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sabato, 31 marzo 2007

30 Marzo 2007
31 Marzo 2007

“La Patetica” è il nome che Pëtr Il'ič Čajkovskij ha dato alla sua sesta sinfonia, laddove con “patetica” s’intende “commovente”, “toccante”, e non “pietoso”. Si tratta dell’ultima composizione del musicista sovietico, e forse è uno dei più grandi capolavori della storia musicale.

La mia patetica, invece, è proprio venuta male. È penosa, più che emozionante, e non è un capolvoro della musica, ma una persona molto triste. Mi ci è voluto un po’ per capirlo, perché stavo ancora lavorandoci. L’opera era incompiuta.
Adesso che da qualche settimana
l’ho completata, è giusto che il pubblico veda questo orrore.

La mia patetica è una donna apparentemente giovanile, sportiva, simpatica e frizzante, ma all'ennesima volta che lo ripete, cominci a storcere un po’ il naso.

La mia patetica sente terribilmente sul collo il fiato dell’età. Si sente vecchia, ma più passa il tempo e più i suoi sforzi per sembrare una ragazzina si fanno grotteschi e impacciati.

La mia patetica va a letto solo con gente molto più giovane di lei.

La mia patetica vive di riti. Sono le sole cose che le danno sicurezza. Conta i biscotti della colazione, non va a dormire senza il tè alla sera, aspetta lo squillo dei cari sempre alla stessa ora, e acquista sempre lo stesso, esagerato, numero di prodotti quando fa la spesa.

La mia patetica vive in una casa tutta bianca: divano bianco, cuscini bianchi, cornici bianche, pantofole bianche e indossa spesso maglioni bianchi. Inoltre la pulizia è la sua ossessione: spruzza il disinfettante nella cabina appena finita la doccia, avvolge la carta igienica sullo scopino del water e ha crisi isteriche non appena vede il più piccolo insetto.


La mia patetica non ha amici. Crede di averli, ma si circonda di gente che le sta accanto per qualche mese, prima di fuggire. Ha amicizie formali, oppure colleghi di lavoro. Oppure servili galoppini che la riempiono di attenzioni, sperando che lei li ricompensi.

La mia patetica ha solo amici virtuali. Tanti. Perché dietro allo schermo si cela e passa gran parte della giornata. Accusa chi è come lei, non rendendosi conto di essere costantemente in contraddizione.

La mia patetica pretende che chi la conosce si schieri sempre dalla sua parte. Per sua stessa ammissione non ama perdere e vuole avere sempre l’ultima parola. Altrimenti pesta i piedi e fa i capricci.

La mia patetica pensa che farsi rappresentare da una ranocchia tenga lontani i pretendenti appiccicosi. Poi esibisce un suo ritratto fuori fuoco, e i corteggiatori fanno la fila sotto casa.

La mia patetica scrive per enigmi, si crede più intelligente della norma. Organizza i pensieri per punti, in maniera ordinata, schematica, compulsiva, inserendo lettere che formano qua e là una parolina, manda messaggi, frecciate, vuole eliminare gli antagonisti.

La mia patetica odia la persona che ha lasciato e le si accanisce contro, senza tregua.

La mia patetica accusa di falsità chi sostiene di averla amata.

La mia patetica nega di avergli mai detto “ti amo”.

La mia patetica è la donna che ho amato.
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sabato, 24 marzo 2007

31 Agosto 2003

Il bel post di Rearwindow dedicato a Manfredi e Tognazzi, ha riportato alla mia memoria questa piccola esperienza di quattro anni fa. Acqua passata, e tanto. Però m'ha colpito accorgermi che, a distanza di così tanto tempo, associo ancora questo film a quel particolare giorno.


Con la stessa stabilità che ha una barchetta di carta in mezzo a una tempesta, tutto è finito.
Sei in un ristorante, hai pranzato magnificamente, hai appena gustato lo straordinario dolce e ti abbandoni sospirando allo schienale della sedia, quando alle tue spalle arrivano due camerieri grossi come armadi, ti fanno bere dell'olio di ricino, ti cacciano due dita in gola e infilano un clistere lì.

