di telefonare al presidente, quando leggemmo delle sue condizioni di salute, ma riuscimmo a sentirlo solo una settimana dopo, a causa della riservatezza che circondava lui e la sua scorta.» Quando fu possibile raggiungerlo, gli spiegarono che fra i militari incaricati di prelevare e distruggere il vecchio arredamento, vi erano anche sette soldati della guardia costiera, che prelevarono il lampadario, passarono con disinvoltura per Plaza De Mayo, e s'imbarcarono su una piccola nave della marina che sembrava autentica.
    Quando Perón tornò al potere nel 1973, a cinquant’anni, Julio Dañelo era morto già da tempo e a Roberto venne chiesto quale ricompensa desiderasse. Domandò un po' di soldi per mantenere Il Teschio (che aveva avviato nel ‘55 insieme a quella che poi divenne sua moglie, Francisca) e il permesso di poter tenere la struttura metallica del lampadario, che durante l'esilio del colonnello era stato appeso al centro del locale stesso. Perón lo accontentò, e dopo aver prelevato i gioielli del “tesoro nacional” fece restaurare il lampadario, chiedendo che venissero inserite, insieme ai cristalli, otto pietre preziose in ricordo delle otto persone che lo aiutarono in quel frangente: Julio Dañelo, suo figlio Roberto e il suo equipaggio.


    Nel marzo del 1987, trentadue anni dopo, Roberto sedeva nel locale e oziava, fumando la pipa. Osservava con dolcezza la sua Francisca che sgobbava fra i tavoli. Si alzò e fece per uscire, quando sentì un cigolìo e il trave del soffitto scricchiolare. Si voltò con stanca curiosità. Il lampadario si staccò dal soffitto e cadde al suolo, sembrava lentamente, quasi la morte di un fiero elefante che, esausto, si butta a terra. Roberto fu il solo a non sussultare di spavento, ma gli scese una lacrima che scomparve rapidamente dentro alla barba. Francisca si fermò, e con la mano cercò di raggiungere la sconsolata spalla di Roberto. Ma la ritirò subito, imitando nel riserbo quei marinai rozzi e volgari che frequentavano il Teschio. Si allontanò insieme a loro dal locale, silenziosamente, lasciando il vecchio pirata solo con i suoi ricordi. Il giorno dopo il Teschio era in vendita.
Sono passati sei anni, e ora, al centro del Teschio, ci sono solo otto luminosi tubi al neon.
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