16 Giugno 2003
01 Luglio 2003
A Sara
Paolino stava sulla spiaggia e mangiava un frutto dopo l’altro. Cominciò da una fetta di melone che la nonna teneva nella borsa-frigo. Poi una susina, due pesche-noci e un’albicocca.
Gianni arrivò di corsa, frenando sulla sabbia, e coprì la coscia della signora Venilde, che si alzò di scatto. La nonna di Paolino era un po’ seccata, perché ora la sabbia si era appiccicata all’olio solare, e la faceva sembrare una statua vivente.
“Giorgio ha trovato una medusa!… Si sta sciogliendo!…” informò Gianni con entusiasmo.
“Dove?” chiese Paolino che ancora degustava l’ultima albicocca.
“Davanti al suo ombrellone!… Sembra vomito!… Vieni?”
Paolino fece un cenno col capo e balzò in piedi. La simultaneità delle due azioni gli fece andare per traverso il nocciolo del frutto. Si mise una mano sul petto, gracchiò un paio di “ghaak, ghaak” e infine deglutì.
La signora Venilde si alzò in piedi e cinse le spalle del bambino. Gianni si mise a ridere.
“Cosa ridi, scemo?!” lo spintonò Paolino. Gianni, continuò a ridere: “Hai fatto una faccia da fesso!”.
“Vuoi dell’acqua?” domandò la nonna preoccupata.
“No, l’ho mandato giù” rispose il nipote con malcelata noncuranza, per non sfigurare di fronte all’amico.
Fu in quel momento che Paolino udì una cosa che lo preoccupò moltissimo.
“Speriamo che esca fuori, altrimenti ti cresce una pianta di albicocche nello stomaco!” disse la nonna.
Gianni continuava a ridere, mentre a Paolino si presentò davanti agli occhi tutta la sua vita, come un film. Un cortometraggio.
Quella sera Paolino non toccò né cibo né acqua. Aveva paura, così facendo, di concimare e annaffiare il seme di albicocca. La mamma si preoccupò, e la mattina dopo gli fece trovare una ricca colazione. Il bambino si era già dimenticato del nocciolo e mangiò tutto con voracità. Ci bevve dietro un bicchiere di succo di pompelmo e, dopo, i cereali col latte e cioccolato in polvere.
A metà mattina, Paolino chiese alla maestra di uscire. Aveva un forte mal di pancia e la bidella gli preparò un tè caldo. Mentre lo sorseggiava, lei domandò se avesse mangiato qualcosa che gli aveva fatto male. Lui fece mente locale e, quando gli venne in mente di non aver cenato la sera prima, posò con orrore la tazza sul tavolino della bidella.
“Che succede?” chiese la donna.
“Mi sta crescendo una pianta nella pancia!” scoppiò a piangere il bambino.
La donna pensò a un modo di dire, gli accarezzò la testa e gli soffiò il naso.
Per un paio di giorni, Paolino rimase a casa con la febbre. Ogni tanto si tastava la pancia e immaginava grovigli di radici che si facevano strada fra i suoi organi. Anche i cartoni animati non riuscivano a consolarlo, per cui spense la televisione e si mise seduto a pensare. L’occhio gli cadde sull’edera del giardino. Si sentì male, ricordando quanto fosse cresciuta rapidamente. Cercò di distrarsi con un fumetto. E gli venne in mente che, forse, non tutto il male viene per nuocere. In effetti tutti i suoi supereroi preferiti acquisivano i poteri dopo un incidente di percorso. Chi veniva investito da radiazioni, chi morso da un insetto, chi beveva una pozione particolare. La Torcia Umana, l’Uomo Ragno, la Donna Invisibile. Purtroppo, però, nel mondo non c’è posto per “il Bambino Albicocca”. Paolino tornò ad avvilirsi.
Al terzo giorno, la febbre passò, ma quando Paolino si alzò dal letto, non riusciva a piegarsi in avanti. La schiena era bloccata e camminava rigido come un maître d’hotel. Si avvicinò alla camera della mamma e provò a chiamarla. “Provò”, perché come aprì la bocca, con un colpo di frusta, ne uscì un rametto con tanto di foglioline.
“Vavva!” urlò il poveretto. La vavva si alzò preoccupata, e quando vide il suo tesorino con un ramo in bocca, pensò che fosse caduto a bocca aperta su una pianta del salotto.