Ha lasciato casa mia intorno alle undici e mezza per andare alla festa di compleanno di suo fratello. Ci saremmo rivisti alla sera. Intanto avrei riposato un po', visto che non chiudevo occhio da sabato mattina, e magari avrei guardato un film. "Straziami, ma di baci saziami", con Manfredi e Tognazzi. Le risate che ho fatto! Ma più che il film, davvero divertente, mi sono accorto di ridere perché ero felice, sereno, leggero.

A un'ora e mezzo dall'inizio del film suona il citofono. Vuoi vedere che è lei? Sorrido.
È lei. Mi dice di scendere. Ok. Fischietto, vado in bagno, mi vesto, poi comincio a preoccuparmi: dovevamo vederci dopo cena. Sono solo le sei e mezzo. Sì, è una sorpresa, ma è bella o brutta? Chiudo casa, scendo le scale, apro il portone, lei è di spalle. Sente aprire il battente e si volta. Non ha un'espressione sognante e innamorata. Ciao. Ciao. La guardo sollevando un sopracciglio: "mi devo preoccupare?". "Sì." Lascio cadere le mie braccia lungo i fianchi e sbuffo. Lei sorride: "Ma no, dai, andiamo!". Riprendo fiato, ma forse dentro di me ho già capito di dovermi realmente preoccupare. Facciamo due metri, ha il casco del motorino. "Lo mettiamo in cantina?" Dice di sì. Torniamo indietro, poi mi batto mentalmente una mano sulla fronte: che sbadato, non ho salutato bene la mia signorina! Le sfioro i fianchi e la bacio. Mi volto per aprire il portone e noto che il bacio non ha suscitato una gran reazione. "Qualcosa non va?" "Sì." Le lancio un'occhiata. "Mi devo preoccupare." "Sì." Non voglio aprire il portone, lei ha le chiavi. Dice: "apro io". Il sangue mi comincia a ribollire nelle vene, entro e procedo verso la cantina, mentre lei mi spiega che festeggeranno il compleanno di suo fratello questa sera perché a pranzo non c'era. Frega assai di suo fratello! "Cosa devi dirmi?", chiedo. "Dai, usciamo" e io dietro. Fuori, facciamo qualche metro. "Allora?" "Andiamo in qualche posto" "Dove vuoi andare?" "Andiamo in su, verso la piazza." Altri cinque metri: "Allora? Vuoi parlare?" "Adesso." Dieci metri. "Beh, parla!" Arriviamo alle scalette dietro al pub. Lei si siede e mi fa cenno di sedermi. Sto in piedi.
"Vedi... è che ieri eravamo un po' ubriachi e probabilmente non avrei fatto quello che c'è stato."

Flashback. Sul divano: "sei sicura? non è perché hai bevuto?" "Sono sicura." "Domani non cambierai idea?" "No."

Ritorno al tempo reale. Lei è ancora lì seduta, con un pezzetto di carne sanguinolento fra i denti e un rivolo di sangue che le cola dal mento sulla maglietta. "È il mio cuore, quello?" domando. "Oh, scusa, non me n'ero accorta..." e lo sputa in terra.
"Vedi, è che non sono sicura, non è quello di cui ho bisogno adesso e sdraashjkdahjhjadgtrzeopcx, ngyqzxbasgj..."
Tutto quello che segue, non l'ho più ascoltato. "Ok. Allora è finito tutto." Lei mi guarda. Prova a dire qualcos'altro. "Finiamola qua..." Abbassa la testa, estrae dalla borsa un grosso mazzo di chiavi e toglie quelle di casa mia. Me le porge. Le chiedo dove ha parcheggiato il motorino. Sotto al teatro. Ok. Ciao. Si alza in piedi. Indietreggio in direzione di casa mia. Lei rimane a guardarmi. Non voglio voltarle le spalle, per cui è meglio che ci si incammini entrambi nello stesso momento, nelle due direzioni diverse. Annuisce. Lei sale, io scendo. Chissà se s'è voltata a guardarmi. Chissà se non si è voltata e ha pensato: "chissà se si è voltato a guardarmi". Torno a casa. Mi spoglio, mi sdraio davanti alla televisione e riaccendo il lettore DVD. Manfredi e Tognazzi non fanno più ridere.
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sabato, 17 marzo 2007

