20 Luglio 2003
20 Ottobre 2003
A Magnolia e a tutti gli amici del mio giardino

Su una terrazza affacciata sul mare, Abete si svegliò con un soffio di vento che gli passava tra le fronde.
“Oh, ci siamo svegliati!” fece Fico d’India che si era già destato al mattino presto.
Ancora intorpidito, Abete pronunciò un assonnato “Mhm?”.
“Sono le due del pomeriggio!” spiegò Fico.
“E allora? Devi andare da qualche parte?”
“Beh, ma se ti perdi le migliori ore di sole, non ha più senso stare qui, in riva al mare!…”
“Perché, secondo te un abete in riva al mare ha senso?”
“Non lo so, tu sei il primo che incontro…”
“Allora te lo dico io: noi siamo piante di montagna, gioiamo quando nevica, ci piace il clima freddo del nord, la gente che scia… Tu non puoi immaginare le risate, quando uno sciatore ti si schianta addosso a tutta velocità!…”
“E tu che ne sai?”
“Io non sono nato qua. La pigna che mi ha generato si è interrata in montagna, a milleduecento metri sopra il livello del mare!…”
“Ah, ecco perché sei così istruito!… Te sei uno che ha viaggiato!… Io non mi sono mai mosso di qui.”
“Mi hanno sradicato due anni fa, qualche notte prima di Natale. Tu non eri ancora nato, ma io avevo già dodici anni!”
“È tanto per un abete?”
“No, ma sono sufficienti a fare un mucchio di conoscenze. Tutto d’un tratto mi sono trovato a dover abbandonare per sempre i miei amici. Gli animali che costruivano la loro casa nel tronco o sui rami, i funghi che crescevano tra le radici, sotto la mia ombra…”
“Beh, dai, qua mica si sta male. C’è lo iodio.”
“Ci risiamo. Come detesto questa cosa dello iodio!… Ogni volta che qualcuno parla del mare tira fuori ‘sta storia dello iodio. Tu sai che cos’è?”
“È un… sono delle particelle che… sì insomma, se lo respiri ti fa bene.”
“Sei una pianta, cosa te ne frega di respirare bene? Tu hai la fotosintesi clorofilliana. Sono gli animali che hanno bisogno di respirare bene, e l’ossigeno glielo diamo noi.”
“Allora vedi che ho ragione io?… A me l’hanno spiegata, la fotocosa!…”
“La fotosintesi clorofilliana.”
“Quella. E so che funziona se c’è il sole!… Quindi dovresti essere contento di questa giornata.”
“Il sole sì… è il caldo che ammazza.”
“Non fa così caldo…”
“Senti, l’hai mai vista tu la neve?”
“No, però una volta qui ha grandinato.”
“See… due minuti, scommetto.”
“Perché, la neve quanto dura?”
“Ore. Giorni. A volte mesi. E poi rimane lì, sui tuoi rami, a piegarteli, a gelarti. Ho perso un mucchio di amici per la neve.”
“Orco, ma allora vedi che è meglio qui?”
“Tu proprio non capisci. Io non appartengo a questo posto. Il freddo in montagna è micidiale, ma fa parte della vita di un abete.”
“Sarà… però qui non è mai morto nessuno per il freddo!…”
“Per il freddo no, ma di lei che cosa dici?”.
Abete indicò un piccolo ceppo segato a pochi centimetri d’altezza, un mozzicone di palma che spuntava dal terreno.
Palma era stata una pianta forte, divertente, frizzante. Conversare con lei faceva dimenticare ad Abete tutti i suoi adattamenti climatici. Certe volte, i due andavano avanti a scricchiolare e ondeggiare fino a notte fonda, e poi si addormentavano felici. Lei veniva dal Cairo. L’avevano portata su una grossa nave insieme a cinquanta delle sue sorelle destinate a costeggiare tutta la passeggiata del lungo mare. Però un giorno si ammalò e piano piano deperì, e infine seccò. Abete si chiuse sempre più in se stesso e non rivolse più la parola a nessuno se non qualche chiacchiera con Fico. Non che Fico fosse questo gran conversatore, però era giovane e spigliato, e faceva sentire il vecchio sempreverde un po’ meno vecchio.
“Eh, già, poverina. Non l’avrei mai detto che una pianta così potesse patire il caldo.”