“Oh, Gesù, cos’hai fatto Paolino?” indagò la povera donna, mentre saltava giù dal letto e si precipitava incontro al piccolo. Lo supplicò di rimanere fermo e, con uno strattone non troppo deciso, tirò il rametto. Paolino urlò, lei desistette dall’intento e prese le chiavi della macchina per portarlo subito in ospedale. Un po’ difficile non dare nell’occhio. I vicini cosa avrebbero pensato? Che madre irresponsabile: lasciare che il figlio si strozzasse con le piante di casa! Le venne un’idea geniale. In cucina prese una bottiglia d’acqua e ci infilò dentro il rametto, poi chiese a Paolino di fingere di bere per tutto il tragitto che porta all’ospedale. Il bambino prese il recipiente nella mano destra e cominciò a camminare dietro alla madre. Per le scale incontrarono l’architetto Pozzolini.
“Buongiorno, architetto.”
“Buongiorno, signora Ricciardi… Ciao Paolino.”
“Mhm…”
La portinaia stava lavando le scale:
“Buongiorno.”
“Buongiorno, signora Ricciardi… Ciao Paolino.”
“Mhm…”
In cortile incrociarono il signor Bonfanti, pensionato.
“Signor Bonfanti…”
“Buongiorno, signora Ricciardi. Ciao Paolino… cosa bevi di buono?”
“Mhm…”
La signora Ricciardi accelerò il passo, imbarazzata.
Il dottor Raviola entrò nella stanza dopo pochi minuti, con le lastre in mano.
“Paolino non ha ingoiato un ramo, c’è una pianta intera, lì dentro.” e indicò il pancino del piccolo.
“Oh, Gesù!” fece la signora Ricciardi.
“Si tratta di un albicocco. Una pianta che può diventare molto grande”.
“Oh, Gesù!” fece la signora Ricciardi.
“Purtroppo io non posso farci niente, deve rivolgersi a uno specialista.”
“Oh, Gesù!” fece la signora Ricciardi.
“Beh, non esageriamo… qualcuno di meno importante. Un giardiniere, per esempio.”
Il signor Molinari era giardiniere da due generazioni. Dapprima osservò bene il rametto della pianta, poi si profuse in dotte dissertazioni sulla specie di albicocco, declamandone il nome latino come fosse stata una poesia. Controllò le lune, propose innesti a gemma, margotte, potature particolari e letame preparato con le cacche delle sue galline. Il bambino, spaventato, si voltò di scatto a guardare la mamma, rifilandole una ramettata sul braccio. La signora Ricciardi lo prese per mano e scappò via.
L’ingegner Ricciardi era un uomo che viaggiava molto. Quando tornò da Innsbruck non vedeva i suoi cari da quasi un mese. “Fafà, fafà”, gli andò incontro il piccolo Paolino. L’uomo abbracciò suo figlio e rivolse uno sguardo interrogativo a sua moglie.
“Cos’è questa nuova trovata?”, le chiese.
“Non ti arrabbiare, caro”.
“Ecco, quando dici ‘non ti arrabbiare’, mi arrabbio sulla fiducia!”.
“La settimana scorsa ha cominciato a far caldo, oramai è quasi estate… mia mamma l’ha portato al mare…”.
“E allora?”
“E allora, Paolino ha ingoiato un nocciolo di albicocca.”
Per tutta l’estate, Paolino rimase chiuso in casa, perché mamma e papà Ricciardi si vergognavano a portarlo in giro. Oramai doveva rimanere con il viso rivolto al soffitto e la bocca spalancata, poiché il tronco dell’albicocco aveva raggiunto il diametro di dodici centimetri. Ogni tanto usciva sul balcone, e qualche uccellino sostava fra i rami sopra la sua testa, che ormai erano folti. Il barbiere venne un paio di volte a casa per tagliargli i capelli e sfrondargli i rami.
A settembre, Paolino avrebbe cominciato la terza elementare e, ciò che lo preoccupava di più, erano le cattiverie dei compagni. Perché si sa, i bambini di quell’età mancano totalmente di tatto e diplomazia, e nei confronti della diversità si comportano col garbo di un cecchino. Già si immaginava i nomignoli che gli avrebbero affibbiato, e le cose che non avrebbero fatto con i rametti di quello che ormai era un tronco alto un paio di metri. Qualche temerario bulletto avrebbe perfino tentato di arrampicarsi fino in cima.