22 Settembre 2002


    Era davvero una notte buia e tempestosa. Richard Henry venne svegliato alle tre e ventotto da un tuono catarroso che spaccò in due il paese. In senso figurato, naturalmente. Con la mano sinistra afferrò l’orologio da polso che teneva sul comodino, e si accertò dell’ora. Sbuffò. Una volta tanto che poteva dormire di più, gli toccava svegliarsi in piena notte per un cazzo di diluvio universale! Un lampo avvisò che stava arrivando un'altra scatarrata dal cielo, che non si fece aspettare.
    Richard faceva il bidello alla Whitman, l’unica scuola della valle, che però avrebbe chiuso i battenti l’anno dopo. Era meglio far andare i ragazzi un po’ più giù, in città, piuttosto che tenere aperta una struttura vecchia e costosa. E giù un altro lampo e tuono.
    Bel tempo di merda! C’era un tuono quasi ogni minuto. Richard pensò che quello doveva essere il temporale più violento che avesse mai visto. Riflettè meglio e si ricordò di averlo già creduto in altre occasioni, con altre burrasche. Si corresse da solo: probabilmente era un forte nubifragio come altri, uguale. Del resto mica aveva un acquazzometro per saperlo! Diciamo che questo era un temporale coi fiocchi. Altro lampo e altro tuono.
    La pioggia veniva giù fitta e con tale forza da sembrare una scena da film, in cui la nave viene sballottata da onde alte il doppio di lei. E quella nave era la casa di Richard, che veniva sferzata da potenti secchiate. Pensare che quell’estate si era parlato di siccità e di emergenze idriche. Era la terza notte di sèguito che veniva giù tutto il fabbisogno nazionale d’acqua. Solo che una notte insonne durante la settimana
ci poteva anche stare, ma non di domenica! Non quando si può dormire dodici ore di fila! Lampo e tuono.
    Beth faceva sogni tranquilli, accanto a lui. Nove gocce e due tappi di cera l’avrebbero fatta dormire anche al rientro di Chuck, il loro vicino camionista. Che stronzo, Chuck. Stava via tutta la settimana con quel cazzo di tir, anche se in pratica viaggiava solo un paio di giorni. Quello che contava, per lui, era stare il più lontano possibile dalla moglie e dal bambino. Tornava giusto per farsi lavare i vestiti, una scopata con Mary Ann, mangiare un po’ come si deve e dormire in un letto vero. Riappariva sempre alle cinque della domenica mattina, facendo tremare tutti i vetri delle finestre. Le finestre. In camera dei ragazzi le aveva viste aperte, dopo cena. Si alzò, mentre un'altra coppia di lampo e tuono illuminò e scosse la casa. Beth fece “mhm…” e si voltò dall’altra parte, senza svegliarsi.
    Richard infilò le ciabatte, si avvicinò alla finestra e diede un’occhiata fuori. Che spettacolo! Ogni trenta secondi, la strada si accendeva e si spegneva. Giorno e notte in una frazione di secondo. Guardò la casa di Chuck. La luce della cucina era accesa. Anche Mary Ann si era svegliata, e probabilmente aveva deciso di aspettare il marito per accoglierlo. Quella donna viveva un giorno alla settimana. La sua famiglia esisteva solo di domenica, quando cercava di essere la moglie perfetta, perché la madre la faceva già tutti gli altri giorni. Con ogni probabilità, invece, visto il tempo da schifo, Chuck aveva deciso di fermarsi in un motel, aveva pagato una puttana e quella domenica non sarebbe rientrato a casa. Che stronzo.

