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sabato, 24 febbraio 2007

02 Gennaio 2002
02 Agosto 2002


“Ecco i maiali, Jeff! Dove li metto?”
“Appoggiali laggiù, sul bancone. Quanti sono?”
“Due.”
“Due?”
“Due. Quanti ne volevi?”
“Ti avevo detto tre… come minimo!…”
“… E di portarne uno a Greg. Non dimenticare che siamo ancora in debito con lui…”
“Sei stato alla macelleria di Greg?… Ma se gli ho portato cinque capi, la scorsa settimana!”
“Mi ha detto che quelli li ha pagati!…”
“Che dica quello che vuole! I patti erano tre per lui un mese, e tre per noi il mese dopo. Questa volta se ne è presi cinque in una botta, e ora se ne sta buono buono per tutto l’inverno!”
“Boh… parlaci tu. Io sono stufo di averci a che fare!”
"Diglielo come stai facendo con me! Vedrai che non ti fai infinocchiare più!…”
“Oh, ma ti sei svegliato male? La prossima volta vacci tu, se non ti sta bene!”
“Almeno non farei casini, questo è certo!… Dài, mettiamo ‘sti due nella cella frigorifera, e poi passa dal direttore a farti dare il menu della settimana.”
“D’accordo… E già che vado gli chiedo se ci trova qualche aiuto per la cucina. Martha dice che per le feste si fermerà in collegio qualche genitore…”
“Riformatorio, William. Non è un collegio! Mica sono qui per studiare!”
“Infatti. Li trattano che sembrano in colonia, al mare!”
“Vuoi vedere che Hendricks ti darà un menù tutto speciale per il Ringraziamento?…”
“Basta che non s’aspetti miracoli per l’altro cenone… questi due, in un pomeriggio, mica si frollano a sufficienza…”
“Anche quest’anno ci saranno il senatore e sua moglie. L’anno scorso si erano lamentati proprio per la carne dura!”
“Beh, noi facciamo il possibile… Se Hendricks ci avvisava una settimana fa, ce li procuravamo prima!… Colpa sua, non si può lamentare!”
“Speriamo che non scopra della consegna a Greg la settimana scorsa! Il sindaco compera da lui e potrebbe andare dirglielo…”
“Che glielo dica. Siamo in una botte di ferro… Li alleviamo, li ingrassiamo, e glieli vendiamo… il coltello dalla parte del manico l’abbiamo noi.”
“In tutti i sensi…”
“… Dopotutto se sparisce qualcuno di questi teppisti a chi vuoi che freghi… Per quel che ne sanno, possono anche essere evasi…”
“Ora vai però, che dobbiamo ancora preparare i dolci per stasera… Io intanto scuoio questi due.”
“D’accordo Jeff… E per il casino con Greg… cercherò di parlargli. Magari me lo rende.”
“Lascia perdere, non ti preoccupare. Vorrà dire che i prossimi due, ce li teniamo noi.”
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sabato, 17 febbraio 2007

16 Giugno 2003
01 Luglio 2003
A Sara

Paolino stava sulla spiaggia e mangiava un frutto dopo l’altro. Cominciò da una fetta di melone che la nonna teneva nella borsa-frigo. Poi una susina, due pesche-noci e un’albicocca.
Gianni arrivò di corsa, frenando sulla sabbia, e coprì la coscia della signora Venilde, che si alzò di scatto. La nonna di Paolino era un po’ seccata, perché ora la sabbia si era appiccicata all’olio solare, e la faceva sembrare una statua vivente.
“Giorgio ha trovato una medusa!… Si sta sciogliendo!…” informò Gianni con entusiasmo.
“Dove?” chiese Paolino che ancora degustava l’ultima albicocca.
“Davanti al suo ombrellone!… Sembra vomito!… Vieni?”
Paolino fece un cenno col capo e balzò in piedi. La simultaneità delle due azioni gli fece andare per traverso il nocciolo del frutto. Si mise una mano sul petto, gracchiò un paio di “ghaak, ghaak” e infine deglutì.
La signora Venilde si alzò in piedi e cinse le spalle del bambino. Gianni si mise a ridere.
“Cosa ridi, scemo?!” lo spintonò Paolino. Gianni, continuò a ridere: “Hai fatto una faccia da fesso!”.
“Vuoi dell’acqua?” domandò la nonna preoccupata.
“No, l’ho mandato giù” rispose il nipote con malcelata noncuranza, per non sfigurare di fronte all’amico.
Fu in quel momento che Paolino udì una cosa che lo preoccupò moltissimo.
“Speriamo che esca fuori, altrimenti ti cresce una pianta di albicocche nello stomaco!” disse la nonna.
Gianni continuava a ridere, mentre a Paolino si presentò davanti agli occhi tutta la sua vita, come un film. Un cortometraggio.