“Non era solo quello, era la nostalgia di casa, la lontananza dalle sorelle… Pensa che la più vicina l’hanno interrata a cento metri da qui. Si sentivano soltanto quando una delle due era sottovento, oppure con il passaparola delle altre piante sul percorso.”
“Come Oleandro con suo fratello?”
“Loro sono più fortunati. Stanno dentro a un vaso, nello stesso giardino, e ogni tanto li mettono vicini.”
“Fortunati un corno!” s’intromise una pianta ornamentale che spuntava da dentro un piccolo vaso. Abete la squadrò, e fu solo per gentilezza se non le chiese che razza di vegetale fosse. Era un arbusto rachitico e alquanto bruttarello, e questo lo rendeva nervoso e agitato.
“È da dieci minuti che ascolto i vostri sporloqui e adesso non ne posso proprio più. Dico: avete idea di che sofferenza sia stare qua dentro? Sapere che al di là di questa terracotta c’è la terra vera, quella coi vermetti, le pietruzze, le impurità, e dover rimanere con le radici rattrappite in un contenitore per tutta la vita? Siete due razzisti, ecco che cosa siete!”
Fico cercò di rigirare la frittata “Noi non siamo razzisti!… Sono anch’io come te. Guarda, cresco su una roccia!…”
“Sì, però se a te staccano una foglia e la piantano da qualche altra parte ricresci e sei un po’ qui e un po’ là, mentre se a me staccano una foglia e la mettono sotto terra ci rimane.”
“Scusascusascusa? Ripeti sta storia della foglia…”, domandò Fico incuriosito.
“Che io mica mi riproduco così facilmente come fai te!”
“Perché? Cos’è che farei, io?”
“Oh, Gesù!” fece la pianticella rachitica “sei una pianta grassa, no? Non sai che tutte le piante grasse basta prenderne un pezzo e interrarlo che questo rispunta fuori?”
Fico non diede a vedere di essersi offeso per la “pianta grassa” e s’informò: “Lo sono tutti i fichi?”
“Tu sei un Fico d’India, ti chiami così per caso. Sei più imparentato con un cactus che non con un fico!…”
“Oh bella, e io mica lo sapevo!” disse Fico rivolgendosi ad Abete.
Abete era sì un albero colto, ma Fico era anche la prima pianta grassa che conosceva, perciò si strinse nei rami e non rispose.
“E poi, lo spilungone qui, che sembra avere tutti i problemi di ‘sto mondo!” incalzò Rachitico “intanto vorrei averci io la vista che c’hai te!”.
“Senti sgorbio, ne hai ancora per molto?” reagì il sempreverde.
“Avete sentito? Avete sentito tutti?... Razzista! Razzista!” si scaldò Rachitico.
“Ma con chi parla?” sussurrò Fico ad Abete, mentre la pianticella nervosa continuava a urlare.
“Forse a quella donna laggiù”, ondeggiò Abete.
Laggiù, davanti alle azalee, una gioiosa signora quarantenne stava seduta e sembrava parlare da sola. Indossava un grembiule e teneva in mano delle piccole cesoie da giardino.
“Sei ogni giorno più bella, Esther… Tu invece stai un po’ battendo la fiacca, Selma!… Cynthia? Dove sei Cynthia?”
La azalea chiamata Selma si voltò verso Abete e, con voce roca e baritonale, gli urlò: “Ehi tu, ti spiacerebbe sradicarti e crollare in testa a questa lagna? Non resisto più!”
“Tu ti chiameresti Selma?”, domandò Abete perplesso.
“Mario. È quella cretina che insiste a chiamarmi Selma. Ha letto uno di quegli articoli che dicono che parlare alle piante le fa crescere meglio.”
“Che idiozia!…”
“Raccontasse almeno qualcosa di interessante. È sempre lì a fare quelle smorfie idiote e a dire cose melense.”
“E invece le tue amiche, lì, sopportano?”
“Chi? Raoul e Luigi? Oramai hanno degli orari tutti loro. Stanno svegli di notte, così quando arriva la pazza, nel pomeriggio, se la dormono della grossa!…”
“Raoul e Luigi sarebbero Esther e Cynthia?”
“Già. Quella si crede che siccome siamo così aggraziati e colorati, dobbiamo per forza avere nomi da femmine.”
“Però è vero che siete aggraziati!…”
“Hai mai sentito i rutti che fa Luigi, di notte?”
“È lui? Io credevo che fosse Fico, qui sotto.”