    Con un lampo, vide la sagoma di Mary Ann seduta al tavolo di cucina. Con un tuono, si ricordò delle finestre e i ragazzi. Percorse il corridoio, appoggiò l’orecchio alla porta, mentre con la mano faceva leva sulla maniglia, silenziosamente. All’interno nessun rumore, spinse il battente ed entrò. I piccoli dormivano della grossa. Probabilmente i litri di sonnifero presi dalla madre mentre era incinta, li avevano alterati geneticamente o qualcosa del genere. Forse Beth aveva trasmesso loro il “gene del sonno pesante”. Le finestre erano aperte, ma solo un poco. Si avvicinò e le chiuse. Poi si inginocchiò e tastò la moquette che era zuppa come un biscotto savoiardo nel the. La mattina dopo avrebbe dovuto asciugarla bene, altrimenti avrebbe fatto odore. Una serie di lampi lo avvertì che stava arrivando qualcosa di grosso. Un tuono secco, come una roccia che si spacca in due, fece friggere le prese elettriche. Richard si bloccò un attimo per lo spavento. Poi proseguì verso la porta e uscì dalla stanza.
    Non sapeva se sarebbe riuscito a riaddormentarsi, ma non aveva voglia di piazzarsi davanti alla tv. Si diresse vero la camera da letto per rinfilarsi sotto le coperte. Dopotutto il bello dei temporali è proprio questo: stare al caldo e al morbido, mentre fuori il mondo trema. Prima di sdraiarsi rubò un altro po’ di intimità a Mary Ann. Niente lampo, niente sagoma, ma la luce in cucina era sempre accesa. Una volta Chuck gli aveva offerto di mettersi in società, e Richard l’avrebbe preferito al suo lavoro di bidello. Anche i soldi portati a casa sarebbero stati più interessanti, quattrocento dollari in più, al mese. Ma quello che proprio non gli andava era lavorare con Chuck. Perché se non si fosse capito, Chuck era proprio uno stronzo.
    Si avvicinò al letto e tolse le ciabatte. Sollevò le coperte e si sedette sul materasso. Mentre alzò la gamba destra per farla passare fra le lenzuola, un lampo rischiarò la stanza. Si fermò un attimo e restò in attesa del tuono. Non arrivò. Riprese a muoversi e si stava per sdraiare, quando arrivò il rombo più potente che avesse mai sentito. E questa volta ne era sicuro, no
n c’era acquazzometro che tenesse! Il rumore fu assordante, la casa tremò e si mise a dondolare il lampadario. Il lampadario? Cosa c’entra il lampadario… mica è un terremoto! Allora Richard realizzò che oltre al tuono aveva sentito un rumore di vetri, giù in soggiorno, e ora sentiva distintamente la pioggia provenire da sotto. Come se avesse una cascata in casa. Saltò giù dal letto e senza ciabatte corse per il corridoio, verso le scale. In camera, alle sue spalle, Beth si era svegliata e gli chiedeva cosa fosse successo. Lui non rispose e si precipitò giù. Dopo un paio di scalini aveva già capito. Altri due scalini e appoggiò la mano destra alla ringhiera. Altri due scalini e si buttò a sedere sulla rampa, con la bocca spalancata.
    Il salotto non esisteva più. Al suo posto c’era la cabina del tir di Chuck, che aveva sfondato la parete sulla strada. L’autista era stato sbalzato fuori e giaceva con la testa spaccata in due da uno spigolo del camino. Sarebbe stato meglio per lui se avesse scelto di fermarsi in un motel con una puttana, ma probabilmente quelle domeniche a casa erano importanti per lui quanto per Mary Ann. Aveva solo scelto una brutta nottata per dimostrarlo. Che stronzo.