Quella sera Paolino non toccò né cibo né acqua. Aveva paura, così facendo, di concimare e annaffiare il seme di albicocca. La mamma si preoccupò, e la mattina dopo gli fece trovare una ricca colazione. Il bambino si era già dimenticato del nocciolo e mangiò tutto con voracità. Ci bevve dietro un bicchiere di succo di pompelmo e, dopo, i cereali col latte e cioccolato in polvere.
A metà mattina, Paolino chiese alla maestra di uscire. Aveva un forte mal di pancia e la bidella gli preparò un tè caldo. Mentre lo sorseggiava, lei domandò se avesse mangiato qualcosa che gli aveva fatto male. Lui fece mente locale e, quando gli venne in mente di non aver cenato la sera prima, posò con orrore la tazza sul tavolino della bidella.
“Che succede?” chiese la donna.
“Mi sta crescendo una pianta nella pancia!” scoppiò a piangere il bambino.
La donna pensò a un modo di dire, gli accarezzò la testa e gli soffiò il naso.

Per un paio di giorni, Paolino rimase a casa con la febbre. Ogni tanto si tastava la pancia e immaginava grovigli di radici che si facevano strada fra i suoi organi. Anche i cartoni animati non riuscivano a consolarlo, per cui spense la televisione e si mise seduto a pensare. L’occhio gli cadde sull’edera del giardino. Si sentì male, ricordando quanto fosse cresciuta rapidamente. Cercò di distrarsi con un fumetto. E gli venne in mente che, forse, non tutto il male viene per nuocere. In effetti tutti i suoi supereroi preferiti acquisivano i poteri dopo un incidente di percorso. Chi veniva investito da radiazioni, chi morso da un insetto, chi beveva una pozione particolare. La Torcia Umana, l’Uomo Ragno, la Donna Invisibile. Purtroppo, però, nel mondo non c’è posto per “il Bambino Albicocca”. Paolino tornò ad avvilirsi.

Al terzo giorno, la febbre passò, ma quando Paolino si alzò dal letto, non riusciva a piegarsi in avanti. La schiena era bloccata e camminava rigido come un maître d’hotel. Si avvicinò alla camera della mamma e provò a chiamarla. “Provò”, perché come aprì la bocca, con un colpo di frusta, ne uscì un rametto con tanto di foglioline.
“Vavva!” urlò il poveretto. La vavva si alzò preoccupata, e quando vide il suo tesorino con un ramo in bocca, pensò che fosse caduto a bocca aperta su una pianta del salotto.
“Oh, Gesù, cos’hai fatto Paolino?” indagò la povera donna, mentre saltava giù dal letto e si precipitava incontro al piccolo. Lo supplicò di rimanere fermo e, con uno strattone non troppo deciso, tirò il rametto. Paolino urlò, lei desistette dall’intento e prese le chiavi della macchina per portarlo subito in ospedale. Un po’ difficile non dare nell’occhio. I vicini cosa avrebbero pensato? Che madre irresponsabile: lasciare che il figlio si strozzasse con le piante di casa! Le venne un’idea geniale. In cucina prese una bottiglia d’acqua e ci infilò dentro il rametto, poi chiese a Paolino di fingere di bere per tutto il tragitto che porta all’ospedale. Il bambino prese il recipiente nella mano destra e cominciò a camminare dietro alla madre. Per le scale incontrarono l’architetto Pozzolini.
“Buongiorno, architetto.”
“Buongiorno, signora Ricciardi… Ciao Paolino.”
“Mhm…”
La portinaia stava lavando le scale:
“Buongiorno.”
“Buongiorno, signora Ricciardi… Ciao Paolino.”
“Mhm…”
In cortile incrociarono il signor Bonfanti, pensionato.
“Signor Bonfanti…”
“Buongiorno, signora Ricciardi. Ciao Paolino… cosa bevi di buono?”
“Mhm…”
La signora Ricciardi accelerò il passo, imbarazzata.