Niente di tutto ciò. Sorprendentemente, i suoi amici lo guardavano con occhi diversi, con rispetto. O forse con timore. Dalle maestre era trattato con riguardo, e se qualche volta si distraeva o non finiva i compiti, era perdonato a causa della sua diversità. Alle visite mediche di controllo era il più alto, e il più diritto. Ebbe un ottimo voto nella ricerca di scienze, con la prova “Adotta un albero”. Per un mese intero ognuno aveva seguìto, pulito e curato una pianta nel giardino della scuola. Lui, la sua, se la portava perfino a casa e ci dormiva insieme. Le bambine lo mettevano sempre al centro dei loro girotondi e ne erano innamorate. Lui distribuiva dolci albicocche e loro ricambiavano con dolci bacini sulle guance. D’altro canto, spaventati per l’accaduto, i piccoli non mangiavano più la frutta della mensa senza averla prima sezionata. L’associazione dei fruttivendoli fece anche una manifestazione davanti alla scuola, perché il panico aveva fatto precipitare le vendite, e danneggiato gli affari. Fu una rivoluzione.
In autunno inoltrato, l’albero cominciò a perdere le foglie, per la gioia della bidella che doveva ramazzare per terra. A parte questo, a casa Ricciardi la diversità del piccolo era diventata cosa comune. Quel Natale Paolino venne decorato come fosse un abete, e Babbo Natale mise i regali sotto al suo letto. Ma l’albicocco non è un sempreverde, e da ormai due mesi i rami non davano più foglie. In gennaio lo stomaco di Paolino scricchiolava come un bosco secco, e un paio di volte, scontrandosi contro qualcuno o qualcosa, alcuni rami si erano staccati dal tronco.
In febbraio Paolino andò a sciare con papà e mamma. Non poteva guardare avanti, per cui era stato legato alla vita, e veniva trascinato per le piste con una specie di guinzaglio. Il collo rimaneva un po’ scoperto, e così il bambino-albicocca si prese un malanno che lo costrinse a letto. La febbre sfiorò i trentanove gradi, e al piccolo vennero somministrate medicine, antibiotici, rimedi della nonna e aerosol. Il bombardamento di cure e l’alta temperatura nel corpo di Paolino minarono anche la salute dell’albero che deperì sempre più, e infine seccò. Un giorno, nella fase acuta della malattia, il bambino ebbe una crisi di tosse e starnuti, e con un ecciù più forte degli altri espulse con violenza il tronco di albicocco. Questo infranse la finestra, piroettò in aria e si andò a conficcare nel giardino sottostante. Improvvisamente Paolino era guarito e contento. Era tornato un bambino normale.
Significava non essere più speciale, e che mamma e papà avrebbero ridotto le attenzioni nei suoi confronti. A scuola, le maestre lo seppellirono di compiti affinché recuperasse il tempo perduto, e le bambine, quando lo incontravano nel cortile, gli calciavano gli stinchi perché si sentivano tradite.
Non fu facile, per Paolino, crescere con il ricordo di quell’esperienza. Ogni tanto spuntava qualcuno che, memore dell’accaduto, lo derideva. Crebbe complessato, non mangiò più frutta, e si trovò un lavoro come informatico, in modo che potesse stare a casa, isolato dal mondo.
A ventisette anni d’età, Paolo Ricciardi uscì dall’abitazione dov’era nato e cresciuto, scese in cortile e lo attraversò. Si fermò di fronte all’albicocco piantato in mezzo al giardino, e lo fissò a lungo. In quegli anni era miracolosamente rinverdito e continuava a offrire ottime albicocche. Da lontano, l’uomo e la pianta, sembravano due amici che stavano conversando. “Che peccato, povero Paolino! Hai buttato all’aria molti anni della tua vita senza trovare la serenità, e ora non riesci a capire se la causa della sofferenza risiede nel tuo passato o nel presente. Li hai entrambi di fronte, devi solo decidere se conta di più quello che sei stato o quello che sei adesso.”
Ma l’albero si sbagliava. Nella testa dell’uomo, fra le due scelte, cominciò a farsi spazio una terza, all’apparenza più modesta, più semplice, ma l’unica forte e coraggiosa: quello che sarò. Scelse questa. Abbracciò il tronco, strappò un frutto e lo ingoiò per intero, nocciolo compreso. Poi si avvicinò alla fontanella e ci bevve dietro tre bei sorsi d’acqua.