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sabato, 10 marzo 2007

19 Ottobre 2003


Potrei essere io.
Un giorno in cui ogni cosa sembra andare per il meglio, vi apprestate a tornare a casa, o magari a passare una bella serata e mangiare fuori, raggiungete la vostra auto dove l’avete lasciata al mattino, e non la riconoscete. “Questa non è mia. La mia non ha questa riga sulla portiera!” Però poi vedete i dadi di peluche attaccati allo specchietto e cominciate a sudare. Vi sono familiari, così come la stuoia in palline di legno che è spalmata sul sedile del guidatore.
Ho sempre odiato i dadi di peluche.
E le stuoie di legno.
A dire il vero odio anche voi. Ma non lo faccio né per i dadi, né per le palline di legno. Provo il più profondo rancore per tutti voi. È colpa vostra se sono così. Vi siete dimenticati che esisto. Entro in un bar insieme ad altre persone. Salutano il barista e lui ricambia: “’Giorno – ’Giorno”, “Salve – Salve”, “Ciao Pino – Ciao”. Quando viene il mio turno si sente solo: “Buongiorno” e resto in attesa di una risposta. Questo tutti i giorni, sempre nello stesso locale.
Quando faccio un’ordinazione devo replicarla almeno tre volte. E poi non è detto che mi arrivi quello che ho richiesto. E quando viene il momento di pagare mi passate sempre davanti. Io non dico niente. Guardo, sperando che comprendiate, ma non è mai successo. Allora esco e vedo quelle auto posteggiate lungo i marciapiedi del corso. Ci sono dei punti in cui lo spazio per passare è talmente stretto che bisogna camminare appiattiti contro il muro. Allora non mi costa alcuna fatica estrarre il mazzo di chiavi e imprimere la mia firma sulla lamiera. Non ci si deve nemmeno fermare o rallentare, per farlo.
KKKRRRRRRR. È il suono della mia rabbia. Il digrignare dei miei denti. Il rumore dei miei pensieri.
Ogni due mesi devo buttare via le chiavi perché si sono consumate. Tengo sempre un mazzo di scorta in una credenza del salotto, lo prendo e vado a fare un duplicato, poi metto il nuovo duplicato nella credenza, e quello che è servito come matrice diventerà la mia nuova arma. La mia penna per firmare, il mio pennello per creare. Sono un artista dello sfregio.
L’uomo che ha rigato la vostra macchina potrei essere io. Oppure un ragazzino ubriaco che lo fa il sabato sera con gli amici. Ma lui è insignificante. Il suo gesto è noia, è solo vuoto culturale. La mia è una rivoluzione.
Solitamente non conosco i volti delle mie vittime e non m’importa. Porto un messaggio all’umanità, non ai singoli. Ma c’è un’eccezione. Si chiama Michele Andora. Abita nel palazzo affianco al mio. Alto, bello, capelli di media lunghezza con la riga in mezzo. Un tipo sportivo, che ha successo con le donne. La sua mattinata sociale comincia appena varca la soglia del portone. Qualcuno, un negoziante, un passante, un collega, a volte anche un auto che suona il clacson, lo saluta e lui risponde con la mano, sorridendo. Sempre. Non l’ho mai visto uscire da quella casa senza che avesse un contatto umano.
Vorrei avere anch’io qualcuno da salutare quando esco di casa. O meglio ancora, qualcuno che saluti me, a cui rispondere.
E allora, periodicamente, il signor Andora si ritrova un graffio sulla fiancata. Ma lui è un cliente speciale e quindi, ogni tanto, mi piace aggiungere un omaggio al trattamento standard. A volte divelgo lo specchietto, a volte piego un tergicristallo e, se sono in vena, gli foro una gomma.
Se fossi come voi mi metterei d’accordo con qualcuno per truffare le compagnie d’assicurazione. Ma io sono un artista, e il mio è un lavoro libero, fatto di sentimenti e ispirazione.
Voi non meritate altro che il mio disprezzo sulle vostre carrozzerie.
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sabato, 03 marzo 2007