Il dottor Raviola entrò nella stanza dopo pochi minuti, con le lastre in mano.
“Paolino non ha ingoiato un ramo, c’è una pianta intera, lì dentro.” e indicò il pancino del piccolo.
“Oh, Gesù!” fece la signora Ricciardi.
“Si tratta di un albicocco. Una pianta che può diventare molto grande”.
“Oh, Gesù!” fece la signora Ricciardi.
“Purtroppo io non posso farci niente, deve rivolgersi a uno specialista.”
“Oh, Gesù!” fece la signora Ricciardi.
“Beh, non esageriamo… qualcuno di meno importante. Un giardiniere, per esempio.”

Il signor Molinari era giardiniere da due generazioni. Dapprima osservò bene il rametto della pianta, poi si profuse in dotte dissertazioni sulla specie di albicocco, declamandone il nome latino come fosse stata una poesia. Controllò le lune, propose innesti a gemma, margotte, potature particolari e letame preparato con le cacche delle sue galline. Il bambino, spaventato, si voltò di scatto a guardare la mamma, rifilandole una ramettata sul braccio. La signora Ricciardi lo prese per mano e scappò via.

L’ingegner Ricciardi era un uomo che viaggiava molto. Quando tornò da Innsbruck non vedeva i suoi cari da quasi un mese. “Fafà, fafà”, gli andò incontro il piccolo Paolino. L’uomo abbracciò suo figlio e rivolse uno sguardo interrogativo a sua moglie.
“Cos’è questa nuova trovata?”, le chiese.
“Non ti arrabbiare, caro”.
“Ecco, quando dici ‘non ti arrabbiare’, mi arrabbio sulla fiducia!”.
“La settimana scorsa ha cominciato a far caldo, oramai è quasi estate… mia mamma l’ha portato al mare…”.
“E allora?”
“E allora, Paolino ha ingoiato un nocciolo di albicocca.”

Per tutta l’estate, Paolino rimase chiuso in casa, perché mamma e papà Ricciardi si vergognavano a portarlo in giro. Oramai doveva rimanere con il viso rivolto al soffitto e la bocca spalancata, poiché il tronco dell’albicocco aveva raggiunto il diametro di dodici centimetri. Ogni tanto usciva sul balcone, e qualche uccellino sostava fra i rami sopra la sua testa, che ormai erano folti. Il barbiere venne un paio di volte a casa per tagliargli i capelli e sfrondargli i rami.

A settembre, Paolino avrebbe cominciato la terza elementare e, ciò che lo preoccupava di più, erano le cattiverie dei compagni. Perché si sa, i bambini di quell’età mancano totalmente di tatto e diplomazia, e nei confronti della diversità si comportano col garbo di un cecchino. Già si immaginava i nomignoli che gli avrebbero affibbiato, e le cose che non avrebbero fatto con i rametti di quello che ormai era un tronco alto un paio di metri. Qualche temerario bulletto avrebbe perfino tentato di arrampicarsi fino in cima.
Niente di tutto ciò. Sorprendentemente, i suoi amici lo guardavano con occhi diversi, con rispetto. O forse con timore. Dalle maestre era trattato con riguardo, e se qualche volta si distraeva o non finiva i compiti, era perdonato a causa della sua diversità. Alle visite mediche di controllo era il più alto, e il più diritto. Ebbe un ottimo voto nella ricerca di scienze, con la prova “Adotta un albero”. Per un mese intero ognuno aveva seguìto, pulito e curato una pianta nel giardino della scuola. Lui, la sua, se la portava perfino a casa e ci dormiva insieme. Le bambine lo mettevano sempre al centro dei loro girotondi e ne erano innamorate. Lui distribuiva dolci albicocche e loro ricambiavano con dolci bacini sulle guance. D’altro canto, spaventati per l’accaduto, i piccoli non mangiavano più la frutta della mensa senza averla prima sezionata. L’associazione dei fruttivendoli fece anche una manifestazione davanti alla scuola, perché il panico aveva fatto precipitare le vendite, e danneggiato gli affari. Fu una rivoluzione.