“Grazie per l’alta considerazione!” s’indignò Fico.
“Intendevo dire che in due anni che sono qua non ho fatto molte conoscenze, a parte il mio spinoso amico.” si giustificò Abete.
“È un peccato, perché c’è un mucchio di piante simpatiche, qui intorno!…” disse Mario.
“Tipo?”
“Lei, ad esempio, è Magnolia. Credo abbiate più o meno la stessa età.”
“Oh, mi scusi, non l’avevo mai vista. È qua da tanto?”
“Ci sono nata. Ma sarà solo un paio di mesi che spunto dal tetto.” rispose timidamente Magnolia.
Una villetta si frapponeva fra lei e Abete, e i rami sembravano incoronare l’ultimo piano della casa.
“Ah… Avevo notato un po’ di movimento lì dietro, nelle ultime settimane!…” disse Abete cercando di stirarsi il più possibile per guardare al di là.
“Ho aspettato tanti anni questo momento, e quando ho visto che stavo per arrivare, ho bevuto di più e ho fatto tanta ginnastica. Ero curiosa di vedere cosa ci fosse dietro la casa!…”
“E le piace?”
“Oh, moltissimo!… Non credo che ne avrei mai abbastanza!… Il sole, tutta quell’acqua azzurra…”
“È il mare. Non l’aveva mai visto?”
“No. Una volta è arrivata una cartolina ai padroni della casa, e c’era sopra il mare, ma da quassù non vedevo bene.”
“Beh, ma questo è il mare vero. C’è lo iodio!” si intromise Fico.
“Chi ha parlato?” fece Magnolia.
“È il mio amico Fico d’India, qui. È una pianta grassa.”
“… E bassa!” s’inserì Rachitico.
“Ha parlato il cipresso!” replicò Fico.
“Bene!… Continuiamo!… Facciamo dell’ironia! Io sono così solo perché ogni tanto si scordano di annaffiarmi! Altrimenti sarei alto e slanciato!”
“Sì, come la gramigna!”
“L’ha fatto di nuovo! Avete sentito? Razzista, razzista!”
“Sei tu che m’hai provocato!”
“Io ho solo fatto una considerazione!”
“Io invece sto prendendo in considerazione di staccarmi una foglia e buttartela lì vicino! Così ricresco e ti soffoco le radici!”
Abete inspirò profondamente e voltò le foglie al cielo. Poi si rivolse a Magnolia, cercando di estraniarsi dalla discussione fra Fico e Rachitico.
“Bisogna comprenderli… Più sono piccolini e più complessi hanno.”
“Sono simpatici.”
“Alla fine dei conti, sì. Sono solo un po’ irascibili.”
“Sarà lo iodio.”
“Già. Dev’essere proprio così…”
“Sono contenta di avervi conosciuti. Da questa parte della casa non ci sono molte piante con cui parlare.”
“Beh, Mario sembra un tipo simpatico…”
“Oh, certo!… Anche i suoi due amici mi hanno fatto molta compagnia, ma da quando posso vedere al di là del tetto, mi pare di essere entrata in un nuovo mondo.”
“Sta crescendo, mia cara. Fa parte dell’esistenza. E più passerà il tempo, più apprezzerà le sorprese della vita.”
“Mi piace parlare con lei. Rende tutto molto semplice. Confesso che ero un po’ spaventata al pensiero di quello che mi avrebbe aspettato oltre la casa. E ora so che ne valeva la pena.”
“Lo credo anch’io… ma perché non ci diamo del tu? In fondo ho solo quattordici anni!…”
“Speravo che me lo chiedessi…”
“Guarda, il sole si sta immergendo nel mare.”
“Che meraviglia!… È la prima volta che vedo delle luci così belle!…”
“E le vedrai per molte volte ancora. E ogni volta saranno diverse dalle precedenti…”
“Mi piacerebbe che tu fossi più vicino…”
“Anch’io. Vorrei che i nostri rami si sfiorassero e si intrecciassero…”
“Dovremo aspettare ancora tanti anni… Sono così lontana…”
“Aspetterò…”
Il sole si spense piano piano, e le piante del giardino scivolarono lentamente nel sonno.
Due azalee si svegliarono a notte fonda, cominciando a raccontarsi barzellette sporche e a ridere sguaiatamente.
Un abete e una magnolia continuarono a scuotere le loro chiome fino all’alba, nonostante non ci fosse un alito di vento.