20 Luglio 2003
20 Ottobre 2003
A Magnolia e a tutti gli amici del mio giardino


Su una terrazza affacciata sul mare, Abete si svegliò con un soffio di vento che gli passava tra le fronde.
“Oh, ci siamo svegliati!” fece Fico d’India che si era già destato al mattino presto.
Ancora intorpidito, Abete pronunciò un assonnato “Mhm?”.
“Sono le due del pomeriggio!” spiegò Fico.
“E allora? Devi andare da qualche parte?”
“Beh, ma se ti perdi le migliori ore di sole, non ha più senso stare qui, in riva al mare!…”
“Perché, secondo te un abete in riva al mare ha senso?”
“Non lo so, tu sei il primo che incontro…”
“Allora te lo dico io: noi siamo piante di montagna, gioiamo quando nevica, ci piace il clima freddo del nord, la gente che scia… Tu non puoi immaginare le risate, quando uno sciatore ti si schianta addosso a tutta velocità!…”
“E tu che ne sai?”
“Io non sono nato qua. La pigna che mi ha generato si è interrata in montagna, a milleduecento metri sopra il livello del mare!…”
“Ah, ecco perché sei così istruito!… Te sei uno che ha viaggiato!… Io non mi sono mai mosso di qui.”
“Mi hanno sradicato due anni fa, qualche notte prima di Natale. Tu non eri ancora nato, ma io avevo già dodici anni!”
“È tanto per un abete?”
“No, ma sono sufficienti a fare un mucchio di conoscenze. Tutto d’un tratto mi sono trovato a dover abbandonare per sempre i miei amici. Gli animali che costruivano la loro casa nel tronco o sui rami, i funghi che crescevano tra le radici, sotto la mia ombra…”
“Beh, dai, qua mica si sta male. C’è lo iodio.”
“Ci risiamo. Come detesto questa cosa dello iodio!… Ogni volta che qualcuno parla del mare tira fuori ‘sta storia dello iodio. Tu sai che cos’è?”
“È un… sono delle particelle che… sì insomma, se lo respiri ti fa bene.”
“Sei una pianta, cosa te ne frega di respirare bene? Tu hai la fotosintesi clorofilliana. Sono gli animali che hanno bisogno di respirare bene, e l’ossigeno glielo diamo noi.”
“Allora vedi che ho ragione io?… A me l’hanno spiegata, la fotocosa!…”
“La fotosintesi clorofilliana.”
“Quella. E so che funziona se c’è il sole!… Quindi dovresti essere contento di questa giornata.”
“Il sole sì… è il caldo che ammazza.”
“Non fa così caldo…”
“Senti, l’hai mai vista tu la neve?”
“No, però una volta qui ha grandinato.”
“See… due minuti, scommetto.”
“Perché, la neve quanto dura?”
“Ore. Giorni. A volte mesi. E poi rimane lì, sui tuoi rami, a piegarteli, a gelarti. Ho perso un mucchio di amici per la neve.”
“Orco, ma allora vedi che è meglio qui?”
“Tu proprio non capisci. Io non appartengo a questo posto. Il freddo in montagna è micidiale, ma fa parte della vita di un abete.”
“Sarà… però qui non è mai morto nessuno per il freddo!…”
“Per il freddo no, ma di lei che cosa dici?”.



Abete indicò un piccolo ceppo segato a pochi centimetri d’altezza, un mozzicone di palma che spuntava dal terreno.
Palma era stata una pianta forte, divertente, frizzante. Conversare con lei faceva dimenticare ad Abete tutti i suoi adattamenti climatici. Certe volte, i due andavano avanti a scricchiolare e ondeggiare fino a notte fonda, e poi si addormentavano felici. Lei veniva dal Cairo. L’avevano portata su una grossa nave insieme a cinquanta delle sue sorelle destinate a costeggiare tutta la passeggiata del lungo mare. Però un giorno si ammalò e piano piano deperì, e infine seccò. Abete si chiuse sempre più in se stesso e non rivolse più la parola a nessuno se non qualche chiacchiera con Fico. Non che Fico fosse questo gran conversatore, però era giovane e spigliato, e faceva sentire il vecchio sempreverde un po’ meno vecchio.
“Eh, già, poverina. Non l’avrei mai detto che una pianta così potesse patire il caldo.”
“Non era solo quello, era la nostalgia di casa, la lontananza dalle sorelle… Pensa che la più vicina l’hanno interrata a cento metri da qui. Si sentivano soltanto quando una delle due era sottovento, oppure con il passaparola delle altre piante sul percorso.”
“Come Oleandro con suo fratello?”
“Loro sono più fortunati. Stanno dentro a un vaso, nello stesso giardino, e ogni tanto li mettono vicini.”