In autunno inoltrato, l’albero cominciò a perdere le foglie, per la gioia della bidella che doveva ramazzare per terra. A parte questo, a casa Ricciardi la diversità del piccolo era diventata cosa comune. Quel Natale Paolino venne decorato come fosse un abete, e Babbo Natale mise i regali sotto al suo letto. Ma l’albicocco non è un sempreverde, e da ormai due mesi i rami non davano più foglie. In gennaio lo stomaco di Paolino scricchiolava come un bosco secco, e un paio di volte, scontrandosi contro qualcuno o qualcosa, alcuni rami si erano staccati dal tronco.

In febbraio Paolino andò a sciare con papà e mamma. Non poteva guardare avanti, per cui era stato legato alla vita, e veniva trascinato per le piste con una specie di guinzaglio. Il collo rimaneva un po’ scoperto, e così il bambino-albicocca si prese un malanno che lo costrinse a letto. La febbre sfiorò i trentanove gradi, e al piccolo vennero somministrate medicine, antibiotici, rimedi della nonna e aerosol. Il bombardamento di cure e l’alta temperatura nel corpo di Paolino minarono anche la salute dell’albero che deperì sempre più, e infine seccò. Un giorno, nella fase acuta della malattia, il bambino ebbe una crisi di tosse e starnuti, e con un ecciù più forte degli altri espulse con violenza il tronco di albicocco. Questo infranse la finestra, piroettò in aria e si andò a conficcare nel giardino sottostante. Improvvisamente Paolino era guarito e contento. Era tornato un bambino normale.

Significava non essere più speciale, e che mamma e papà avrebbero ridotto le attenzioni nei suoi confronti. A scuola, le maestre lo seppellirono di compiti affinché recuperasse il tempo perduto, e le bambine, quando lo incontravano nel cortile, gli calciavano gli stinchi perché si sentivano tradite.

Non fu facile, per Paolino, crescere con il ricordo di quell’esperienza. Ogni tanto spuntava qualcuno che, memore dell’accaduto, lo derideva. Crebbe complessato, non mangiò più frutta, e si trovò un lavoro come informatico, in modo che potesse stare a casa, isolato dal mondo.

A ventisette anni d’età, Paolo Ricciardi uscì dall’abitazione dov’era nato e cresciuto, scese in cortile e lo attraversò. Si fermò di fronte all’albicocco piantato in mezzo al giardino, e lo fissò a lungo. In quegli anni era miracolosamente rinverdito e continuava a offrire ottime albicocche. Da lontano, l’uomo e la pianta, sembravano due amici che stavano conversando. “Che peccato, povero Paolino! Hai buttato all’aria molti anni della tua vita senza trovare la serenità, e ora non riesci a capire se la causa della sofferenza risiede nel tuo passato o nel presente. Li hai entrambi di fronte, devi solo decidere se conta di più quello che sei stato o quello che sei adesso.”

Ma l’albero si sbagliava. Nella testa dell’uomo, fra le due scelte, cominciò a farsi spazio una terza, all’apparenza più modesta, più semplice, ma l’unica forte e coraggiosa: quello che sarò. Scelse questa. Abbracciò il tronco, strappò un frutto e lo ingoiò per intero, nocciolo compreso. Poi si avvicinò alla fontanella e ci bevve dietro tre bei sorsi d’acqua.
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mercoledì, 14 febbraio 2007


Intuendo, evidentemente, quanto io vada matto per le catene (che quelle di Blog hanno ancor meno senso di quelle via posta), Scott Ronson mi coinvolge in quella degli incipit.
Normalmente avrei cortesemente nicchiato, ma trovandomi da tre settimane a gestire due blog, di cui uno di argomento pseudo-letterario, posso permettermi il lusso di dedicare un post a questa causa.
Non sapendo quale sia il limite, lo fisso arbitrariamente a tre:

- FIAMMA FREDDA (Joe R. Lansdale)

Bill Roberts decise di rapinare la bancarella dei fuochi artificiali, dato che non aveva lavoro, era al verde e sua madre era morta e liofilizzata in camera da letto. Be’, non proprio proprio liofilizzata. Anzi, puzzicchiava, però sembrava reggere. Era colata sul materasso solo in parte, e se lui teneva la porta sbarrata e puntava il ventilatore per respingere il fetore, non era poi questa schifezza.


- DIO, L'AUTOBIOGRAFIA (Dio)

In quasi tutte le autobiografie l'autore comincia da principio, ma nel Mio caso è piuttosto complicato perché non ho principio. E, quanto a questo, non avrò neanche fine. Già, Io sono infinito. Il che non Mi aiuta a iniziare la storia. In teoria questo libro potrebbe continuare in eterno ma sorgerebbero varie difficoltà, ad esempio le enormi dimensioni del volume e il fatto che nessuno potrebbe vivere abbastanza a lungo da leggerlo tutto. A parte Me. E questo ridurrebbe notevolmente i vantaggi commerciali dell'operazione.

- L'ETERNAUTA (Hector German Oesterheld)

Fa freddo, stanotte. Ma ho l'abitudine di lavorare con la finestra aperta. Di quando in quando posso riposare gli occhi guardando le stelle, lontane nel cielo. Mi pare d'intuire l'eterna armonia del cosmo e provo una grande serenità. Nel profondo silenzio, unico rumore, il familiare fruscio della penna sulla carte.

In conclusione devo segnalare chi avrà l'onere di proseguire la catenella. Direi PanChin, NightTripper e Il Dolceforno, sperando non me ne abbiano troppo.
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sabato, 10 febbraio 2007

17 Settembre 2001
 
    Con il cuore in gola ripensavo alla favola che, ancora una volta, mio papà mi raccontò la sera prima. La storia delle sette mogli di Barbablù era, fra tutte, la mia preferita e la descrizione della camera proibita mi scuoteva i muscoli della schiena come quando smetteva l’acqua calda nella doccia. Però era un bel rabbrividire: wow! Sei cadaveri sanguinolenti che sgocciolano sul pavimento e quella scema che ci va a infilare la scarpa! E poi si lamenta.
    Anche io avevo il mio luogo proibito dal quale stare lontano e il papà mi ricordava sempre di non tentare ad avvicinarmi altrimenti sarebbero stati guai seri. Non era una camera, ma era il suo armadio e, per la precisione, un armadio nell’armadio, come quelle bambole russe. Da quando ricordo di esistere, il divieto di avvicinarmi alla ‘stanza segreta’ fu spesso nelle mie orecchie e mentre salivo le scale le centinaia di ammonimenti mi rimbombavano nella testa.
    Quello era un gran giorno. Per la prima volta i miei genitori mi avevano considerato cresciuto abbastanza per restare a casa da solo, senza tate di sorta a sorvegliarmi. Quello era un gran giorno. Per la prima volta potevo avvicinarmi all’armadio proibito con un paio d’ore a mia completa disposizione. La mamma era andata a fare la spesa pochi minuti prima e il papà ancora doveva tornare dal lavoro.
    Proseguii al buio per la rampa di scale che dall’anticamera portava alla zona notte, e con eccessivo scrupolo avanzai in punta di piedi lungo il ballatoio. La camera dei miei genitori aveva una massiccia porta in legno che dischiusi lentamente: il letto era ancora da rifare e i pigiami erano buttati su una sedia. Il parquet scricchiolò non appena misi piede sul pavimento, accompagnandomi fino all’imponente armadio. Era un qualcosa appartenuto alla nonna di una cugina di chissachì e con quelle massicce maniglie in ottone, dalle facce di leone, aveva un aspetto decisamente inquietante. Aprii le ante, e dietro ad alcuni vestiti trovai il cassettone in legno grezzo. Era chiuso, ma ormai sapevo da anni che la chiave era nascosta nel comò della sala. La sfilai dai pantaloni e per qualche minuto restai a fissare prima la chiave, poi il piccolo armadio. Cosa voleva nascondermi il papà? Forse anche lui aveva ucciso qualcuno e ne teneva i pezzi lì dentro? Una volta mi raccontò che stavo per avere un fratellino, ma che morì appena nato... forse lo teneva vicino a sé per ricordarlo. E quando Buck ‘scappò di casa’? Non mi aveva mai convinto la spiegazione della mamma. Il mio cagnolone non sarebbe mai scappato da me. Forse lo volevano punire per qualche cosa e l’avevano rinchiuso... Anche la nonna era di quelle dimensioni e se non fosse che la vidi portare al cimitero in una cassa, avrei pensato che l’amore di mia mamma l’avesse portata a rubarne il cadavere.
    Non restava che aprire. ‘CLACK’ scattò il lucchetto ben oliato. Un lieve cigolio dei cardini e la delusione si impadronì di me. Carte, carte e ancora carte. Ma come... Tutto qui? Spostai un paio di cartelline e trovai una cassetta con dei mazzi di banconote. Uffa! Ma possibile che non ci fosse davvero nulla di truculento lì dentro? Poi vidi un cassettino nascosto per metà da una busta rigida messa in verticale. Lo aprii e vi trovai il sogno di ogni bambino: una pistola vera! Dopotutto la ricerca non era andata vana e io avevo ancora qualche minuto per giocare, prima del rientro della mamma.
    Ora ero lo sceriffo, a riposo nel saloon del villaggio e la ringhiera del ballatoio di casa, creava proprio la giusta scenografia. Bastardo di un muso rosso, come ti sei permesso di metter piede qui dentro? Sì dico a te, laggiù! Me ne frego se hai sete, se non esci entro il tre sei un muso rosso morto! Uno... due... BANG!!!