“Fortunati un corno!” s’intromise una pianta ornamentale che spuntava da dentro un piccolo vaso. Abete la squadrò, e fu solo per gentilezza se non le chiese che razza di vegetale fosse. Era un arbusto rachitico e alquanto bruttarello, e questo lo rendeva nervoso e agitato.
“È da dieci minuti che ascolto i vostri sporloqui e adesso non ne posso proprio più. Dico: avete idea di che sofferenza sia stare qua dentro? Sapere che al di là di questa terracotta c’è la terra vera, quella coi vermetti, le pietruzze, le impurità, e dover rimanere con le radici rattrappite in un contenitore per tutta la vita? Siete due razzisti, ecco che cosa siete!”
Fico cercò di rigirare la frittata “Noi non siamo razzisti!… Sono anch’io come te. Guarda, cresco su una roccia!…”
“Sì, però se a te staccano una foglia e la piantano da qualche altra parte ricresci e sei un po’ qui e un po’ là, mentre se a me staccano una foglia e la mettono sotto terra ci rimane.”
“Scusascusascusa? Ripeti sta storia della foglia…”, domandò Fico incuriosito.
“Che io mica mi riproduco così facilmente come fai te!”
“Perché? Cos’è che farei, io?”
“Oh, Gesù!” fece la pianticella rachitica “sei una pianta grassa, no? Non sai che tutte le piante grasse basta prenderne un pezzo e interrarlo che questo rispunta fuori?”
Fico non diede a vedere di essersi offeso per la “pianta grassa” e s’informò: “Lo sono tutti i fichi?”
“Tu sei un Fico d’India, ti chiami così per caso. Sei più imparentato con un cactus che non con un fico!…”
“Oh bella, e io mica lo sapevo!” disse Fico rivolgendosi ad Abete.
Abete era sì un albero colto, ma Fico era anche la prima pianta grassa che conosceva, perciò si strinse nei rami e non rispose.
“E poi, lo spilungone qui, che sembra avere tutti i problemi di ‘sto mondo!” incalzò Rachitico “intanto vorrei averci io la vista che c’hai te!”.
“Senti sgorbio, ne hai ancora per molto?” reagì il sempreverde.
“Avete sentito? Avete sentito tutti?... Razzista! Razzista!” si scaldò Rachitico.
“Ma con chi parla?” sussurrò Fico ad Abete, mentre la pianticella nervosa continuava a urlare.
“Forse a quella donna laggiù”, ondeggiò Abete.



Laggiù, davanti alle azalee, una gioiosa signora quarantenne stava seduta e sembrava parlare da sola. Indossava un grembiule e teneva in mano delle piccole cesoie da giardino.
“Sei ogni giorno più bella, Esther… Tu invece stai un po’ battendo la fiacca, Selma!… Cynthia? Dove sei Cynthia?”
La azalea chiamata Selma si voltò verso Abete e, con voce roca e baritonale, gli urlò: “Ehi tu, ti spiacerebbe sradicarti e crollare in testa a questa lagna? Non resisto più!”
“Tu ti chiameresti Selma?”, domandò Abete perplesso.
“Mario. È quella cretina che insiste a chiamarmi Selma. Ha letto uno di quegli articoli che dicono che parlare alle piante le fa crescere meglio.”
“Che idiozia!…”
“Raccontasse almeno qualcosa di interessante. È sempre lì a fare quelle smorfie idiote e a dire cose melense.”
“E invece le tue amiche, lì, sopportano?”
“Chi? Raoul e Luigi? Oramai hanno degli orari tutti loro. Stanno svegli di notte, così quando arriva la pazza, nel pomeriggio, se la dormono della grossa!…”
“Raoul e Luigi sarebbero Esther e Cynthia?”
“Già. Quella si crede che siccome siamo così aggraziati e colorati, dobbiamo per forza avere nomi da femmine.”
“Però è vero che siete aggraziati!…”
“Hai mai sentito i rutti che fa Luigi, di notte?”
“È lui? Io credevo che fosse Fico, qui sotto.”
“Grazie per l’alta considerazione!” s’indignò Fico.
“Intendevo dire che in due anni che sono qua non ho fatto molte conoscenze, a parte il mio spinoso amico.” si giustificò Abete.
“È un peccato, perché c’è un mucchio di piante simpatiche, qui intorno!…” disse Mario.
“Tipo?”
“Lei, ad esempio, è Magnolia. Credo abbiate più o meno la stessa età.”
“Oh, mi scusi, non l’avevo mai vista. È qua da tanto?”
“Ci sono nata. Ma sarà solo un paio di mesi che spunto dal tetto.” rispose timidamente Magnolia.