...

    porc... m’era partito un colpo! Avevo le orecchie che mi fischiavano e il polso dolorante. E un grosso problema da risolvere. I vicini avrebbero detto ai miei di aver sentito un rumore di sparo e mio padre avrebbe capito. Beh, lì potevo negare, ma dovevo trovare il proiettile e eventualmente mascherare, se possibile, il buco. Ma come avevo fatto a mettermi in questa situazione? Era come la macchia di sangue sulle scarpe della moglie di Barbablù... e più sfregava per farla andare via, più si espandeva. Ora avevo anch’io la mia macchia ed era una pallottola sparata chissà dove per casa. Decisi che dovevo agire con metodo e cura: ero un bambino grande ora e non potevo farmi prendere dal panico.
    Considerai intelligente l’idea di perlustrare prima il piano superiore, dove già mi trovavo. Controllai la porta del bagno, poi perlustrai il muro attorno, centimetro dopo centimetro arrivando fino alla mia stanza, continuai controllando il muro che portava alla camera dei miei e di nuovo la parete che porta al ripostiglio. Niente. Avevo appena deciso di cominciare a controllare il piano di sotto quando sentii inserire una chiave nel portone da basso. Cavolo! Non avevo più tempo. Avrei cercato il proiettile dopo, sperando che non lo trovassero prima loro. Mi fiondai nella camera e aprii il cassettino nell’armadio che avevo lasciato aperto. Riposi la pistola al suo posto, misi la busta rigida davanti al cassettino, chiusi l’armadio piccolo, mi misi la chiave nei pantaloni, spostai i vestiti e chiusi l’armadione. Mentre uscivo dalla stanza, sudato e agitato, tirai comunque un sospiro di sollievo: ero stato più fortunato della moglie di Barbablù. Dopotutto c’erano buone probabilità che il buco, fosse nel muro o nel soffitto, si notasse poco, dandomi il tempo di coprirlo in seguito. L’importante  era che non lo trovassero prima i miei.
    Quando scesi le scale, mio padre aveva già trovato il proiettile. Era nella testa di mia madre, sulla quale lui stava  singhiozzando.
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sabato, 03 febbraio 2007

24 Novembre 2006
31 Gennaio 2007



Quando c’è un funerale, piove. È una cosa che m’ha sempre dato da pensare.
Che se ogni giorno muore qualcuno, non è che piove ogni giorno. Allora diciamo meglio: quando c’è un funerale che mi riguarda, piove.
Sembra una coreografia esclusiva per me e il mio parentado. Consolazione minima a dire il vero.
Ora non è che voglia passare per il privilegiato di qualche divinità che tiene a decorare i momenti salienti della mia vita. Non è che quando sono innamorato ci sia sempre il sole, o mi trovi a correre al ralenty fra campi di fiori o su battigie al tramonto.
Diciamo che è certo il contrario: quando piove c’è un funerale. Per forza: non passa giorno in cui qualcuno non muore.
Oggi, per esempio, piove. Ch’io conosca, non è morto nessuno. Un’amica s’è lasciata col fidanzato, un altro amico ha la cervicale e io ho un po’ di mal di stomaco. Ma passano, dico. La morte, no.
Però piove.

Di solito piove anche quando stendo il bucato. Ecco quella, come coreografia, mi fa abbastanza girare le balle. Mesi di siccità, caldo torrido, poi appena metto i panni sul filo, il diluvio universale (o il “suffragio” universale, come diceva una mia compagna di scuola). Naturalmente di notte, così devi alzarti per ritirare tutto e arrangiarti alla bell’e meglio. Tipo aprire le ante degli armadi per stendere le lenzuola matrimoniali fra i due battenti… Oppure ti giri dall’altra parte e te ne freghi riprendendo a dormire.

Questo non lo puoi fare se hai la finestra che sbatte. M’è capitato una notte. Ero esausto, proprio non riuscivo ad alzarmi. Ogni TU-TUMP-TUMP speravo fosse l’ultimo… invece, ogni dieci minuti, ne seguiva un altro. La notte dopo, alle quattro, la stessa cosa. Al secondo colpo dico: fa che sia l’ultimo. Al terzo mi alzo. Chiudo la finestra. Torno a letto. Prendo un lungo respiro e mi riaccoccolo sotto le coperte con sorriso beato. Il vicino del piano di sopra dà cinque colpi al mio soffitto. Il suo pavimento. In pochi minuti mi monta il nervoso. Mi alzo, cerco il suo numero, lo chiamo:
-    Pronto?
-    Mi ero accorto anch’io che la finestra sbatteva!
-    Senta un po’, ieri sera…
-    Non si azzardi mai più a dare i colpi al pavimento (o al soffitto, avrei dovuto precisare)!
E butto giù.

Ho sempre odiato chi butta giù il telefono.
Una mia ex lo faceva. Tutte le volte dicevo: non lo sopporto, è maleducato.
Ma lei insisteva, così dopo un po’ ho iniziato a farlo anch’io, visto che non c’era possibilità di dialogo. O meglio, per evitare che lo facesse prima lei. Quando sentivo che la discussione stava giungendo all’apice, riagganciavo. Dopo un po’ se n’è accorta e cominciava ad anticiparmi. Le ultime telefonate con lei erano brevissime. Mettevamo giù quasi subito, e in contemporanea.
Alla fine ci siamo lasciati.

Non so voi, ma a me lasciarsi non piace. Non riesco mai a odiare fino in fondo una persona con cui sono stato. Condizione imprescindibile, invece, se vuoi evitare di soffrire come un dannato. Capita, piuttosto, che alla fine di una storia io mi senta in colpa. Anche se è lei a lasciarmi.
Penso che avrei potuto fare di più, che non avrei dovuto dire quella determinata cosa in quella circostanza, che con il mio voler sempre anticipare le esigenze dell’altra persona, a volte trascuro i suoi reali desideri.
E allo stesso tempo ricordo i momenti felici, quelli belli, quelli dolci, quelli divertenti, e mi chiedo come sia possibile che quelli non ci siano più. Che le frasi che si dicevano, i sorrisi e i gesti che ci regalavamo, non si ripeteranno più.
Hai l’impressione che solo tu custodisca la memoria di tutto, solo tu sobbalzi ancora quando la immagini che si stringe a te facendosi piccola, solo tu la ricordi sussurrare parole d’amore, solo tu la desideri ancora.
E forse è così. O forse no, ma non glielo potrai più chiedere, perché quella persona è come se fosse morta dentro di te.

Quando finisce una storia, piove. È una cosa che m’ha sempre dato da pensare.
Che se ogni giorno si separa qualcuno, non è che piove ogni giorno. Allora diciamo meglio: quando finisce una storia che mi riguarda, piove.
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