Una villetta si frapponeva fra lei e Abete, e i rami sembravano incoronare l’ultimo piano della casa.
“Ah… Avevo notato un po’ di movimento lì dietro, nelle ultime settimane!…” disse Abete cercando di stirarsi il più possibile per guardare al di là.
“Ho aspettato tanti anni questo momento, e quando ho visto che stavo per arrivare, ho bevuto di più e ho fatto tanta ginnastica. Ero curiosa di vedere cosa ci fosse dietro la casa!…”
“E le piace?”
“Oh, moltissimo!… Non credo che ne avrei mai abbastanza!… Il sole, tutta quell’acqua azzurra…”
“È il mare. Non l’aveva mai visto?”
“No. Una volta è arrivata una cartolina ai padroni della casa, e c’era sopra il mare, ma da quassù non vedevo bene.”
“Beh, ma questo è il mare vero. C’è lo iodio!” si intromise Fico.
“Chi ha parlato?” fece Magnolia.
“È il mio amico Fico d’India, qui. È una pianta grassa.”
“… E bassa!” s’inserì Rachitico.
“Ha parlato il cipresso!” replicò Fico.
“Bene!… Continuiamo!… Facciamo dell’ironia! Io sono così solo perché ogni tanto si scordano di annaffiarmi! Altrimenti sarei alto e slanciato!”
“Sì, come la gramigna!”
“L’ha fatto di nuovo! Avete sentito? Razzista, razzista!”
“Sei tu che m’hai provocato!”
“Io ho solo fatto una considerazione!”
“Io invece sto prendendo in considerazione di staccarmi una foglia e buttartela lì vicino! Così ricresco e ti soffoco le radici!”
Abete inspirò profondamente e voltò le foglie al cielo. Poi si rivolse a Magnolia, cercando di estraniarsi dalla discussione fra Fico e Rachitico.
“Bisogna comprenderli… Più sono piccolini e più complessi hanno.”
“Sono simpatici.”
“Alla fine dei conti, sì. Sono solo un po’ irascibili.”
“Sarà lo iodio.”
“Già. Dev’essere proprio così…”
“Sono contenta di avervi conosciuti. Da questa parte della casa non ci sono molte piante con cui parlare.”
“Beh, Mario sembra un tipo simpatico…”
“Oh, certo!… Anche i suoi due amici mi hanno fatto molta compagnia, ma da quando posso vedere al di là del tetto, mi pare di essere entrata in un nuovo mondo.”
“Sta crescendo, mia cara. Fa parte dell’esistenza. E più passerà il tempo, più apprezzerà le sorprese della vita.”
“Mi piace parlare con lei. Rende tutto molto semplice. Confesso che ero un po’ spaventata al pensiero di quello che mi avrebbe aspettato oltre la casa. E ora so che ne valeva la pena.”
“Lo credo anch’io… ma perché non ci diamo del tu? In fondo ho solo quattordici anni!…”
“Speravo che me lo chiedessi…”
“Guarda, il sole si sta immergendo nel mare.”
“Che meraviglia!… È la prima volta che vedo delle luci così belle!…”
“E le vedrai per molte volte ancora. E ogni volta saranno diverse dalle precedenti…”
“Mi piacerebbe che tu fossi più vicino…”
“Anch’io. Vorrei che i nostri rami si sfiorassero e si intrecciassero…”
“Dovremo aspettare ancora tanti anni… Sono così lontana…”
“Aspetterò…”



Il sole si spense piano piano, e le piante del giardino scivolarono lentamente nel sonno.
Due azalee si svegliarono a notte fonda, cominciando a raccontarsi barzellette sporche e a ridere sguaiatamente.
Un abete e una magnolia continuarono a scuotere le loro chiome fino all’alba, nonostante non ci fosse un alito di vento.
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categoria : racconti